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Tiromancino: «Sono stato bullizzato dalle mie stesse canzoni. Sanremo? Ho promesso a mia madre che non sarei più tornato in gara». L’intervista

03 Febbraio 2026 - 19:54 Gabriele Fazio
Nel disco, il quattordicesimo in studio firmato come Tiromancino, brani di matrice politica e fascinosissime venature blues

Quando meno me lo aspetto è il quattordicesimo disco in studio dei Tiromancino, il progetto firmato Federico Zampaglione, certamente tra i più illuminati cantautori della storia della musica moderna italiana. Un disco che ruota attorno a due urgenze fondamentali: la prima è la libertà, il sentirsi totalmente distaccato dalle logiche del mercato discografico di oggi, compresa quella legata a un certo disimpegno, focus attorno al quale la nuova musica italiana si sta tristemente materializzando. In Quando meno me lo aspetto ci sono brani dalla matrice espressamente politica, un’analisi anche spietata, matura, pungente. La seconda urgenza è quella di sperimentare, il disco è caratterizzato da venature blues davvero fascinose, alcune, come svelato off record da Zampaglione, anche strumentali e che sono state riposte in un cassetto in attesa di trovare una collocazione adeguata, probabilmente cinematografica.

In quale momento della storia dei Tiromancino arriva questo disco?

«Beh, arriva dopo tanti anni di dischi, quindi diciamo che è un disco che è stato fatto senza dover dimostrare più nulla. Uno quando è più giovane e fa i dischi sente sempre che ci deve mettere qualcosa per far vedere agli altri anche la tua evoluzione, come stai portando avanti il tuo linguaggio, il tuo stile. Questo è un disco che essenzialmente è stato fatto proprio per il piacere di farlo e anche un po’ per me stesso; così, per fare un qualcosa che mi era molto familiare, cioè incidere dischi. Una cosa che a un certo punto ho smesso di fare, negli ultimi dieci anni ne avrò fatti giusto un paio. Sono uscite diverse canzoni, però fare un album è del tutto diverso. Qui ho voluto fare una ricerca musicale, strumentale, c’è molta chitarra, ci sono degli spunti blues. Non siamo partiti con l’idea di andare in studio a fare un disco, siamo partiti chiedendoci: “Perché non incidiamo delle cose?”. Io avevo delle canzoni, siamo andati in studio da Leo Pari insieme a questo giovane musicista/produttore che è Simone Guzzino, e abbiamo iniziato a incidere in maniera piuttosto libera su queste canzoni, però avendo poi un orizzonte sonoro molto vasto, non facendo riferimento necessariamente al pop o ai dischi precedenti che avevo fatto, ma della serie “Divertimose!” e così abbiamo fatto. Poi ad un certo punto ho guardato il telefono e ho visto che la cartella “nuove canzoni” si era riempita di nuove idee, quindi è nato tutto un po’ in questa maniera, anche un po’ inaspettata, tant’è vero che si chiama Quando meno me lo aspetto. Io ormai ero preso soltanto da film, sceneggiature e concerti, è stato bello ritornare in studio e misurarmi anche musicalmente con quello che sono oggi, con l’esperienza di tanti anni».

Viene da chiedersi se tra vent’anni ci saranno ragazzi che potranno permettersi la stessa libertà che hai tu oggi…

«Questo te lo posso dire solo se mi vesto di turchese con un cappello e prendo una palla di cristallo, perché sono cose che non si possono immaginare. A volte ci sono degli artisti che hanno delle evoluzioni incredibili, sicuramente ci sono dei giovani di grande talento, alcuni hanno a che fare con il pop, con le canzoni, altri hanno a che fare con altri linguaggi, come il rap. Per esempio l’altro giorno ascoltavo il nuovo disco di Kid Yugi e mi è piaciuto tantissimo, sia come sonorità che come testi e come immaginario. Ovviamente ogni epoca ha i suoi cantautori, ha le sue voci di riferimento, ce ne sono anche oggi, ci sono tante cose interessanti. Io, per esempio, sono un grande fan di Franco 126, con il quale collaboro (su questo disco ci sono due canzoni scritte insieme a lui), ma sono anche grande fan di Calcutta. Sono convinto che tra vent’anni ci saranno ancora e glielo auguro, soprattutto perché questo è un bel mestiere e se lo riesci a fare per tutta la vita è l’ideale».

