Sánchez contro Trump, scontro totale Spagna-Usa: «No alla guerra, ricordi come andò in Iraq?». E il silenzio di Merz ora è un caso – I video
È scontro aperto tra Spagna e Stati Uniti sulla guerra in Iran. Stamattina il premier Pedro Sánchez è salito sul palchetto degli annunci ufficiali della Moncloa, la sede del governo di Madrid, per rispondere per le rime a Donald Trump. Ieri il presidente Usa aveva ringhiato contro la Spagna per il suo rifiuto a concedere l’uso delle basi agli aerei da guerra americani, minacciando di tagliare ogni rapporto commerciale: «Hanno persone fantastiche, ma non hanno una grande leadership. Per il resto, non hanno assolutamente nulla di cui abbiamo bisogno. Quindi taglieremo ogni commercio con la Spagna», ha detto Trump dopo aver accusato Sánchez di essersi comportato in modo «ostile». Madrid non sembra essersi fatta turbare più di tanto dalle minacce del leader Usa, sullo schema ormai noto – ma finito spesso nel nulla – della coercizione con dazi “ad personam”. La Spagna fa parte del mercato unico, dunque per i rapporti commerciali è protetta dall’Ue oltre che dal diritto commerciale internazionale, e comunque – ha rimarcato subito il governo di Madrid – «dispone delle risorse necessarie per mitigare potenziali impatti, sostenere i settori colpiti e diversificare le catene di approvvigionamento».
Il «no alla guerra» della Spagna
Sánchez, nel frattempo, si è studiato la «vera» risposta a Trump, letta solennemente questa mattina. Una sfida diretta e tutta politica alle scelte dell’Amministrazione Usa. «La posizione della Spagna è la stessa che in Ucraina o a Gaza. No allo strame del diritto internazionale che ci protegge tutti, specialmente i più indifesi, le popolazioni civili. No all’idea che i problemi del mondo si possano risolvere solo con conflitti e bombe. No a ripetere gli errori del passato. Insomma la posizione della Spagna si riassume in quattro parole: NO ALLA GUERRA» (maiuscolo nel tweet di accompagnamento di ulteriore sfida a Trump). Raddrizzando ulteriormente la schiena di fronte alle minacce di Trump, Sánchez non solo si erige definitivamente a «grande antagonista del presidente degli Stati Uniti», come nota El Paìs, ma rievoca una ferita ancora dolorosa per i conservatori tanto spagnoli quanto americani: la guerra in Iraq lanciata nel 2003 con la menzogna all’Onu sulle presunte «armi di distruzione di massa» negli arsenali di Saddam Hussein e trasformatasi in un conflitto senza uscita con quasi 5mila soldati occidentali (in primis americani) uccisi da guerriglia e attentati. A sostenere l’avventura di George W. Bush furono allora in primis il Regno Unito di Tony Blair e la Spagna di José María Aznar, oltre all’Italia di Silvio Berlusconi.
Il precedente dell’Iraq e la bussola del diritto internazionale
«Il mondo è già stato qui prima. 23 anni fa, un’altra Amministrazione Usa ci portò in una guerra ingiusta», ha ricordato Sánchez. «La guerra in Iraq generò un drastico aumento del terrorismo, una grave crisi migratoria ed economica», insomma, «un mondo più insicuro e una vita peggiore». E se a qualcuno venisse il dubbio che quel chiaro “no alla guerra” sia un peccato di ingenuità di un governo europeo di sinistra che vive nella bambagia, Sánchez già para il colpo. Al contrario, «l’ingenuità è pensare che la soluzione sia la violenza, o pensare che governare significhi accodarsi in modo cieco e servile». Tanto in Europa quanto negli stessi Stati Uniti, avevano già fatto notare da Madrid nei giorni scorsi, serpeggia già l’opposizione a questa nuova avventura militare cui la Spagna dà semplicemente voce – in conformità al diritto internazionale. «Non siamo soli, il governo sta con chi deve stare, coi valori della Costituzione, dell’Ue, della carta dell’Onu, con la pace. Milioni di persone in tutto il mondo stanno con la pace e la prosperità». Due valori, ancora una volta, che Trump ha detto infinite volte di voler portare all’America e al mondo, salvo poi agire in direzioni ben più rischiose.
Il silenzio di Merz alla Casa Bianca e la solidarietà Ue
Lo scontro Usa-Spagna ha generato però anche una coda di velenosa polemica tra Madrid e Berlino. Perché quando Trump ha proferito le sue minacce di “embargo commerciale” alla Spagna, si trovava seduto nello studio della Casa Bianca con il cancelliere tedesco Friedrich Merz. Che di fronte ai giornalisti schierati non ha osato dire una parola in difesa dell’alleato europeo. Anzi, ha perfino in parte spalleggiato Trump sulla ritrosia di Madrid a investire nelle spese militari così come promesso a giugno dagli altri Paesi europei: «Stiamo cercando di convincere la Spagna a mettersi in pari con il 3-5% del Pil concordato alla Nato», ha detto Merz. Oggi il ministro degli Esteri di Madrid José Manuel Albares ha detto di essere rimasto «sorpreso» dalla mancata solidarietà di Merz di fronte alle minacce di Trump, sentimento trasmesso direttamente nelle scorse ore al governo tedesco. Ad aprire un ombrello di protezione della Spagna è stata invece la Commissione europea, che oggi ha detto di essere pronta a garantire «la piena tutela degli interessi dell’Ue. Siamo pienamente solidali con tutti gli Stati membri e tutti i loro cittadini e, attraverso la nostra politica commerciale comune, siamo pronti ad agire».
