Madre e figlia morte avvelenate a Campobasso, gli investigatori escludono un rilascio lento della ricina

I consulenti degli investigatori che indagano sul sospetto avvelenamento di mamma e figlia morte a Pietracatella nei giorni di Natale avrebbero escluso il «rilascio lento» della ricina, sostanza rilevata nel loro sangue e che le avrebbe portate alla morte.
La ricina presa in rete? E da chi?
Dovrebbe svolgersi in settimana il nuovo sopralluogo nella casa dove viveva la famiglia, ancora sotto sequestro. Anche questo nuovo passaggio è legato ai recenti sviluppi investigativi che ipotizzano un duplice omicidio. Si cerca anche di capire se la sostanza sia stata acquisita in rete. Oggi sono ripresi in questura a Campobasso gli interrogatori di parenti e amici delle vittime, Sara Di Vita e sua madre Antonella Di Ielsi. Complessivamente le Squadra Mobile guidata da Marco Graziano ha ascoltato finora una ventina di persone, ma è prevista l’audizione di altre persone anche nelle prossime ore.
Il medico che provò a salvare la vita a Sara, la 15enne: «Ho avuto la sensazione che qualcosa non tornasse»
A raccontare le ultime ore della 15enne e di sua madre è stato oggi, su Il Corriere della Sera, Vincenzo Cuzzone, direttore della Rianimazione del Cardarelli, tra i primi medici a intervenire nel tentativo disperato di salvare Sara Di Vita. «Sin dall’inizio ho avuto la sensazione che qualcosa non tornasse. L’evoluzione del quadro clinico era troppo rapida, anomala», ha spiegato al Corriere. «Madre e figlia presentavano una storia clinica praticamente sovrapponibile e, soprattutto, si è sviluppata nello stesso identico modo e negli stessi tempi. È un elemento che, da medico, non può non far riflettere». «Ricordo che mentre cercavo di rianimare la ragazza continuavo a chiedermi: “Perché il cuore non riparte?”. Non c’era una spiegazione evidente. Abbiamo fatto tutto il possibile, ma il cuore non ha mai ripreso a battere. È stato lì che ho capito, quasi immediatamente, che c’era qualcosa di diverso rispetto ai casi che affrontiamo ogni giorno», ha dichiarato il medico. Appena ha capito che la madre era ricoverata in un’altra struttura ne ha chiesto il trasferimento. Purtroppo anche lei non si è potuta salvare. «Mi sono chiesto a lungo se avessi potuto fare qualcosa in più. È una ferita che resta. Oggi, sapere che probabilmente non c’era nulla che potessimo fare, almeno in parte consola. Anche per i colleghi del pronto soccorso, la situazione non sarebbe cambiata», spiega Cuzzone.
