Il tesoro di Michelangelo: «20 opere ritrovate»

L’artista Michelangelo Buonarroti ha portato con sé un mistero dopo la sua morte. Quello delle sue opere: centinaia di bozzetti, cartoni, cere, disegni, sanguigne, sculture che teneva nella sua casa di Roma. E che sono scomparse. Secondo il suo biografo ufficiale Giorgio Vasari nella casa di via Macel de’ Corvi le bruciò lo stesso Michelangelo prima di morire. Ma a quanto pare non è vero. Una ricercatrice indipendente romana, Valentina Salerno, ha ricostruito cosa accadde nell’ultimo periodo della vita di Buonarroti. Consultando e confrontando documenti di 500 anni fa che si trovavano nell’Archivio di Stato del Vaticano.
Le ultime opere di Michelangelo bruciate?
E, spiega oggi Il Messaggero, grazie allo studio è stato possibile determinare l’intera filiera storica di almeno una ventina di opere finora sconosciute o non attribuite a lui. Secondo la storica dell’arte Michelangelo nel 1564 decise di non distruggere tutto. Anzi, proprio per proteggere il suo testamento artistico, chiamò allievi e amici. Affidando loro il compito di non disperdere le opere. Che vennero portate in un cubicolo segreto. IL 18 febbraio 1564, dopo la morte dell’artista, il notaio Francesco Tommassino – chiamato per l’inventario – trovò solo tre statue e qualche cartone.
Il cubicolo
Lo studio di Valentina Salerno dal titolo “Michelangelo gli ultimi giorni”, sostenuto dai Canonici Regolari Lateranensi del Santissimo Sacramento e dal professore Michele Rak, ha dato il via a un comitato scientifico grazie al cardinale Mauro Gambetti. Tra loro William Wallace, storico dell’arte alla Washington University of Saint Louis, Hugo Chapman, curatore del dipartimento stampe al British Museum, Barbara Jatta dei Musei Vaticani, Cristina Acidini dell’Accademia delle Arti di Firenze, Alessandro Checchi direttore della Fondazione Buonarroti e lo storico della Fabbrica di San Pietro, Pietro Zander. Il 5 febbraio scorso è stato battuto all’asta un bozzetto del piede della Sibilla Libica. Un disegno di 10 centimetri per 13 è stato pagato 27 milioni di dollari. E nessuno ne conosceva l’esistenza.
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L’autenticità certificata
Dopo sei mesi di indagini è stato confermato che quel tratto poteva essere solo di Michelangelo. Gli storici di Christie’s che hanno firmato l’expertise sono arrivati a queste conclusioni seguendo – a grandi linee – la traccia di attribuzione individuata nelle sue ricerche anche da Salerno. «Vedendo quell’asta ho avuto un tuffo al cuore. Effettivamente quel piccolo disegno è di Michelangelo e ci sono tutti i passaggi che naturalmente anche io ho ricostruito nel dettaglio, comprese alcune tappe d’attribuzione che paradossalmente mancano alla casa d’aste. Per me è una gioia», dice oggi lei al quotidiano.
La stanza segreta
Secondo la ricercatrice dai suoi stretti collaboratori bisogna ripartire «per risalire al contratto di spoliazione di Blasio Betti, con il passaggio delle chiavi della famosa stanza segreta, il cubicolo, in cui Michelangelo aveva fatto arrivare il suo tesoro per non farlo cadere nelle mani di chi non riteneva all’altezza. Dalle carte, infatti, risulta evidente una frattura, avvenuta dopo la morte del Maestro, tra Roma e Firenze». Salerno spiega che «uno dei documenti ritrovati descrive l’esistenza di una stanza in cui vennero nascosti dei beni dagli allievi di Michelangelo, una stanza segreta che conteneva materiale tanto prezioso da prevedere un sistema di chiavi multiple per la sua apertura. La scoperta di questo documento originale è il vero tesoro, perché ricollega tutta una serie di dati e apre prospettive inedite su Michelangelo stesso».
La stanza vuota e la maledizione
«La stanza comunque è vuota da oltre 400 anni. Il documento rinvenuto crea un punto di snodo essenziale per ricostruire il viaggio di queste opere». Le opere in circolazione sono «di sicuro molte e per di più eterogenee. Mi sono dedicata a rintracciarne alcune concentrandomi soprattutto su quelle conservate in chiese e musei, perché chiaramente hanno spesso una linea documentale più chiara e tracciata. È come se il tesoro perduto di Michelangelo portasse con sé una sorta di maledizione. Lui stesso dovette elaborare questo raffinato piano proprio per metterle in salvo dagli appetiti, dalla rapacità di potenti e collezionisti dell’epoca che l’avrebbero disgregata e paradossalmente l’avrebbero scollegata dal suo autore originario. Questo in parte è accaduto e potrebbe accadere ancora oggi. L’umanità si divide essenzialmente in custodi e predatori, grazie ai custodi di ieri e di oggi questa storia può essere raccontata di nuovo. Mi auguro quindi che le potenzialità anche economiche di questa vicenda possano seguire la via della chiarezza documentale, della scientificità dei dati e dell’etica».
