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Sanremo, Bambole di Pezza: «Siamo al Festival per un regolamento karmico». L’intervista

16 Febbraio 2026 - 16:14 Gabriele Fazio
La rock band tutta al femminile è stata fondata nei primi anni del 2000 ed è un'istituzione del circuito underground

Si intitola Resta con me il brano con cui le Bambole di Pezza esordiranno al Festival di Sanremo. Carlo Conti per sopperire alla drammatica mancanza di rock della scorsa edizione decide di pescare dall’underground, circuito in cui le Bambole di Pezza sono un’istituzione. Morgana (chitarra solista), Cloe (voce), Dani (chitarra ritmica e cori), Xina (batteria e cori) e Kaj (basso e cori) infatti sono oltre vent’anni che portano avanti il loro concetto di rock vecchia maniera, con la verve della lotta femminista che non scende a compromessi, un progetto unico e di fondamentale importanza. Un’energia che sarà molto interessante capire in che modo si manifesterà sul palco del Teatro Ariston e l’effetto che farà.

Quando avete realizzato di essere tra i 30 big di Sanremo ’26, vi siete dette: “Ok ragazze, andiamo a Sanremo per…“ ?
«Spaccare! Ci teniamo particolarmente a essere una band di donne che suonano. Quindi la nostra idea è quella di trattare quel palco come quelli sudati e vissuti dei nostri live. Sarà diverso perché ovviamente saremo in televisione, però noi ci metteremo quel rock che ci contraddistingue con la nostra attitudine, la nostra grinta e un po’ di sana cazzimma».

Questa è l’unica proposta che avete fatto a Conti?
«Noi avevamo proposto anche un’altra canzone, che sarà un importante pezzo del nuovo disco. Poi ovviamente tra noi e Conti c’è tutta una filiera di management, di discografia…a Conti probabilmente è arrivata solo quella, tante cose noi non le sappiamo».

Una canzone sorprendente sotto diversi punti di vista…
«Molti giornalisti hanno scritto che potevamo fare un pezzo più rock, ma noi in realtà fin dal primo disco abbiamo sempre scritto anche ballate. Ragazzi, andiamo lì con un pezzo che è molto rock nel ritornello, poi chiaramente, essendo una ballad, la strofa magari è un po’ più intensa, delicata».

E vi aspettavate di poter essere in gara?
«Quando abbiamo sentito il pezzo chiuso, finito, con i suoni, con gli strumenti, tutto bello impacchettato, ci siamo dette: “Noi quest’anno andiamo a Sanremo”. Ce lo sentivamo dentro, era la cosa giusta nel momento giusto. Ci sono stati dei regolamenti karmici, vuol dire che sta succedendo quello che deve succedere; altrimenti, con tutto quello che è successo, abbiamo pensato “O andiamo a Sanremo o questo regolamento karmico proprio io non me lo spiego”».

A questo punto non posso fare a meno di chiedervi a cosa vi riferite…
«Una di noi ha perso il lavoro poco prima dell’annuncio, perché prima noi di lavoro non facevamo solo musica ovviamente, tutte avevamo un altro lavoro. Una lavorava con i bambini ma sono cresciuti, vanno al liceo e quando hanno cominciato hanno detto di non aver più bisogno di un’educatrice. Due di noi hanno perso una relazione importante. E non solo: il giorno in cui abbiamo scoperto di Sanremo a una di noi è esplosa la macchina in autostrada. Un regolamento karmico incredibile, una roba mai vista.».

Sarà il karma ma sarà anche che quel palco ve lo siete meritate…
«Certo, fatalismo a parte, va detto che noi sono tanti, tanti anni in realtà che lottiamo, che portiamo avanti la nostra musica, il nostro destino ce lo siamo costruite. E ci teniamo a dirlo perché sia anche un esempio di motivazione per le altre persone: se credi in qualcosa fortemente, sei determinato e crei squadra con i tuoi compagni per arrivare a quell’obiettivo, lo puoi raggiungere. Sanremo era un obiettivo che ci eravamo poste e ci siamo arrivate, per noi è un punto di svolta personale, importante, che noi ci auguriamo possa ovviamente cambiare le nostre vite per vedere il nostro sogno che si realizza, quello di fare le musiciste per professione».

