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Subsonica: «Perché le canzoni durano così poco?». Viaggio tra i motivi che hanno accorciato la musica

14 Gennaio 2026 - 12:53 Gabriele Fazio
Anche Sanremo si sta rendendo complice di questo attentato alla nostra tradizione pop, i brani dell'edizione 2026, da regolamento, non possono durare più di tre minuti e mezzo

«In tempi recenti la richiesta per la durata di una canzone, nei circuiti ufficiali, è drasticamente scesa sotto i tre minuti, con una benevolenza disposta a un limite massimo di tre minuti e quindici secondi. Sorge la spontanea curiosità di domandarci il perché. Perché abbiamo tutti troppo di meglio da fare che distrarci o perderci in una canzone? Perché stiamo rimodulando la soglia della nostra attenzione sui ritmi delle piattaforme e dei device? Perché riteniamo conclusa l’epoca delle hit che meritavano di essere fruite in un respiro più ampio?», le domande che si pongono i Subsonica in una nota stampa per la presentazione del nuovo brano, Il tempo in me, fuori nel weekend, sono del tutto legittime. Le risposte sono molteplici e tutte corrette: l’attenzione che cala condizionata dai ritmi furiosi imposti dai social, la musica gratuita che permette di skippare in un attimo senza rimpianti, in generale un upgrade al ribasso rispetto un trend già cominciato quando a fare il bello e cattivo tempo nella musica italiana erano le radio, con le loro esigenze di flusso e commerciali.

Anche Sanremo complice del problema

Un trend al quale si è dovuto (ha voluto?) adeguare anche il Festival della Canzone Italiana di Sanremo, che della musica italiana è maggiore ma anche unica vetrina. Infatti il regolamento dell’edizione 2026, quella programmata dal 24 al 28 febbraio, impone una durata dei brani non superiore ai 3 minuti e mezzo, scendendo per non chiari motivi a 3 minuti per i brani in gara nella sezione Nuove Proposte. Ne deduciamo che se sei esordiente hai 30 secondi in meno di cose da dire, serve che ti sbrighi. Anche per la serata delle cover la soglia di tolleranza si è abbassata, passando da 4 minuti a 3 e mezzo. In pratica una plateale e definitiva mercificazione del prodotto canzone, l’idea che non rappresenti un’opera d’arte ma solo una “cosa” pensata per occupare un posto negli scaffali del supermercato discografico. Un messaggio assai grave e pericoloso.

sanremo cambia regolamenti

Cosa ci stiamo perdendo?

I Subsonica nella loro nota anticipano la risposta ad una domanda che alla luce di questa analisi sorge spontanea: ma se il mercato discografico avesse sempre imposto (non proposto) questi limiti, cosa ci saremmo persi? Scrive ancora la band torinese: «È sempre stato così? Le canzoni popolari se la sono sempre dovuta sbrigare in gare a tempo tra chi arriva più rapidamente al ritornello e alla conclusione? E, domanda delle domande… chi con una clessidra in mano e le tavole della legge strette nell’avambraccio, ha preso questa importante decisione per il bene dell’umanità? Torniamo indietro alla penultima domanda. È davvero possibile che una canzone, non di natura puramente sperimentale ma di ampia fruizione, duri più di… facciamo 4 minuti? A quanto pare sì». A questo punto Samuel, Boosta e compagni entrano più nello specifico: «Ci siamo presi la briga di dare un’occhiata ad alcune tra le canzoni che, tra varie epoche e altrettanti generi, hanno segnato la vita di molti, ed ecco cosa abbiamo scoperto». Questa la lista proposta dalla band:

Adriano CelentanoIl ragazzo della Via Gluck” (4,15)

Lucio Battisti “Il mio canto libero” (5,28)

Claudio Baglioni “Sabato pomeriggio” (5,35)

Umberto Tozzi “Gloria” (4,24)

Lucio DallaL’anno che verrà” (4,26)

Eugenio Finardi “Musica Ribelle” (4,24)

PFM “Impressioni di Settembre” (5,44)

Antonello VendittiBuona domenica” (5,37)

Rino Gaetano “Ma il cielo è sempre più blu” (4,32)

Area “Gioia e Rivoluzione” (4,36)

Pino Daniele “Quanno Chiove (4,37)

Riccardo Cocciante “Bella senz’anima” (4,34)

Pooh “Dammi solo un minuto” (4,35)

«Potremo andare avanti ancora a lungo – concludono i Subsonica – ma ci siamo capiti, è un gioco. Ovviamente esistono capolavori di breve durata, come Azzurro di Paolo Conte, a riprova del fatto che ogni canzone fa storia a sé. E di certo non pretendiamo di creare paragoni tra queste nostre nuove canzoni e brani che hanno fatto la storia della musica». Noi invece vi invitiamo ad un semplice gioco: chiudete gli occhi e provate ad immaginare la vostra vita senza le canzoni di questo elenco. Ecco, ci siamo capiti.

La musica take away ci sta uccidendo

Seguendo da vicino e con regolarità il gigantesco flusso di musica messa sul mercato ogni settimana, potremmo azzardare a dire che la musica italiana, proprio a causa di queste esigenze che nulla hanno a che fare con la creazione di un’opera d’arte, che dovrebbe essere libera per definizione, sta mutando rapidamente e drammaticamente il proprio DNA. Attenzione, non è una questione solo italiana ma è di sicuro una questione soprattutto italiana, perché la nostra musica è “centrotestica” da sempre, la nostra tradizione ha una matrice totalmente cantautorale, una matrice, anche pop, non necessariamente d’essai, che potremmo far risalire alla narrativa dell’opera, della quale siamo indiscussa patria. La preoccupazione non è per l’esistenza di canzoni con literary più lunghe e approfondite, perché ci sono, anche in ottima quantità, nel sottobosco underground, popolato da artisti che non tirano la gonna delle piattaforme per elemosinare qualche stream in più. Il problema è che questo genere di musica diventerà mangime per una sempre più ristretta nicchia di appassionati, che il mercato finirà per isolare il cantautorato puro e che il largo pubblico, lo stesso che oggi rimpiange, spesso violentemente, l’epoca dei giganti alla Dalla e De André, si vada estinguendo, lasciando spazio a chi non avrà presto nemmeno memoria di quella che continua ad essere indiscutibilmente la migliore delle nostre epoche pop. Verrà meno una parte di noi e sembra che a nessuno importi qualcosa.

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