Sanremo, Sal Da Vinci: «Vogliono infastidirmi, ma per me essere neomelodico non vuol dire essere trash». L’intervista

Sono passati 17 anni dall’ultima volta su quel palco, l’Ariston, nel frattempo Sal Da Vinci è diventato una nuova istituzione della scena cantautorale partenopea. Qualcuno lo definirebbe neomelodico, provando a mettere in evidenza il lato più popolare, considerato (sbagliando) meno intellettuale, della sua musica. Ci stanno provando anche con questa Per sempre sì, il brano con cui gareggerà al Festival di Sanremo, ma lui, lo dice nell’intervista sotto, non fa una piega: «Non credo proprio che riuscirà mai nessuno a farlo, ho le spalle larghe, faccio questo mestiere da quando avevo sette anni, sai quante ne ho viste!». In attesa di tornare sul palco dell’Ariston il cantautore classe 1969, italiano ma nato a New York perché il padre, anche lui cantante, in quel periodo era in tour negli Stati Uniti, si gode l’ininterrotto successo di Rossetto e caffè, il brano che lo ha portato ad una dimensione moderna del successo, una dimensione virale e potentissima. Tanto potente da meritarsi una nuova chiamata da Carlo Conti.
Come ti stai vivendo questo pre-festival?
«Bene, è un’esperienza sicuramente forte. L’avevo già provata una cosa simile, nel 2009, ma credo che questa edizione sia diversa da quella. Quella fu forte sotto certi aspetti, questa ancora più incisiva, perché arriva inaspettatamente e miracolosamente, dopo un periodo così intenso».
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Effettivamente Rossetto e caffè ha avuto un successo incredibile…
«Il mio primo direttore artistico della Dischi Ricordi, una casa discografica storica, oggi naturalmente non esiste più, mi disse una frase: “Una canzone può cambiare la vita” e infatti ho scritto una canzone che mi ha cambiato la vita. Non che le altre non siano state interessanti o importanti per me, ci mancherebbe altro, però la risonanza che ha avuto questa canzone non l’ha avuta neanche quel terzo posto a Sanremo. E allora questo Sanremo lo voglio vedere come una specie di premio dopo tanta gavetta. Io sono un artista che viene dal basso, anche la mia canzone è venuta dal basso, non è partita da quelle dinamiche che conosciamo tutti. È sempre il pubblico che decide e io, lo ripeto sempre, sono un artista popolare, faccio musica pop. E sono fiero di essere un artista popolare, quindi, quale migliore occasione di una festa popolare, bella come Sanremo?».
Molti artisti sviluppano un rapporto di amore/odio con le proprie hit, a te come va con Rossetto e caffè?
«Un rapporto perfetto: un giorno uso il rossetto, l’altro giorno il caffè. Sto a metà strada. È una canzone che naturalmente devo ringraziare, è riuscita da sola a farsi piacere, ad entrare nel cuore di tante persone. E non è un fenomeno solo italiano, la cosa curiosa è sentire la tua canzone quando vai a Zanzibar e i ragazzi che lavorano lì la cantano e vogliono incontrarti. O magari in Nuova Zelanda la senti cantare al pianobar. La musica alle volte è così potente che tu non lo puoi immaginare. Ci sono tante altre canzoni che io ho scritto, magari canzoni che in Italia hanno un successo pazzesco, ma non riescono ad andare oltre i confini nazionali, però sono sempre belle. Poi ci sono delle canzoni che tu non te lo spieghi e fanno un rumore assordante, come questa. Pensa che Rossetto e caffè sono quasi due anni che è nella top 100 di Spotify e nella top 100 della Fimi. Se qualcuno mi avesse detto due anni fa: “Ascolta, sta per arrivare questo successo incredibile”, io avrei risposto: “Grazie, veramente, di cuore, di questo complimento”, ma sinceramente sarebbe rimasto solo un complimento, un augurio».
