La storia dei due monaci assolti perché «fumavano marijuana per religione»: così il culto di Shiva ha ribaltato la condanna

Trentadue piante di marijuana, 48 grammi di erba e 4 di hashish non bastano per una condanna se la sostanza serve a onorare una divinità. Lo ha stabilito la seconda sezione della Corte d’Appello di Bologna che, come riportato da il Resto del Carlino, ha assolto ieri due cittadini italiani appartenenti al movimento Hare Krishna, ribaltando la sentenza del Tribunale di Forlì emessa nel gennaio 2023. I due imputati, uno dei quali forlivese, erano stati condannati in primo grado a 5 mesi e 10 giorni di reclusione e a 800 euro di multa ciascuno per coltivazione e detenzione di sostanze stupefacenti, ma i giudici d’appello hanno ora annullato tutto «perché il fatto non sussiste».
Il blitz nell’eremo e la condanna annullata
I fatti risalgono al 2022, quando un escursionista di passaggio nell’Appennino tosco-romagnolo, tra Premilcuore e Rocca San Casciano, ha avvertito un forte odore di marijuana provenire da un antico eremo dell’Ottocento. All’interno dell’abitazione, priva di gas e riscaldata solo a legna, i due monaci conducevano una vita ascetica e isolata, raggiungibile solo dopo un lungo tratto a piedi. All’arrivo dei carabinieri, i due, su richiesta delle forze dell’ordine, hanno consegnato immediatamente le piante coltivate all’aperto, senza opporre resistenza e senza che fosse necessaria alcuna perquisizione.
Il diritto alla libertà religiosa
Il cuore della difesa, affidata all’avvocato Andrea Romagnoli, si è basato interamente sul diritto alla libertà religiosa. I due imputati hanno sempre sostenuto che «l’utilizzo della cannabis fosse legato alla pratica religiosa», in particolare al culto del dio Shiva. Nell’abitazione era infatti presente un vero e proprio altare votivo utilizzato per rituali e offerte, confermando che il consumo non era finalizzato all’uso ricreativo ma alla preghiera.
L’assoluzione
I giudici bolognesi hanno accolto la tesi difensiva sottolineando come la coltivazione fosse domestica e rudimentale, priva di strumenti professionali, sostanze da taglio o materiali per il confezionamento. Ad appesantire la tesi dell’innocenza è stata anche la totale assenza di elementi riconducibili allo spaccio: i due sono risultati incensurati, economicamente autosufficienti e senza alcun contatto con i circuiti illegali. Secondo la Corte d’Appello, chi «fumava marijuana nel rispetto del culto del dio Shiva» in un simile contesto di isolamento e ascesi non commette reato. Per i due monaci si chiude così un’odissea giudiziaria durata quattro anni, con una sentenza che riconosce la prevalenza del diritto di culto sulle accuse di detenzione. Le motivazioni del provvedimento saranno depositate entro i prossimi 60 giorni.
