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20mila soldati per Gaza, Trump spinge la ricostruzione al Board di Pace. L’ultimatum all’Iran: «Accordo entro 10 giorni o attacchiamo» – I video

19 Febbraio 2026 - 17:29 Simone Disegni
Il leader Usa vanta i successi diplomatici ma allunga un'ombra sull'Onu: «Vigileremo che funzioni». Pronti 9 miliardi per la Striscia

«L’Iran non può avere un’arma nucleare, non ci potrebbe mai essere così la pace in Medio Oriente. Di qui a 10 giorni capiremo se potremo trovare un accordo o succederanno brutte cose». È l’ultimatum lanciato da Donald Trump agli Ayatollah dal palco della riunione del Board di Pace convocato a Washington. Un evento pensato per guidare il consolidamento del cessate il fuoco e la ricostruzione a Gaza, ma su cui aleggia lo spettro di un nuovo possible confronto militare in Medio Oriente. Trump ha evocato a più riprese l’opzione militare per risolvere il “problema” Iran – secondo la Cnn gli Usa sarebbero pronti a lanciare un attacco già questo weekend se Trump darà il via libera – in un lungo discorso in cui ha ripetutamente vantato i presunti successi della sua Amministrazione nel mediare e risolvere conflitti ai quattro angoli della Terra. Evocando ciascuno dei “beneficiari” di quest’attività diplomatica, Trump ha voluto far alzare in piedi i leader presenti dei rispettivi Paesi: Armenia e Azerbaijan, Serbia e Kosovo, Cambogia e Thailandia, Congo e Rwanda. Un’ambizione diplomatica «globale» su cui Trump ha chiosato proiettando la sua ombra sull’Onu. «Penso che le Nazioni Unite abbiano davvero un grande potenziale, il Board di Pace vigilerà e si assicurerà che funzionino correttamente. E se l’Onu avesse bisogno di aiuto finanziario, il Board è pronto a intervenire».

Fondi, poliziotti e soldati, il piano Usa per Gaza

Quanto a Gaza, Trump ha annunciato che un gruppo di Paesi aderenti al Board di Pace metterà sul piatto circa 7 miliardi di dollari per la ricostruzione di Gaza, mentre altri 2 saranno raccolti dall’Ufficio per gli Affari Umanitari dell’Onu. Gli Usa dal canto loro finanzieranno il Board di Pace con10 miliardi di dollari, ha annunciato ancora Trump. «Abbiamo portato la pace in Medio Oriente e siamo impegnati perché Gaza sia governata appropriatamente», ha detto il presidente Usa, ricordando come l’unico ostacolo su questa strada sia rappresentato dalle resistenze di Hamas a consegnare le armi come previsto. E tuttavia, ha detto il leader Usa, «penso non sarà necessario entrare a combattere per disarmare Hamas, mi hanno promesso che lo faranno e voglio credere che sarà così». Parlando nel corso della riunione, comunque, il
generale Usa Jasper Jeffers, chiamato a comandare la futura Forza internazionale di stabilizzazione (Isf) ha detto che l’obiettivo è quello di dispiegare sul terreno 12mila poliziotti (proprio oggi soo state aperte le candidature ai palestinesi che vogliano diventarlo) e 20mila soldati. Al momento, ha annunciato Jeffers, cinque Paesi si sono impegnati a mettere a disposizione loro uomini per questa missione: l’Indonesia, che avrà il vice-comando della missine, il Marocco, il Kazakistan, il Kosovo e l’Albania. L’Egitto e la Giordania invece ospiteranno l’addestramento dei futuri poliziotti di Gaza.

Il piano per il dispiegamento della Forza internazionale di stabilizzazione a Gaza secondo la slide mostrata all’evento del Board di Pace dal generale Usa Jasper Jeffers

La base militare per soldati stranieri a Gaza

Gli Stati Uniti progettano di costruire una base militare a Gaza in grado di ospitare sino a 5mila soldati. La struttura dotata di torrette, bunker di sicurezza e magazzini militari dovrebbe sorgere su una superficie di oltre 1,4 chilometri quadrati individuata in una zona arida nel sud della Striscia. Obiettivo di ospitare nel prossimo futuro gli uomini della Forza di stabilizzazione internazionale (Isf), il contingente militare plurinazionale chiamato secondo il piano Usa a monitorare e consolidare il cessate il fuoco nella Striscia di Gaza. A svelare il progetto per la nuova base militare è il Guardian, che cita documenti ufficiali del Board di Pace, l’organismo internazionale voluto da Trump che tiene oggi la sua prima riunione operativa a Washington. Secondo la testata britannica l’area su cui dovrebbe sorgere la base è già stata mostrata ai possibili appaltatori, società di costruzioni con esperienza in zone di guerra. Chi i propri uomini non li manderà saranno invece probabilmente proprio gli Stati Uniti. «Niente stivali americani sul terreno, come ha detto il presidente», ha detto un funzionario Usa al Guardian, rifiutandosi per il resto di commentare sui documenti intercettati.

