La premio Nobel iraniana Ebadi: «La guerra ha provocato gioia nel paese. Dopo la fine del regime, un referendum per la transizione»

«In Iran, quando sono stati uccisi i comandanti del regime, molte persone sono scese in strada a festeggiare. Si congratulavano tra loro e ballavano». Con queste parole la premio Nobel per la Pace Shirin Ebadi ha descritto la reazione di una parte della popolazione iraniana alla morte dei vertici del potere religioso, nel corso del suo intervento in videocollegamento alla Camera dei deputati.
Ebadi è intervenuta durante il convegno «Finché non saremo libere, la lotta delle donne iraniane è anche nostra», che si è svolto oggi, lunedì 9 marzo, nella Sala della Regina di Montecitorio. L’iniziativa è stata organizzata nel contesto delle celebrazioni della Giornata internazionale della donna e nel ricordo dei quasi ottant’anni dal primo voto delle donne in Italia alle elezioni amministrative del 1946. L’incontro è stato aperto dalla vicepresidente della Camera Anna Ascani e al dibattito hanno partecipato la stessa Ebadi, collegata in videoconferenza, l’attivista Shady Alizadeh, la giornalista Cecilia Sala e il giornalista Gianni Riotta. La prima ad intervenire è stata proprio Ebadi, avvocata iraniana e premio Nobel nel 2003, incarcerata in passato dal regime, che ha dedicato gran parte del suo intervento alla situazione politica e militare del suo Paese e alle conseguenze della guerra in corso.
La gioia nel paese
Secondo Ebadi, le radici del conflitto attuale risalgono in realtà a molto tempo fa, ovvero alla nascita della Repubblica islamica nel 1979. «Dopo la rivoluzione – ha spiegato – il governo iraniano ha dichiarato che la propria politica estera era eliminare Israele e cacciare gli Stati Uniti dalla regione». In questo quadro, ha aggiunto, negli anni sono stati sostenuti e armati gruppi militanti, tra cui Hezbollah. Finché «la mattina del 28 febbraio, con un attacco, è iniziata una guerra tra l’Iran e i due Paesi», ha raccontato Ebadi, e già nel primo giorno di conflitto sono stati uccisi importanti comandanti del regime, tra cui la guida suprema Ali Khamenei.
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«Un evento che normalmente provoca dolore – ha detto – ma in Iran, considerando i crimini di questo regime, ha suscitato gioia». Secondo la sua testimonianza – e come mostrato anche da numerosi video diffusi sul web – in diverse città le persone sarebbero scese in strada per festeggiare. «Si congratulavano tra loro e ballavano», ha spiegato. Al contrario, in alcune comunità sciite della regione, come in Pakistan e in Libano, sarebbe stato osservato il lutto per la perdita di quella che veniva considerata una guida religiosa.
La povertà diffusa
Poi Ebadi è entrata nel merito dei danni che il conflitto ha arrecato alle infrastrutture iraniane. Nella seconda settimana di combattimenti, ha raccontato, sono stati colpiti impianti petroliferi e, secondo la Mezzaluna Rossa iraniana, in alcune aree l’aria sarebbe diventata pericolosa per i polmoni, con il rischio di piogge acide. Il che ha ulteriormente peggiorato una situazione economica e sociale interna già compromessa. «Secondo le statistiche, già prima della guerra il 75 per cento della popolazione viveva sotto la soglia di povertà», ha affermato, “merito” anche della corruzione amministrativa e delle appropriazioni indebite che hanno caratterizzato la gestione del regime teocratico. Una situazione che ha generato negli anni un forte malcontento popolare, sfociato in proteste diffuse.
«Nel dicembre 2025 il popolo è sceso in piazza ed è stato colpito da proiettili e imprigionato», ha raccontato, citando stime che parlano di oltre trentamila vittime. La Nobel ha quindi spiegato che proprio questo contesto di repressione e crisi economica fa comprendere perché parte della popolazione abbia reagito con sollievo alla morte dei comandanti del regime. La popolazione civile, ha denunciato Ebadi, resta intanto esposta ai bombardamenti. «Gli uffici pubblici sono semichiusi, internet è interrotto e non esistono rifugi o sistemi di allarme», ha spiegato. «L’unico modo per sapere dove rifugiarsi sarebbe internet, ma il popolo non lo ha».
Le vittime accertate
Secondo le cifre citate nel suo intervento, i morti civili sarebbero già circa 1.500, con centinaia di feriti. Tra le vittime anche molti minori. In base ai dati dell’UNICEF del 5 marzo, circa 180 bambini sarebbero stati uccisi, tra cui 108 studentesse morte nel bombardamento di una scuola femminile nella città di Minab. La guerra, ha aggiunto, sta aggravando anche la crisi economica: la distruzione di impianti industriali e fabbriche sta lasciando molte persone senza lavoro. «Questo regime non è stato scelto dal popolo», ha quindi sottolineato la Nobel. «Perché i cittadini devono essere puniti?», si chiede. Poi – interrogata da Riotta sul futuro politico del Paese – Ebadi ha affermato quanto la soluzione alla crisi passi dalla fine della Repubblica islamica e da una transizione democratica.
Referendum dopo la guerra
L’opposizione iraniana, ha sottolineato, è divisa oggi tra chi sostiene il ritorno della monarchia guidata dal principe ereditario Reza Pahlavi e chi invece preferisce una repubblica laica. Entrambe le posizioni chiedono in ogni caso la caduta dell’attuale regime. Secondo la Nobel, lo stesso Pahlavi avrebbe dichiarato di voler guidare una fase di transizione dopo la caduta della Repubblica islamica. Il futuro assetto del Paese, ha sottolineato Ebadi, dovrebbe ora essere deciso attraverso un referendum supervisionato dalle Nazioni Unite in cui tutto il popolo possa essere chiamato ad esprimersi liberamente.
Non a caso, nel finale del suo intervento, Ebadi ha lanciato un appello alla comunità internazionale: «Non giudicate l’Iran per questi 47 anni di Repubblica islamica. Abbiamo più di tremila anni di storia e civiltà. Siamo un popolo pacifico – ha concluso – e siamo certi che la luce trionfa sempre sulle tenebre».
