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Trump lancia il Board di Pace e attacca l’Onu: «Ricostruiremo Gaza, basta guerre». Ma sul palco con lui solo leader di seconda fila – Il video

22 Gennaio 2026 - 12:27 Simone Disegni
Il presidente Usa tiene a battesimo a Davos la firma della Carta sul nuovo organismo di gestione delle crisi. «L'Iran? Ci parleremo»

«Abbiamo la possibilità di mettere fine a decenni di guerre e bagni di sangue e costruire un futuro di successo, portare la pace, non solo in Medio Oriente ma nel mondo intero». Lo ha detto Donald Trump presiedendo a Davos la cerimonia di firma della carta fondativa del Board di Pace, l’organismo pensato per supervisionare la tregua a Gaza ma allargatosi via via ben oltre, a promuovere «la stabilità» e «garantire una pace duratura nelle aree colpite o minacciate da conflitti». Un mandato globale così ambizioso da porlo di fatto in contrapposizione all’Onu. Ragione per la quale i Paesi europei uno dopo l’altro hanno declinato l’invito Usa a farne parte: prima la Francia di Emmanuel Macron – ormai in aperto conflitto con Trump -, poi il Regno Unito di Keir Starmer, infine anche l’Italia di Giorgia Meloni, dietro lo «scudo» dell’articolo 11 della Costituzione. Senza contare la Danimarca. Nel suo secondo intervento a Davos nell’arco di due giorni, Trump ha infatti evocato le Nazioni Unite proprio per sottolinearne l’irrilevanza. Ricordando a più riprese i suoi meriti nell’aver «messo fine a otto guerre nell’ultimo anno», il presidente Usa ha sottolineato come l’Onu «poteva avere un ruolo ma non ne ha avuto alcuno, non ci ho mai parlato». Trump vedrebbe bene dunque al suo posto il club di leader “prescelti” del suo Board di Pace. «Può essere uno degli organismi più determinanti di sempre. Sono stato onorato quando mi hanno chiesto di presiederlo, ne fa parte un grande gruppo di persone. Quasi tutti i Paesi vogliono farne parte».

Chi c’era (e chi no) sul palco con Trump

Un «quasi» pieno di significato, perché a fianco a lui sul palco allestito a Davos c’era sì qualche decina di leader, ma ben pochi di quelli che contano davvero. A presentarsi al tavolo dove Trump ha presieduto alla firma della Carta del Board di Pace sono stati super-fan di Trump come il presidente argentino Javier Milei e il premier ungherese Viktor Orban, i leader di Indonesia e Uzbekistan, Kosovo e Paraguay, Azerbaijan e Bulgaria. Non esattamente delle teste di serie mondiali. E i player più rilevanti del processo che hanno accettato di entrare nel Board – Turchia, Egitto, Qatar, Arabia Saudita, Emirati Arabi – si sono fatti rappresentare da ministri. Nessuna traccia dunque dei leader del Medio Oriente direttamente coinvolti su Gaza, compreso il premier israeliano Benjamin Netanyahu. Inseguito da un mandato di cattura internazionale per crimini di guerra, tanto quanto il russo Vladimir Putin, che pure avrebbe accettato l’invito insieme al fido alleato, il bielorusso Alexander Lukashenko. E nessuna traccia come detto di alcun capo di Stato o di governo dell’Europa occidentale. Trump comunque ha fatto buon viso a cattivo gioco. A intervenire dopo di lui per congratularsi a vicenda, il segretario di Stato Marco Rubio, l’inviato speciale “multi-crisi” Steve Witkoff e quello de facto Jared Kushner.

Che succede ora a Gaza

Ma che succederà dunque a Gaza ora che con tutte le difficoltà del caso nasce il Board di Pace? «Ad ottobre abbiamo presentato piano di cessate il fuoco, l’abbiamo mantenuto e abbiamo fatto entrare livelli senza precedenti di aiuti umanitari», ha detto Trump, ricordando come sino a quel momento «si diceva che la gente moriva di fame». Oltre 55mila camion di aiuti, ha precisato poi Kushner presentando delle slide dedicate. «Abbiamo assicurato il rilascio di tutti e 20 gli ostaggi vivi rimanenti e di tutti i corpi dei 28 morti tranne uno. È stato un lavoraccio ma ci siamo riusciti», ha aggiunto il presidente Usa, rinnovando l’ultimatum a Hamas: «Deve restituire anche l’ultimo ostaggio morto. E se non rispetta l’impegno a consegnare le armi per loro sarà la fine. Siamo impegnati a demilitarizzare e ricostruire Gaza, avremo molto successo, sarà una gran bella cosa da vedere». Qualche dettaglio in più sul dopo lo ha dato Kushner, che ha mostrato delle slide in cui si prevede la nascita di una nuova Rafah e una nuova Gaza, una ricostruzione totale che promette di implicare la creazione di oltre 500mila posti di lavoro grazie a investimenti di oltre 25 miliardi di dollari. E in un breve video il nuovo responsabile del Comitato tecnico palestinese per Gaza Ali Shaath, dopo i ringraziamenti di rito a Trump, ha annunciato che sin dalla prossima settimana verrà riaperto «in entrambe le direzioni» il valico di Rafah.

Il messaggio all’Iran e quello al suo elettorato

Trump s’è concesso anche una breve annotazione sull’altra crisi regionale che pare già tornata in secondo piano, quella delle proteste di massa in Iran. «L’Iran vuole parlare, ci parleremo», ha detto confermando il cambio di linea rispetto alla tentazione di intervenire militarmente per tentare di far cadere il regime degli Ayatollah. Un vero e proprio show costruito comunque anche ad uso e consumo dell’opinione pubblica americana. «L’economia sta andando a gonfie vele, l’inflazione era la peggiore di sempre e ora è praticamente è a zero, la crescita è del 5,4% e potrà raddoppiare o triplicare e ci sono miliardi di investimenti in arrivo, nessun Paese ne ha mai avuti tanti. E quando l’America va a gonfie vele va a gonfie vele il mondo», ha sottolineato Trump per la sua audience. Believe it or not.

In copertina: Il presidente Usa Donald Trump mostra la carta fondativa del Board di Pace – Davos, Svizzera, 22 gennaio 2026 (EPA/GIAN EHRENZELLER)

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