Quindi non era la prima volta che provavate a presentare un pezzo a Sanremo?
«L’anno scorso abbiamo provato a mandare Senza permesso, cui incipit, tra l’altro, dice: “Nessuno ci credeva, chi l’avrebbe mai detto? Io! Che dico sempre quello che penso”. Era una frase che ci sarebbe piaciuto tantissimo dire su quel palco, poi non è andata in porto. Oggi però siamo felici di essere su un palco e poter parlare a un pubblico più ampio di quello che è il nostro solito pubblico adorato. Noi adoriamo i nostri fan, sono la nostra family, speriamo quindi che si allarghi».

Qualcuno, tornando all’opinione dei giornalisti, si aspettava un pezzo più politicamente impegnato…
«In realtà, se lo interpreti come un brano sullo stare insieme in un momento totalmente assurdo e folle, come viene raccontato nella canzone, è un brano politico. La canzone dice “Restiamo insieme, restiamo uniti in momenti come quello che stiamo vivendo, un periodo pieno di odio e di follia”. L’unione è un concetto molto politico in questo periodo; è vero, noi siamo quelle di Mi hai rotto il cazzo, le ribelli, però in un momento storico come questo forse serve unire le cose. Le donne sono sempre state portatrici di una sensazione di pace, tante volte, quando parliamo di ribellione, chi si riconosce è una quota di pubblico che ha bisogno di quella ribellione dentro, i rockettari. Però, volendo parlare a un pubblico più ampio, è bene anche parlare di vulnerabilità. Il testo dice: “Io sono una donna che ha camminato sola”, ognuna di noi ha camminato sola chilometri e chilometri per arrivare a quello che siamo oggi. Anche il fatto di essere cinque donne è un atto politico».

Ecco, a questo proposito, avete avuto la paura in questi due mesi di essere state convocate da Conti per colmare qualche gap? Tipo le band, tipo il rock, tipo, appunto, rappresentare una sostanziosa quota rosa…?
«Alla fine l’importante è che ci siamo. Anche se fossimo la quota rosa, l’importante è esserci, perché è quello il gesto di rottura che il pubblico ha bisogno di vedere. Ha bisogno di vedere una realtà fatta anche di donne musiciste, che suonano, e di donne che magari nessuno, prima di Sanremo, sapeva chi fossero, nonostante abbiamo anni di gavetta alle spalle. Di donne che si sono fatte un proprio percorso nell’underground e da sole, senza l’intervento di qualche mente oscura dietro che ci ha portate a Sanremo. È stato veramente frutto e impegno delle Bambole di Pezza, perché dietro le Bambole di Pezza, in prima linea, ci sono le Bambole di Pezza. Però è importante anche nei discorsi femministi il fatto che ci siano le quote rose, è importante che ci sia e venga protetta quella quota, la quota della femminilità. È una tematica a noi molto cara, e il fatto di essere su quel palco è una rappresentazione per noi fortissima, a cui diamo un sacco di valore».

Speriamo solo che questa tematica non svilisca l’essenza della vostra band: che fate dell’ottima musica.
«Non crediamo sarà un problema. Se qualcuno decide che, in quanto donna, tu sicuramente hai fatto altro per essere dove sei, non gli farai mai cambiare idea. Ma noi non stiamo parlando a loro, noi stiamo parlando ad altre persone, e va bene così».

Perché Cristina D’Avena? E perché Occhi di Gatto, dato che parliamo di un repertorio gigantesco…
«Intanto perché rappresenta un po’ anche la realtà dei nostri concerti, perché se tu vieni a un nostro concerto vedi che c’è letteralmente qualsiasi generazione. Dalla bambina di sei anni fino al signore di cinquanta, a volte anche sessant’anni. Poi lei è molto brava, è una professionista, è una grande cantante, ha praticamente inventato questo genere in Italia. E Occhi di Gatto ovviamente rappresenta la sorellanza, donne fatali ma anche molto streghe. E poi, già vi diciamo che durante la serata cover c’è una sorpresa, quindi state attenti».

Mi butto: sul palco anche i Gem Boy e cantate, a sorpresa, Orgia Cartoon?
«Sì, così il team tecnico della RAI esplode».

Finite la frase: “Se vinciamo Sanremo…”?
«Ci sbronziamo».

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