Quando hai saputo che saresti stato nel cast di Sanremo ti sei detto: “Adesso vado a Sanremo per…”?
«No, io non mi sono detto niente, è scoppiato subito l’entusiasmo e subito dopo è partita l'”adrenalinansia”, una sensazione positiva mista di adrenalina e ansia. Ma non è che vado lì per fare un combattimento, io vado lì a portare la mia musica, danzando in punta di piedi».
Dopo i preascolti nel tuo caso molti hanno parlato di neomelodico, inteso come trash.
«Bisogna fare chiarezza su questa cosa, specie per quelli che non vivono a Napoli o nel sud Italia. Che vuol dire la parola “neomelodico”? Perché io questa cosa non l’ho mica capita, perché uno la interpreta in un modo, l’altro la interpreta in un altro, come dicevi tu c’è anche questa sottile allusione al fatto che sia musica “trash”. La parola stessa vuol dire “nuova melodia”, non vuol dire targhettizzare o ghettizzare qualcosa, è una musica passionale, è una musica che racconta delle storie. Poi, come anche nella musica italiana, ci sono dei profili molto bassi e ci sono profili un po’ più ricercati. Ma vorrei capire qual è il significato per un giornalista. Quando sono andati gli Elio e le Storie Tese con La terra dei cachi e hanno fatto cantare l’Italia con “Italia sì, Italia no”, anche quella era una furbata forte, no?».
Insomma, ti hanno fatto arrabbiare?
«Mi hanno fatto sorridere. Ho letto “Sal porta il neomelodico, bla, bla bla”, “Sal è neomelodico bla, bla bla”, ma innanzitutto io non ho niente contro i neomelodici, perché Sal è passionale, Sal è carnale, Sal è popolare, e quindi se mi si affibbia il termine neomelodico io mi sento felice. Altrimenti se intendono l’altra cosa, il trash, allora io devo chiamare neomelodico Renato Zero che ha scritto con me un intero album e ha duettato con me, io devo chiamare neomelodica Ornella Vanoni, perché io ho scritto per Ornella Vanoni e ha duettato con me, io devo chiamare neomelodico Gaetano Curreri, perché lui ha scritto con me e ha duettato con me, e allora devo chiamare neomelodica Ana Carolina, che è una delle artiste brasiliane più in voga, che io ho scritto per lei e lei ha duettato con me in portoghese, io devo chiamare neomelodici tanti altri artisti che hanno duettato con me. Quindi anche Carlo Verdone è un neomelodico, anche Alberto Sordi è un neomelodico, perché io sono stato coprotagonista di film di Carlo Verdone e di Alberto Sordi, quindi anche Sergio Leone che mi ha diretto è un neomelodico, siamo tutti un po’ neomelodici, se la vogliamo mettere così».
Dici che l’intento era colpirti?
«Magari vogliono in qualche modo disturbare, ma io non credo proprio che riuscirà mai nessuno a farlo, ho le spalle larghe, faccio questo mestiere da quando avevo sette anni, sai quante ne ho viste! Io vado a Sanremo per cantare la mia canzone, la porterò con leggerezza, mi divertirò e spero che possa entrare nel cuore di tutti. Poi io non sono molto legato alla questione voti, sono legato al popolo, perché è quello che fa la differenza, è sempre il pubblico che decide la sorte di un artista, se comprare un tuo biglietto. E i miei li comprano da cinquant’anni. Adesso vengo da un periodo di ventisette date al Teatro Augusteo, quanti possiamo fare ventisette date di tutto esaurito in un teatro? Io lo faccio da ventitré anni».
Finisci la frase: “Se vinco Sanremo…”?
«Ho un sacco di debiti perché ho promesso un sacco di cose. Addirittura uno ieri sera mi ha detto “Se vinci Sanremo mi devi regalare una Ferrari!”. Preferisco arrivare secondo a questo punto».
