Dalle navi «dimenticate» in Venezuela alle pressioni del Golfo, ecco perché Trump ha bloccato (per ora) l’attacco in Iran

«Prendete il controllo delle istituzioni, i nostri aiuti stanno arrivando», aveva mandato a dire Donald Trump martedì ai “patrioti iraniani” in piazza contro il regime. «Se uccidono la gente, se passeranno alle impiccagioni, risponderemo con forza», aveva aggiunto più tardi, rivolto direttamente agli Ayatollah. E così, di fronte alla repressione delle proteste, mercoledì in molti credevano che la Casa Bianca fosse pronta ad intervenire militarmente. Molti Paesi occidentali hanno dato istruzioni ai connazionali di lasciare quanto prima l’Iran ed evacuato il personale diplomatico non essenziale, gli Usa stessi hanno spostato parte dei 10mila soldati di stanza nella maxi-base di Al-Udeid, primo bersaglio di possibili rappresaglie di Teheran. Funzionari europei sentiti da Reuters davano per imminente un attacco Usa, «entro 24 ore». E la chiusura nella serata di mercoledì 14 gennaio dello spazio aereo da parte dell’Iran sembrava confermare lo scenario di raid più o meno estesi già nella notte. Invece non è successo nulla, almeno per ora. «Ci hanno detto che le uccisioni in Iran si sono fermate e non ci sono piani di esecuzioni», ha spiegato Trump stesso svelando interlocuzioni avute sulla linea Washington-Teheran. Certo la diplomazia iraniana s’è attivata per sventare l’attacco. Ma dietro la frenata Usa sull’azione militare c’è sicuramente molto altro.

I dubbi di Trump sull’esito dei raid
È stato Trump stesso a intervenire nella tarda serata di mercoledì per bloccare «all’ultimo minuto» un attacco all’Iran i cui piani erano già pronti, sostiene stamattina l’analista militare israeliano Amir Bohbot. Perché? Dopo aver ricevuto i briefing del caso dagli apparati militari e di sicurezza ed essersi confrontato con i suoi consiglieri, il presidente Usa avrebbe stoppato l’operazione nel timore che non porti a esiti decisivi, riporta l’analista di Walla. Trump stesso d’altronde aveva spiegato i suoi obiettivi l’altra sera alla Cbs, quando aveva messo in chiaro che in Iran (come in qualunque altro posto) non vuole partecipare, ma vincere: «Cosa intendo per vittoria? Quello che abbiamo fatto con Maduro in Venezuela, o con Soleimani a Baghdad nel 2020, o con i siti nucleari dell’Iran stesso a giugno». Operazioni militari ad elevata intensità, minima durata e massimo risultato. È l’unico modo, quello, per lo meno dal suo punto di vista, di minimizzare i rischi immediati per le vite di soldati Usa e soprattutto di restare invischiati in scenari di guerra “lontana” imprevedibili. Quelli che la base elettorale MAGA che lo sostiene rifugge come la peste. Non è affatto detto che un intervento Usa in Iran non avvenga, dunque, ma è probabile che Trump lo autorizzerà solo se e quando sarà convinto che queste condizioni possano essere soddisfatte.

Lo «scompenso» militare tra Caraibi e Medio Oriente
Al di là delle valutazioni politiche, d’altra parte, ci sono pure degli ostacoli strategici a un’azione militare in Iran che probabilmente vengono soppesati con attenzione in queste ore al Pentagono. Ed hanno a che fare proprio con l’altro colpo di teatro con cui Trump ha aperto il 2026: il blitz armato in Venezuela per decapitare il regime catturando Nicolas Maduro. Lì sì l’operazione è stata rapidissima, sorprendente ed efficace rispetto al mandato della Casa Bianca. Ma per preparare il terreno l’esercito americano ha dispiegato forze aeree e soprattutto navali ingenti. Così tanto da rendere ora più delicata un’eventuale operazione in Iran, come spiega stamattina il Wall Street Journal. A presidiare le acque dei Caraibi e il «protettorato» che gli Usa stanno provando a creare in Venezuela si trovano ora 12 navi da guerra, il doppio di quelle rimaste in Medio Oriente (sei). Dove spicca ora pure l’assenza di portaerei, visto che a ottobre Trump ha ordinato lo spostamento della USS Gerald R. Ford appunto verso l’America centrale. E senza quell’equipaggiamento anche gli aerei militari a disposizione sono di meno: «solo» quelli di stanza nelle basi della regione. Questo non significa che gli Usa non avrebbero le capacità di condurre operazioni militari di vario tipo in Iran, ma oggettivamente i rischi sono maggiori, ha ammesso ieri l’Ammiraglio Darly Caudle alla guida delle operazioni navali dei Marines.
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I consigli dal Golfo e i calcoli di Trump
Per quanto si lasci sfuggire minacce e ultimatum a destra e a manca, insomma, di fatto Trump non può e forse neppure vuole agire su tutti i quadranti. Gli esiti del blitz in Venezuela restano incerti e vanno «tutelati» e con buona pace dei manifestanti in Iran Trump continua a ribadire ogni giorno che la sua prossima preda desiderata è la Groenlandia. Difficile tenere tutto insieme, sul piano militare così come su quello diplomatico. Senza contare che sulla pila dei dossier «intrattabili» sul tavolo della Casa Bianca resta la guerra tra Russia e Ucraina – s’avvicina il quarto anniversario e i negoziati restano al palo. E che nello stesso Medio Oriente c’è ancora e sempre da indirizzare il futuro di Gaza, scongiurando la ripresa dei combattimenti che parte della destra israeliana già accarezza. Proprio ieri il fido Steve Witkoff ha lanciato ufficialmente la Fase 2 che dovrebbe aprire la strada alla ricostruzione della Striscia, con l’insediamento di un governo tecnico e la supervisione del Board of Peace guidato da Trump stesso. Ma la verità è che per sloggiare Hamas dalla Striscia, come pretende Israele, l’unico appoggio sono i partner del mondo arabo-islamico: Egitto, Turchia, Qatar. E in questi giorni proprio i Paesi del Golfo – cui The Donald è attentissimo – si sono fatti sentire per sconsigliare agli Usa di attaccare l’Iran, aprendo un vaso di Pandora potenzialmente pericolosissimo. Dare una lezione agli Ayatollah che reprimono le proteste è possibile, certo, ma far collassare il regime resta operazione complicatissima, ammettono nelle loro analisi gli israeliani stessi che più lo vorrebbero. E Trump non vuole rischiare di compiere passi falsi.
