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L’uranio e le tre isole: così Donald Trump può far finire “presto” la guerra in Iran

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Il presidente cerca una exit strategy dalle conseguenze economiche del conflitto. Potrebbe conseguire un'importante vittoria militare contro gli ayatollah colpendo due obiettivi. Eccoli

Per Donald Trump la guerra in Iran è «praticamente conclusa». E cosa manca agli Stati Uniti e a Israele per dichiarare la vittoria? Mentre c’è chi, come il professor Michael Walzer, fa notare che il presidente degli Stati Uniti «sta cercando evidentemente una exit strategy, dichiarando una falsa “vittoria”, perché ha commesso un errore madornale con questa guerra insostenibile», emergono due modi per conseguire un’importante vittoria militare contro gli Ayatollah. Uno è rendere inutilizzabili le sue scorte di uranio. L’altra è occupare le tre isole iraniane situate in posizione strategica nel Golfo Persico. Abu Musa, la Piccola e la Grande Tunb hanno un ruolo di rilievo perché si trovano non lontane dallo Stretto di Hormuz da cui transitano le petroliere.

Le conseguenze economiche della guerra

Le parole di Trump di ieri hanno avuto un effetto sui mercati. Nelle contrattazioni elettroniche after-hours, il greggio Brent è sceso brevemente sotto gli 84 dollari al barile. Intorno alle 20:10 GMT, era in calo dell’8,68% rispetto alla chiusura, a 90,93 dollari. Il suo equivalente statunitense, il greggio WTI, è sceso del 5,71% a 89,36 dollari al barile intorno alle 22:30 GMT, pochi minuti dopo l’apertura del mercato al Chicago Mercantile Exchange (CME). In precedenza, il greggio Brent era salito a 119,50 dollari e il WTI a 119,48 dollari, superando i 100 dollari per la prima volta dal 2022 e dalle conseguenze della guerra in Ucraina.

Dopo aver perso oltre l’1%, Wall Street ha chiuso in rialzo. Intanto però l’Ue teme la stagflazione: la Commissione europea ha lanciato l’allarme per un grave shock stagflazionistico in caso di un conflitto prolungato in Medio Oriente, ovvero una situazione che combina stagnazione dell’attività economica e alta inflazione.

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Il sito di Isfahan in Iran

L’ exit strategy di Trump

E allora le parole di Trump, secondo Michael Walzer, potrebbero semplicemente costituire una exit strategy da un conflitto che rischia di diventare un guaio. Il professore che ha scritto “Guerre giuste e ingiuste” nel 1977 spiega oggi a Repubblica che il presidente «ha commesso un errore madornale con questa guerra insostenibile. A maggior ragione davanti allo spettro di una gigantesca crisi energetica che farà aumentare i prezzi, il gas e la benzina, infuriando i suoi elettori a pochi mesi dal cruciale voto di Midterm. La base populista Maga già ribolle e potrebbe presto ribellarsi. La sua amministrazione è spaccata, basti sentire quanto ha fatto intendere il segretario di Stato Marco Rubio nel weekend: “Israele ci ha trascinati in questa guerra”».

Usa e Israele

Secondo il professore oggi Netanyahu, che con Israele ha portato gli Usa in guerra, sta «sudando freddo». E il presidente potrebbe tradirlo: «Trump è un narcisista. Pensa solo a se stesso. È e sarà sempre un alleato inaffidabile. Anche per Israele, per cui la minaccia dell’Iran è esistenziale. Così come Trump si dimostrerà inaffidabile per i milioni di iraniani che vedono in lui il liberatore da un regime tremendo e sanguinario. Finirà come con il Venezuela: rimozione del leader a parte, nel Paese non cambierà niente. Altro che libertà e democrazia».