Board di Pace: chi aderisce, chi “osserva” e chi resta fuori

Leader e ministri di Paesi stranieri – tra cui Antonio Tajani – alla riunione di Washington

Al Board di Pace voluto da Donald Trump per indirizzare la ricostruzione a Gaza – ma potenzialmente pure altri processi di governance mondiale – hanno aderito sin qui una ventina di Paesi. Oltre agli Stati Uniti, la lista comprende Arabia Saudita, Argentina, Armenia, Azerbaijan, Bahrein, Bulgaria, El Salvador, Emirati Arabi Uniti, Giordania, Indonesia, Kazakistan, Kosovo, Marocco, Mongolia, Pakistan, Paraguay, Qatar, Turchia, Ungheria e Uzbekistan. Anche Israele, dopo iniziali titubanze, ha poi aderito al Board: Benjamin Netanyahu ha firmato la relativa documentazione a margine della sua visita alla Casa Bianca della scorsa settimana. L’Anp di Abu Mazen non risulta invece essere stata invitata ad aderire. La natura quasi “privatistica” del Board di Pace – Trump ne è indicato come presidente a vita, e chi vuole avervi un posto a tempo indeterminato deve versare 1 miliardo di dollari – ha spiazzato i governi di mezzo mondo, in primis quelli europei, che tranne poche eccezioni (Ungheria e Bulgaria) hanno sin qui declinato l’invito ad aderire. Dopo settimane di riflessioni l’Italia di Giorgia Meloni ha però deciso di partecipare in qualità di “osservatore”, e con quest’etichetta alla riunione di Washington partecipa oggi anche il ministro degli Esteri italiano Antonio Tajani. Stessa scelta operata da Grecia, Croazia, Cipro e Romania e alla fine anche dalla Germania, mentre l’Ue sarà rappresentata dalla Commissaria al Mediterraneo Dubravka Šuica.

La riunione di Washington e gli annunci di Trump

Alla riunione di Washington, oltre a capi di governo, ministri e alti funzionari dele decine di Paesi presenti (come aderenti o osservatori) ci sono anche il vicepresidente Usa JD Vance, il segretario di Stato Marco Rubio, i due “super-negoziatori” di Trump Steve Witkoff e Jared Kushner, l’ex premier britannico e “super-consulente” Tony Blair e l’Alto rappresentante del Board a Gaza Nikolay Mladenov. Secondo la Cnn, considerato l’affollamento, alla riunione presieduta da Trump “come una riunione di governo” i rappresentanti dei vari Paesi avranno non più di 90 secondi un minuto e mezzo di tempo ciascuno per parlare. Ai grandi annunci, è probabile penserà Trump. Negli scorsi giorni ha anticipato sui social che i Paesi aderenti dovrebbero mettere sul piatto circa 5 miliardi di dollari per finanziare la ricostruzione di Gaza. Dietro le quinte della riunione, è probabile che ministri e funzionari vari cercheranno di capire pure le reali intenzioni degli Usa sull’Iran, dopo che nelle scorse ore si è parlato di un Trump nuovamente sempre più propenso all’opzione di un attacco e perfino di una campagna militare di medio periodo.

La tregua fragile a Gaza e le pressioni Usa

Tende di sfollati palestinesi sulla spiaggia di Gaza – 10 febbraio 2026 (Ansa/Epa/M. Saber)

A Gaza la guerra scoppiata con la strage nel sud di Israele del 7 ottobre e che ha causato oltre 70mila vittime palestinesi secondo il ministero della Salute locale si è chiusa formalmente il 13 ottobre 2025. Quel giorno è entrato in vigore il cessate il fuoco mediato da Usa, Qatar ed Egitto e annunciato in pompa magna da Trump stesso. La tregua però è sempre rimasta fragilissima, preda di equivoci, resistenze e sospetti incrociati. Da quel giorno Israele ha ritirato le sue forze dietro una “linea gialla”, mantenendo così un perimetro di sicurezza nella Striscia. Nella parte lasciata libera dalle truppe Idf, Hamas ed altre milizie palestinesi hanno ripreso il controllo del territorio, armi in mano (anche negli ospedali, secondo quanto denunciato da Medici senza Frontiere). Il piano Trump prevedrebbe la riconsegna delle armi da parte di Hamas e la cessione di ogni potere amministrativo ad un Comitato tecnico palestinese. Ma il gruppo terroristico punta i piedi, insiste per mantenere quanto meno le armi leggere per continuare a presidiare la Striscia. E Israele a queste condizioni rifiuta di aprire la strada ai passi successivi del piano: primo fra tutti, lasciar entrare nella Striscia il Comitato tecnico palestinese formato a gennaio e guidato dall’ex funzionario dell’Anp Ali Shaath. Usa, Qatar ed Egitto continuano a premere però sulle due parti perché rispettino gli impegni e il piano di pacificazione e ricostruzione della Striscia possa partire.

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