Sanremo, Nayt: «Vado al Festival con un brano senza ritornello. Sono folle? No, sono me stesso». L’intervista

Ha 31 anni e il suo vero nome è William Mezzanotte: Nayt è un esemplare unico di rapper nella scena italiana. Perché di natura appartiene alla categoria dei conscious, quelli che utilizzano il rap come metodo musicale per la propria vena poetica intensa, ricercata, significativa, ma il suo nome è anche molto apprezzato tra gli segue il rap da classifica e anche da chi il rap da classifica, materialmente, lo fa. Grande è infatti l’attesa per Io individuo, il nuovo album in uscita il prossimo 20 marzo. Un talento che mette tutti d’accordo, dunque, che abita al confine, spesso superato in agilità, con il cantautorato più impegnato. Al Festival di Sanremo 2026 porterà il brano Prima che, un pezzo dalla matrice sociale, sviluppato con ironia e mestiere. Di certo uno dei candidati al Premio della Critica Mia Martini.
Ci credevi che prima o poi si sarebbe realizzato il desiderio di tanti di vederti a Sanremo?
«Fondamentalmente sì, la grande sfida non era tanto entrare a Sanremo, ma entrarci a modo mio, senza fare un pezzo che strizzasse troppo l’occhio a quella dinamica, a meno che io non volessi farlo, però non era quello che volevo fare come primo step, come prima volta a Sanremo. Il mio ventaglio di possibilità, da un punto di vista musicale, si estende in varie direzioni, ci sono pezzi come Se ne va, Bad Vibes, insomma pezzi che sono molto più cantautorali e meno rap e più semplici da un punto di vista anche testuale, pezzi che potevano essere accolti più semplicemente in questo contesto qui, però, sono sincero, non li avrei mai portati come prima volta, infatti non mi è mai passato neanche per l’anticamera del cervello di proporre un pezzo del genere».
Come mai?
«Perché so che cosa significa, penso di sapere che cosa significa proporsi al grande pubblico per la prima volta con un pezzo che poi non è veramente identificativo del tuo immaginario, di quello che stai facendo e che hai costruito. Da un lato ti fa conoscere non in maniera chiara al pubblico generalista, dall’altro la tua fanbase non si sente più rappresentata, quindi è un arma a doppio taglio se non la usi bene. Quindi per me la sfida era riuscire ad entrarci a modo mio. Poi Sanremo si può fare tante volte nella vita, ci si può evolvere in tanti modi diversi, però sono contento di starci entrando in questo modo».
Ti potrebbe interessare
- Sanremo, Fulminacci: «Un sogno duettare con Fagnani, ma io non sono una belva: sono un procione». L’intervista
- I cantanti del Festival di Sanremo ospiti dal Presidente Mattarella. Intonano “Azzurro”, ma lui non li segue. «Non voglio turbare il coro» – Il video
- Sanremo, Ermal Meta: «Non riesco a voltarmi dall’altra parte, ecco perché al Festival porto una canzone poco furba». L’intervista
Quando hai saputo di essere dentro ti sei detto: “Vado a Sanremo per…”?
«Vado a Sanremo per portare la bellezza in cui credo, come al solito, ma anche per entrare ancora di più dentro il tessuto della società, per quello che riguarda la percezione dell’industria musicale e di quello che faccio come rapper, come cantautore, come artista. Perché, come tutto, Sanremo è uno strumento, non in senso di oggetto da strumentalizzare, però di opportunità da poter sfruttare».
In effetti questa strumentalizzazione è un argomento interessante riguardo Sanremo, perché in pratica si mette in piedi una strumentalizzazione reciproca tra artista e show, che poi è una cosa che sta alla base del concetto di televisione…
«Anche del concetto di rapporto alle volte. C’è sempre un rapporto tra due individui o tra due soggetti. Ecco, secondo me è quando c’è uno squilibrio di strumentalizzazione, che sia un artista, un personaggio, che sfrutta palesemente e spudoratamente certe vetrine o invece è la vetrina, il sistema, ad usare spudoratamente un personaggio, lì c’è qualcosa di poco interessante e poco bello da un punto di vista umano e artistico».
Temevi di ritrovarti in una situazione di questo tipo? Incastrato in una scatola che è dichiaratamente nazionale popolare, un meccanismo che è lontano da quello che è il tuo concetto di musica, che tu preservi molto gelosamente. Tu non ti sei mai concesso nemmeno al rap da classifica, cosa che avresti potuto fare perché godi di una grande stima in quell’ambiente lì, eppure hai sempre scelto un’altra strada….
«Però per me è anche importante esistere nella classifica, esistere nella società, anche nell’ambiente, se vogliamo, nazionale popolare. Il punto è che noi pensiamo che per entrarci bisogna fare così, bisogna esistere in questo modo, bisogna rappresentare questa cosa qua. Ok, permettetemi di provare un’altra strada. A me interessano anche quelle logiche lì, perché sono logiche che ovviamente parlano di un riscontro effettivo e poi di diffusione di quello che fai. Non mi va di fare qualcosa di bello che però resti poi necessariamente di nicchia, e nel frattempo guardare il mercato che schiaccia un certo tipo di bellezza. Però per fare questo ci vuole un percorso un po’ più lungo, graduale, fatto di perseveranza, di impegno e di qualcuno che poi ci crede veramente. E, cavolo, poi i risultati si vedono. Io non mi sarei mai immaginato di fare i palazzetti anni fa, con quello che faccio, è semplicemente un percorso graduale, ci vuole un po’, però non ho paura di disnaturarmi».