Una strategia per ottenere risultati ci sarebbe, ma è troppo dispendiosa per Washington: «L’Iran è un Paese molto più forte, resistente e ancora dominato dalla repubblica islamica. Dovrebbe attaccarlo massicciamente e su più fronti per compiere una rivoluzione, ma dubito seriamente che lo faccia. Anche perché non so quanto la popolazione iraniana, per quanto si apponga ad ayatollah e pasdaran, sia disposta a vivere continuamente sotto le bombe. Perciò credo che in questi giorni le rivolte degli attivisti democratici siano state limitate, rispetto al passato».

«Molto peggio dell’Iraq»

In questa situazione l’Iran potrebbe diventare un altro Iraq per gli Stati Uniti. Anzi, peggio: «Questo è un regime molto più ideologico e fanatico di quello di Saddam. Sanno che hanno il potere di fermare la guerra di Trump e Israele scatenando una crisi energetica globale che l’Occidente non può permettersi, visto anche quanto accade in Ucraina. E dovesse esplodere un conflitto civile in Iran sarebbe incontrollabile per gli americani». Ma soprattutto, questa non è una “guerra giusta”: «Se i raid israelo-americani dell’anno scorso contro gli impianti nucleari potevano esserlo, vista la minaccia imminente ed esistenziale dell’Iran contro Israele, questa invece è una guerra preventiva. Non giusta».

L’uranio

Per vincerla gli Stati Uniti potrebbero cercare di conseguire un’importante vittoria militare, che anche simbolicamente metta in sicurezza la regione dagli attacchi degli ayatollah per i prossimi dieci anni almeno. Per questo c’è l’idea di una missione congiunta con Israele per mettere in sicurezza l’uranio di Teheran. L’intelligence Usa sorveglia costantemente l’impianto di Isfahan e ritiene di essere a conoscenza di eventuali tentativi iraniani di trasferire l’uranio arricchito. I funzionari statunitensi stanno discutendo da diverse settimane su come mettere in sicurezza l’uranio. L’inviato statunitense Steve Witkoff, uno dei principali negoziatori durante il recente ciclo di colloqui, ha dichiarato che i principali negoziatori dell’Iran si vantavano di avere abbastanza uranio altamente arricchito per costruire 11 bombe nucleari.

La missione congiunta

Secondo Axios durante un briefing al Congresso di martedì al segretario di Stato Rubio è stato chiesto se l’uranio arricchito dell’Iran sarebbe stato messo in sicurezza. «Bisognerà andare a prenderlo», ha risposto, senza specificare chi. L’amministrazione ha discusso due opzioni: rimuovere completamente il materiale dall’Iran oppure far intervenire degli esperti nucleari per diluirlo in loco. La missione coinvolgerebbe probabilmente operatori speciali insieme a scienziati, forse dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica. E ci vorrebbe un’operazione militare che rischierebbe comunque molte perdite. Ma porterebbe a poter dichiarare vittoria e la fine di una guerra che rischia di avere conseguenze gravissime per l’economia Usa e mondiale nel medio periodo.

Una immagine cartografica dello Stretto di Hormuz tratta da Google Maps. Lo stretto divide la penisola arabica dalle coste dell’Iran, e mette in comunicazione il Golfo di Oman a sud-est, con il Golfo Persico ad ovest. GOOGLE MAPS

Le tre isole

Un’altra ipotesi è quella dell’occupazione delle isole iraniane che si trovano in posizione strategica nel Golfo Persico. Il Fatto Quotidiano ricorda oggi che Abu Musa, la Piccola e la Grande Tunb, non lontane dallo Stretto di Hormuz, sono state cedute nel 1971 all’Iran dal Regno Unito. Prendendone possesso gli Usa potrebbero controllare il traffico marittimo nel Golfo. E privare i pasdaran di uno strumento di ricatto. A dicembre 2025 le sei monarchie del Golfo avevano criticato l’Iran per la gestione delle isole chiedendo di risolvere le questioni davanti alla Corte internazionale di Giustizia. La leadership iraniana aveva rifiutato. Adesso quelle tre isole potrebbero tornare al centro della storia.

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