A Tokyo apre il primo parco a tema Pokémon (e per mesi è già sold out). Perché dopo 30 anni Pikachu è ancora ovunque e come tutto ebbe inizio

In Giappone i turisti stranieri, di solito, arrivano con la primavera e la fioritura dei ciliegi. Quest’anno però è probabile che arrivino anche prima. Ad attirarli infatti ci potrebbe essere l’apertura del primo parco a tema Pokémon permanente, il PokéPark Kanto, prevista per giovedì 5 febbraio a Tokyo. Il parco non assomiglia alle grandi macchine dell’intrattenimento globale come Tokyo DisneySea o gli Universal Studios di Osaka: niente montagne russe e spettacoli adrenalinici. L’idea è un’altra, più “Pokémon” nel senso originario del termine. Una foresta da esplorare, popolata da creature che sembrano uscite dal Pokédex: statue e installazioni in scala reale, habitat ricostruiti, piccoli dettagli nascosti tra erba e alberi. Insomma, sembrerà di attraversare in prima persona quel mondo magico immaginato da Satoshi Tajiri ormai 30 anni fa.
Come sarà il PokéPark Kanto
Il parco sorge a Inagi, sobborgo di Tokyo a mezz’ora dal centro, all’interno del più dimesso (e meno patinato) parco divertimenti Yomiuri Land. Occupa 26 mila metri quadrati ed è diviso in due aree principali: Pokémon Forest, una passeggiata immersiva con oltre 600 Pokémon, e Sedge Town, una piazza con parate, giochi da luna park “pokemonizzati”, cibo a tema e un’attrazione che promette di far discutere: un’arena dove assistere a battaglie dal vivo con performer e animatronica.
I biglietti, venduti tramite lotteria, sono già esauriti per mesi: si parte da circa 7.900 yen (circa 43 euro) per un ingresso standard e si arriva a 14 mila (circa 76 euro) per un pass prioritario che permette di saltare le code. La direzione creativa è stata affidata a Junichi Masuda, storico compositore e game designer della serie, tra i nomi che hanno contribuito a definire la grammatica dei Pokémon negli anni d’oro.
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I Pokémon compiono 30 anni: come tutto ebbe inizio
Ma per capire come si è arrivati ad aprire un parco permanente, tutto a tema Pokémon, bisogna tornare indietro di almeno 30 anni. E bisogna fare una premessa: Pokémon è da anni il franchise mediatico più redditizio al mondo. In termini economici, l’intero mondo dei Pokémon vale più di quelli di Harry Potter e Star Wars messi insieme. Ma cosa ne ha determinato il successo?
Negli anni Settanta, in una periferia dell’area metropolitana di Tokyo, allora ancora verde, c’era un bambino che passava i pomeriggi a cercare insetti. Si chiamava Satoshi Tajiri, nato nel 1965 a Machida. Da ragazzino collezionava insetti con una dedizione tale da guadagnarsi il soprannome di “Dottor Insetto”. Quando la crescita urbana ridusse quegli spazi naturali, Tajiri trasformò quella nostalgia in un’idea: ricreare, in forma di videogioco, la sensazione della caccia e della scoperta. Ma con un elemento decisivo: la condivisione.
Il Game Boy e la nascita di Pokémon Rosso e Verde
La scintilla arrivò guardando il Game Boy, la console portatile per videogiochi commercializzata da Nintendo, e il suo cavo Game Link, che permetteva di collegare due console. Tajiri immaginò che dentro quel cavo potessero “muoversi” creature, passare da un giocatore all’altro. Non solo combattere, come accadeva in altri giochi dell’epoca, ma scambiarsi. L’idea infatti era quella di far uscire in contemporanea due giochi molto simili che però avevano al loro interno alcuni Pokemon tra loro diversi. In questo modo, chi aveva uno dei due giochi, per arrivare ad avere tutti i Pokémon, doveva collegarsi via cavo con qualcuno in possesso dell’altro. Così nacque il progetto che, dopo anni di sviluppo, si concretizzò in Pokémon Rosso e Verde, usciti in Giappone il 27 febbraio 1996.
L’anime e le carte collezionabili
Nel giro di pochi anni Pokémon diventò un fenomeno globale, un’ossessione, soprattutto per i millennial, al punto da essere soprannominata “Pokémania“. C’erano i videogiochi, certo. Ma anche l’anime (dal 1997), che trasformò Pikachu in un’icona universale, e che vide protagonista Ash Ketchum, giovane allenatore alle prime esperienze, insieme ai suoi amici Misty e Brock, e soprattutto le carte collezionabili, arrivate già nel 1996 in Giappone e presto nel resto del mondo.
Il secondo boom: Pokémon GO
Poi nel 2016 arrivò il secondo boom. Nell’estate venne rilasciato Pokémon Go, il gioco per smartphone che ha portato i Pokémon nella realtà aumentata. Il gioco funzionò perché fece leva sulla nostalgia e perché c’era un coinvolgimento diretto dell’utente, che per trovare i Pokémon doveva uscire di casa e cercarli nei parchi, nelle piazze, nelle stazioni. Nell’agosto del 2019, a tre anni dal lancio, l’applicazione ha superato il miliardo di download.
La vera miniera d’oro: le carte
C’è però un pezzo del fenomeno che non è mai davvero tramontato e che negli ultimi anni è esploso di nuovo: le carte Pokémon. Il mercato delle carte collezionabili è diventato enorme anche grazie a YouTube e Twitch: dirette in cui si aprono bustine, si cercano rarità, si racconta il valore sul mercato secondario. Tra compravendite, gradazioni professionali, aste online, truffe, rapine, meme virali e veri e propri investimenti, oggi i collezionisti sono tantissimi, di ogni età, e alimentano un mercato che sembra non conoscere crisi.
Pokémon Trading Card Game Pocket
L’ultimo capitolo è Pokémon Trading Card Game Pocket, che riproduce in digitale una parte precisa dell’esperienza: l’apertura della bustina. In meno di due mesi ha generato entrate dal valore di 180 milioni di euro. Un risultato secondo solo a un altro videogioco con gli stessi protagonisti, Pokémon Go che in 31 giorni aveva registrato 200 milioni di dollari. L’applicazione è scaricabile nei principali app store presenti sui dispositivi mobili, di Apple e Google. Essendo free-to-play si può installare in modo gratuito e giocarci anche senza spendere soldi. Ma, come spesso accade, il sistema incoraggia i giocatori ad acquistare nuove carte. L’effetto collaterale del suo successo? Incrementare (di nuovo) le vendite di carte fisiche. A dimostrazione che i Pokémon non sono mai finiti. Hanno semplicemente cambiato forma, come tutti i prodotti di successo.
