Il Tehran Times critica i media occidentali: «Ecco le parole e le versioni “sbagliate” che hanno usato per raccontare il conflitto»

Si sente spesso dire che le parole sono importanti. A pensarla così è anche il Tehran Times, che in un articolo ha analizzato come le testate occidentali hanno distorto con le loro parole e la narrazione della guerra tra Iran, Israele e gli Usa. Si legge: «i media occidentali, attraverso la scelta delle parole, dei titoli, delle immagini e delle narrazioni selettive, hanno presentato una versione degli eventi fortemente di parte e unilaterale» e le loro «narrazioni dominanti» descriverebbero ingiustamente i cittadini iraniani come vittime passive, e non come agenti attivi e informati che plasmano il proprio destino. Ecco i 9 errori incriminati, punto per punto.
1. La scuola di Minab: «Un esempio lampante di censura e distorsione mediatica»
Secondo il quotidiano iraniano, l’attacco statunitense con un missile balistico che ha distrutto una scuola femminile a Minab, causando in tutto 175 vittime, per lo più bambine, sarebbe un chiaro esempio di distorsione mediatica. La critica riguarda due aspetti: il primo è il fatto che – secondo il giornale iraniano – i media occidentali abbiano parlato poco dell’attacco. Il secondo che si sia fatto spesso riferimento alla questione specificando sempre «secondo i media statali iraniani», mettendo implicitamente in dubbio la loro credibilità. In terzo luogo, non sarebbero state diffuse interviste alle famiglie: il giornalista sostiene che «se un incidente simile si fosse verificato in Israele, la copertura mediatica avrebbe probabilmente dominato le prime pagine, incluso interviste approfondite con le famiglie e fornito un reportage dettagliato e di interesse umano».
2. Tre aerei caccia F-15 statunitensi abbattuti nel secondo giorno della guerra all’Iran
ll Pentagono affermò che gli aerei F-15 colpiti il 2 marzo erano stati abbattuti da “fuoco amico” proveniente dal Kuwait: tutti e sei i membri dell’equipaggio si erano eiettati in sicurezza ed erano stati recuperati, mentre Il Kuwait aveva riconosciuto l’incidente e ringraziando le forze di difesa kuwaitiane per gli sforzi e il supporto nell’operazione. Secondo il Tehran Times, però, analisti indipendenti al tempo avevano evidenziato incongruenze nei tempi e nei luoghi che avevano gettato dubbi su questa versione ufficiale. Nonostante ciò, per il Tehran Times i media occidentali non avrebbero approfondito la vicenda e la notizia sarebbe svanita rapidamente dal ciclo di informazione.
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3. Le proteste in patria a sostegno dell’Ayatollah
I media occidentali avrebbero solo parlato di «un panico diffuso, mercati, caffè e distributori di benzina in molte città che non funzionano più», quando invece la situazione sarebbe del tutto normale. Inoltre, non si sarebbe parlato a sufficienza delle «grandi manifestazioni pubbliche si sono svolte a Teheran, Isfahan, Shiraz e Mashhad, dove migliaia di persone hanno protestato contro gli attacchi stranieri ed espresso sostegno alla sovranità iraniana».
4. «Eliminare», «decapitare» e «soldati sul campo»: il burocratese che deumanizza
Un’ulteriore scelta compiuta dai media occidentali e non apprezzata dai media iraniani è quella di usare in modo opportuno alcuni verbi per descrivere la guerra: al posto di un preferibile «uccidere», verrebbe sempre usato il termine «eliminare», poco apprezzato per la sua poca umanità. Ugualmente, «decapitare» e «soldati sul campo» servirebbero «a burocratizzare o edulcorare la dura realtà della guerra» e farebbero apparire le azioni militari razionali, controllate e inevitabili, oscurando al contempo il costo umano e la complessità della situazione in Iran.
5. L’attacco iraniano a Bet Shemesh e le vittime israeliane umanizzate
A fare da contraltare al caso della scuola di Minab, ci sarebbe l’esempio dell’attacco iraniano a Bet Shemesh, descritto secondo il Tehran Times in modo più drammatico di come non si fosse fatto per Minab, denominandolo ingiustamente: «La furia dell’Iran». I quotidiani occidentali avrebbero sottolineato molto che avesse colpito una scuola, una sinagoga e delle case vicine.
6. L’Iran «mortale» o «devastante»
Molti termini associati all’Iran lo ridurrebbero a un interlocutore aggressivo e inaffidabile, specie quando ci si riferisce al Paese con gli aggettivi «mortale» e «devastante». Quando, invece, lo si vuole denigrare, si userebbero le formule «l’Iran afferma» o «I media statali iraniani riferiscono» con l’obiettivo di screditare l’informazione.
7. «Stato canaglia», un «regime terroristico»o una «minaccia esistenziale»
I ricorrenti appellativi associati all’Iran creerebbero, secondo il giornale iraniano, una cornice mentale in cui un’azione militare contro l’Iran appare giustificata: tra questi, vi sarebbero i termini«stato canaglia», «regime terroristico» e «minaccia esistenziale». Importante anche il ruolo a livello regionale che viene assegnato all’Iran e che non piace alla stampa locale: termini come «influenza maligna» esagererebbero il ruolo regionale dell’Iran.
8. Iran non solo vittima, ma anche stratega
I media occidentali descriverebbero poi spesso la guerra come un’iniziativa puramente israeliana supportata dagli Stati Uniti, ignorando il ruolo strategico dell’Iran nel plasmare il conflitto e nel difendere la propria sovranità nazionale. Tenderebbero poi a concentrarsi sull’apparente confusione degli Stati Uniti, ignorando la strategia operativa dell’Iran e portando il pubblico e l’opinione occidentale a travisare la realtà come era successo in Vietnam, Iraq e Afghanistan.
9. I video lego iraniani e la guerra dell’informazione e della narrazione
Un moto d’orgoglio porta gli iraniani a non vedere riconosciuti i loro sforzi in ambito comunicativo, riferendosi particolarmente alle animazioni Lego AI diffuse su tutti i canali social per raccontare la verità sul conflitto, che dimostrerebbero come l’Iran sia attivo e metta in atto una comunicazione strategica. Secondo il Tehran Times, però, «i media occidentali, al contrario, minimizzano o banalizzano tali campagne, mantenendo l’immagine dell’Iran come passivo e pericoloso».
FOTO: Abedin Taherkenareh, Ansa