Ti era venuto il dubbio?
«So che qualcuno che mi segue può avercela o può avercela avuta, ma non c’è questo pericolo. Sicuramente quando ci si espone di più è più alto il rischio di fraintendimento».
Forse il punto è che un artista come te scrive delle cose così significative che poi scatta una sorta di gelosia, si vorrebbe sempre che certi artisti rimanessero nostri, che non venissero scoperti dal circuito mainstream. Però non si capisce che più musica di qualità sfonda nel mainstream più l’industria è invitata a produrne altra…
«Esatto, bravissimo, infatti è proprio questo il concetto: innescare un meccanismo e poi continuare a farlo muovere in quella direzione lì, molto molto semplice. Poi siamo anche in una società che tende a succhiare energia e sistematizzare tutto quello che genera profitto. Però se uno rimane centrato è, secondo me, un meccanismo positivo».
Come hai fatto a scegliere un pezzo che dicesse qualcosa di te, ma che avesse anche un significato proprio su quel palco?
«È stato veramente super spontaneo, questo pezzo mi è uscito di getto, l’ho scritto tutto in tre ore, in un pomeriggio. Il ritornello mi è uscito nei primi dieci minuti, poi mentre tornavo dallo studio me lo sono risentito un attimo a orecchio fresco e ho detto: “Cavolo, questo pezzo è veramente forte”. Quando mi hanno espresso la volontà di proporre un pezzo per Sanremo ho pensato che questo fosse quello più forte. Ovviamente mi chiedevo se potesse essere accolto a Sanremo un pezzo che non ha neanche un ritornello che “apre”. Non la vedevo semplicissima, però invece poi è andata. Adesso vediamo quando ci sarà l’esibizione».
Secondo te il rap a Sanremo, anche se non fa più notizia, ha la responsabilità di fare quello che nel mercato ormai fa pochino? Tentare di combattere una battaglia, portare delle tematiche sociali?
«Io più che responsabilità parlerei di possibilità. È una scelta. Non bisogna appoggiarsi alla musica e al rap per ottenere un minimo di educazione emotiva, sociale e civile dalla società, perché se ci appoggiamo solo alla musica siamo veramente arrivati alla frutta. E delle volte sembra che il discorso sia questo, ma è veramente semplicistico e stupido. D’altro canto, se ci si deresponsabilizza completamente, si dice “Io faccio soltanto quello che mi va di fare” e non si prende atto come uomini e donne, come persone, come individui, che quello che si fa comunque ha un impatto culturale, economico, sulla nostra società, mi sembra un po’ ingenuo. Quindi secondo me ha senso parlare di possibilità e anche della bellezza di poter abbracciare certe possibilità, di parlare in un certo modo agli altri».
Tu credi che un brano come Prima che, che comunque merita un’attenzione al testo, al concetto, rischia di rimanere affogato dentro una playlist così vasta?
«La possibilità c’è, ma secondo me tutta la dinamica sotto certi punti di vista è un po’ svilente riguardo la musica. Noi in Italia non abbiamo una premiazione, tipo i Grammy, il riconoscimento degli artisti è una gara canora, tu vieni chiamato a Sanremo con la tua canzone e quello è un riconoscimento. Poi che tu vinca, che tu perda, non importa, perché non è una premiazione. Anche perché poi la vittoria o la sconfitta dipendono da come tu te la giochi, quindi che tipo di pezzo porti, come lo esibisci, come ti esponi pubblicamente, anche in base a quello che dici, perché poi è una trasmissione televisiva quindi conta quanto sei simpatico, quanto sei un meme o come ti vesti, sono tante le dinamiche che oscurano un po’ la profondità della musica. Guarda cosa è successo l’anno scorso a Rkomi. Secondo me Rkomi è un grandissimo autore, un grandissimo artista, ed è stato ridotto a un meme. Poi, per fortuna, non solo, però sono tante le dinamiche che entrano in questo tipo di comunicazione, di ambiente e di vetrina».
Quindi il numero elevato di brani in gara non ti preoccupa?
«La quantità delle canzoni forse è tanta, ma è tutto un po’ così questo sistema. Però io non sono giudicante o necessariamente negativo riguardo questo aspetto, cerco di concentrarmi più su come io mi approccio a questa cosa e come posso portare qualcosa di bello, di significativo. Lucio Corsi l’anno scorso ha avuto il successo che ha avuto perché ha costruito un percorso e quando la gente l’ha scoperto è andato ad approfondirlo, ha trovato una coerenza, una profondità, poi può piacere, può non piacere, però è quello che è il racconto che tu fai che dà un senso a tutto quanto».
Come mai De Andrè? Come mai Joan Thiele?
«Nella serata delle cover volevo potermi esprimere da un punto di vista più cantautorale, visto che fa parte anche del mio bagaglio musicale e culturale. Ho fatto tantissima ricerca, mi sarebbe tanto piaciuto portare anche Enzo Carella…».
Con Avincola magari, che ha fatto un gran lavoro su Carella…
«Sì, Avincola ha fatto un gran lavoro su Carella, l’ho visto. La canzone dell’amore perduto è un pezzo che mi ha preso molto da un punto di vista emotivo, musicale, testuale. Ho pensato da subito a Joan Thiele per potermi esibire con una voce femminile, per poter avere questo specchio, questo bel dialogo tra di noi sul palco mi entusiasma, quindi mi sento molto onorato di farlo insieme a lei».
Finisci la frase: “Se vinco Sanremo…”?
«Resto lo stesso».