Tu parli di un disco capitato per sbaglio, eppure ci sono brani evidentemente spinti da una certa urgenza…

«L’album è capitato per caso, le canzoni poi sono state fatte con una certa urgenza e spontaneità, perché erano delle cose che evidentemente io stavo covando, che c’avevo dentro. Ci sono canzoni legate a sentimenti personali, ma poi c’è anche tutto un lato che parla della società in cui viviamo oggi, perché è impossibile poi, se uno fa un discorso più ampio, non parlare anche del contesto in cui tutti noi stiamo vivendo. È bello quando tu ritorni a fare le cose solo per il tuo piacere personale di farle, perché poi la vita ti porta anche a fare le cose perché le devi fare. Infatti io, quando ho sentito che stavo per rischiare di fare i dischi così, ho smesso di farli, in ben due occasioni. Perché mi sembrava che ogni volta che dovevo entrare in studio lo stavo facendo più per delle aspettative che io stesso avevo creato che perché mi andasse, infatti in quegli anni ho fatto tre film. Mentre la canzone singola è una cosa spontanea che tu scrivi e che magari fai uscire, l’album è una cosa più pensata e questo è il motivo per cui mi sentivo dentro il Grande Fratello. Io mi sto divertendo a promuovere questo disco, se ti devo dire, onestamente, come andrà, non ne ho la più pallida idea, potrebbe anche andare male, ma in questo momento io mi sto godendo il fatto di averlo fatto, di proporlo, di crederci, di essere appassionato. Se cominci a dire: “Me lo posso godere solo se diventa un grande successo” e poi anche “La tournée se non faccio tutti gli esauriti è finita”, si rovinano i rapporti tra le persone, finisce il bello della vita, perché le aspettative purtroppo distruggono la realtà».

Un artista come te, che ha scritto delle canzoni veramente fondamentali, a proposito di auto aspettative, ha mai sentito la pressione di dover scrivere canzoni a quell’altezza?

«Per un periodo sì, nella prima parte prima decade dei 2000 a un certo punto ero un po’ bullizzato dalle mie canzoni. Per quello poi mi sono fermato, perché mi dicevo che tanto alla fine, qualsiasi cosa faccia, mi parleranno sempre di altri pezzi. La descrizione di un attimo, Due destini, Per me è importante, Amore impossibile, Imparare dal vento….quindi mi sentivo un po’ frustrato da quella sensazione, perché la verità è che uno scrive e racconta il momento che sta vivendo. Gennaio 2016, canzone di questo nuovo disco, io l’ho potuta scrivere soltanto perché quella cosa l’ho vissuta. Quando scrivi musica ti rendi conto che ci sono state delle canzoni che ti hanno permesso di fare quel mestiere nella vita e di andarci avanti magari tanti anni, ma allo stesso tempo gli anni passano e ci sono nuove cose da raccontare. Io non sono più quella persona lì, nel frattempo sono diventato un’altra persona, nel bene e nel male, quelle cose mi appartengono ancora, però ovviamente non rappresentano così tanto da vicino il Federico di oggi».

E allora come fai a capire quando una canzone è pronta per il tuo repertorio?

«Quello che mi interessa è se il discorso che io sto facendo è un discorso autentico, mi interessa molto più che mettere a paragone le canzoni o magari i risultati, che sarebbe ancora più suicida come idea, perché tutti quelli che hanno provato a rifare quello che avevano già fatto, alla fine hanno fatto della musica di merda. Se Springsteen vuole fare un disco più bello di Nebraska ci si può impegnare ma il bello è che oggi fa Streets of Minneapolis, perché racconta l’oggi e quindi quel pezzo ha un senso incredibile, perché è oggi, è proprio quello che è successo oggi che lui sta raccontando come se avesse cercato di fare una cosa imitando quello che aveva fatto in passato. Diciamo che rifare se stessi quando gli anni passano rischia di essere sempre una cosa un po’ triste, sia da fare che da subire».

