«Scrivo per dire che siamo vivi»: dall’Iran il racconto di una città che «puzza di morte»

Per mezz’ora al giorno la censura si allenta e permette una fragile connessione con l’esterno. Con quel mondo che negli ultimi giorni sembra aver voltato lo sguardo altrove. «Scrivo solo per dirti che siamo vivi». Un messaggio breve, ma necessario. Come se anche le parole dovessero risparmiare energia in un Paese stremato. Poi la connessione si blocca, di nuovo. È così da venti giorni. «L’Iran è attraversato da un dolore straziante. Tutti sono profondamente tristi e sconvolti», ci dice una giornalista iraniana che siamo riusciti a raggiungere. Per proteggerla, non ne riportiamo il nome. «Tutto è cupo e depresso, le persone sono tristi. Non sorridiamo più. Le strade sono in lutto, le famiglie piangono i loro giovani. Non ho mai visto nulla di simile a Teheran prima d’ora. La città puzza di morte», racconta. «Tu come stai?», le chiediamo. «Sono stati giorni duri, mai, in vita mia, mi sono sentita così in colpa di essere viva».
Le proteste di strada si sono fermate
Quando, a fine dicembre, sono esplose le proteste in tutto l’Iran, inizialmente innescate dal collasso economico provocato dall’inflazione e dalla svalutazione del rial, la risposta del regime guidato dall’Ayatollah Ali Khamenei è stata rapida e mortale. Una repressione sistematica, un massacro deliberato. Iran International parla di oltre 30 mila vittime solo nei giorni dell’8 e 9 gennaio. Alcune organizzazioni per i diritti umani stimano dai 6 mila ai 13 mila morti. «Una delle più grandi uccisioni di massa di manifestanti dei nostri tempi», denunciano le Ong. «Oggi le proteste di strada si sono fermate, non quelle online però», ci dice la giornalista iraniana. «Ma il regime continua ad arrestare gli iraniani. Molte persone sono in prigione, in uno stato di totale incertezza». E l’oppressione colpisce anche l’informazione. Sui social, attraverso la censura. Nelle città, con la chiusura dei giornali che hanno cercato di documentare uccisioni e feriti.
Cosa chiedono gli iraniani?
Oltre alle rivendicazioni economiche inizialmente sollevate dai lavoratori dei bazaari, oggi in Iran le persone chiedono la caduta del regime. «Non vogliono più la Repubblica islamica», sottolinea ancora la giornalista. Ma il fronte dell’opposizione è frammentato. «Molti iraniani vogliono il ritorno di Reza Pahlavi (figlio dello scià deposto dalla rivoluzione del 1979, ndr), ma altrettanti lo considerano, insieme alla Repubblica islamica, responsabile dello spargimento di sangue – prosegue -. Ha invitato la gente a scendere in piazza senza un piano chiaro, mandandola disarmata contro i proiettili». Essere monarchico in un Paese di giovani, dove molti non hanno memoria diretta del periodo pre-rivoluzionario, significa scontrarsi con una società «in cui si intrecciano le istanze di chi è di sinistra, repubblicano e femminista, che vede l’approccio di Pahlavi e quello dei suoi sostenitori come reazionario, persino fascista. Molti attivisti del movimento “Donna, Vita, Libertà” – spiega – hanno scelto di non partecipare alle proteste proprio per questo motivo».
L’intervento degli Usa
Dall’altra parte c’è chi invece invoca un intervento degli Stati Uniti – che nei giorni scorsi hanno schierato le loro forze navali nella regione e continuano a ventilare l’ipotesi di un attacco – convinte che «non esista altra via d’uscita e che solo gli Usa possano salvarli». Allo stesso tempo, però, precisa la giornalista, molte persone «si oppongono fermamente a questa idea, sostenendo che un’intervento militare spingerebbe il Paese verso una distruzione totale e porterebbe a una guerra civile». La piazza è spaccata. Non c’è un solo Iran né un’opinione condivisa, così come manca all’interno della società un’alternativa strutturata al regime, che resta «armato fino ai denti».
Da più parti, intanto, si rivolgono appelli alla comunità internazionale, chiedendo interventi per isolare la teocrazia. «Io non nutro alcuna vera speranza nei suoi confronti», ci dice. «Cosa hanno fatto di fronte ai crimini di Israele in Palestina? Il popolo di Gaza è stato massacrato per due anni, e il mondo si è limitato a guardare. Solo le persone comuni – afferma – hanno mantenuto viva la memoria del popolo della Striscia nelle strade».
Mondo, dove sei?
In Iran si continua a morire. Ma soprattutto si continua a vivere nella paura. «Sto male, ma sono anche molto arrabbiata», ci confida la giornalista. Gli iraniani chiedono di essere visti e ascoltati. Che nessuno si volti dall’altra parte. «Non riesco a capire – confida – come sia stato possibile un massacro di tale portata». Resta soltanto una domanda, sospesa: «Mondo, dove sei?», dice. Poi, ancora una volta, la connessione cade.