Ora va molto di più il discografico che ti dice come deve suonare il disco…

«Io penso che questa cosa sia diventata un po’ una sorta di favola nera. ‘Sto fatto del discografico che dice “Devi fare così!” o “Devi fare colà!”: a me sinceramente, nel mio cammino, ‘sta cosa non è mai capitata. Cioè, mi è stato detto di tutto, però un artista poi deve fare lui quello che sente di fare, cioè anche se c’è un altro che ti dice “Fai un’altra cosa”, tu devi difendere il tuo stile, perché è sempre stato così. Io noto che escono tante cose che poi sono spontanee, che non c’hanno questa pressione di cui si racconta, questa sorta di congrega segreta che ti obbliga a fare cose. Io credo che gli artisti si debbano prendere un po’ le loro responsabilità, poi se tu fai l’artista perché invece che esprimerti vuoi avere successo e vuoi fare soldi e vuoi andare in giro con l’orologio e ti vuoi comprare la cosa, allora lì diventi tu che sei il primo a voler cercare una formula che ti permetta di fare tutto questo. Io ti dico la verità; questa cosa qui può succedere, te lo può dire un manager, te lo può dire lo stesso produttore, ma io noto che spesso che quelli che cantano quella roba lì c’hanno altri obiettivi rispetto a fare un discorso onesto, allora è importante anche capire da dove arrivano quegli input, perché se è l’artista stesso che lo vuole non può piangere dopo se non funziona, cioè l’insuccesso è quello e l’insuccesso vero non è quello che tu ottieni facendo quello che veramente ti piace, l’insuccesso è quello che tu ottieni facendo quello che speri che piaccia agli altri».

Secondo te nel cantautorato italiano moderno, c’è una crisi di valori?

«Una certa critica alla società, una certa critica a determinate cose che ci circondano, la trovi sicuramente più nei dischi rap, se tu ascolti il disco di Marracash senti parlare tanto di questa roba, se tu ascolti il disco di rapper più giovane questa cosa la portano avanti. Dove sta un po’ effettivamente mancando è nel pop che è diventata più una musica di intrattenimento, ma quelli sono corsi e ricorsi, è probabile che poi a un certo punto escano delle cose vere, per esempio Tony Pitony è un personaggio che nasce proprio perché va a rompere un sistema tutto fatto di politica ricorretta, questi momenti servono pure a far uscire fuori delle schegge impazzite che in qualche modo ridanno creatività e follia anche a un’arte come la musica, per cui bisogna sempre sperare che determinate fasi, anche di stallo, poi portino a dei momenti di rottura. Io credo che alla fine ci siano un tot di cose buone anche di questa era e che le canzoni abbiano bisogno di tempo per svilupparsi. L’ultima generazione si sta esprimendo e io gli auguro il meglio».

Ti era passato per la mente di proporre un brano di questo disco al Festival di Sanremo?

«Era venuto in mente di proporlo e per un po’ avevamo anche tenuto in piedi quest’ipotesi, poi ci stavano tutta una serie di cose. Poi c’è sempre quella mia insicurezza e ansia di fondo che è la vera ragione per cui io mi sono iscritto almeno 5/6 volte e poi mi sono sempre ritirato, perché purtroppo ho capito che quando poi mi devo mettere in gara, c’è tutto quel discorso della gara delle cose. Purtroppo ho rischiato di non essere in grado di vivere quella cosa con la giusta tranquillità, questo è un mio limite. Io sono stato nel 2000 ed era un Sanremo in cui non ci aspettavamo proprio niente, ci andò benissimo invece, arrivammo secondi. Poi ritornai nel 2008 e in quel momento avevo grandi aspettative, ma andò una merda tutto quanto, al punto tale che mia madre mi fece giurare che io non ci sarei più andato. Questa cosa poi mi ha continuato a bloccare, perché mia madre dopo qualche anno purtroppo è morta, io sono rimasto con ‘sta promessa che avevo fatto a mia madre. Poi ci sono tornato come ospite e mi sono molto divertito, però non ero in gara e quindi ogni volta, prima dell’estate, dico più o meno: “Questo è l’anno!” poi piano piano torno sui miei passi».

Cosa ti piacerebbe che rimanesse di questo disco in chi lo ascolta?

«Le canzoni, sicuramente. Ma anche l’atmosfera generale di libertà, un’atmosfera di dialogo, di sperimentazione musicale, perché ci siamo veramente divertiti».

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