Chernobyl 40 anni dopo fa paura: «Rischio radioattivo coi droni russi». L’esperto Adam Higginbotham: «Ma il nucleare oggi è sicuro»

La guerra che incombe; la cocciuta incompetenza dei leader; l’energia che da motore della società diventa fonte di angoscia, caos, morte. Sono passati 40 anni dal disastro nucleare di Chernobyl e molte, troppe cose sembrano tornare come tratti «maledetti» dell’umanità che si vorrebbe moderna, evoluta, padrona dei suoi mezzi. Chi c’era ricorda sin troppo bene; chi non c’era avrà letto o saputo da genitori, zii, nonni. O forse no, ed è soprattutto per loro che arriva prossimamente su Disney+ una nuova docuserie su quella catastrofe prodotta da National Geographic. Chernobyl: Inside the Meltdown. Ossia dentro alla “fusione del nocciolo” che in una drammatica notte di 40 anni ridusse in macerie il reattore 4 della più grande centrale nucleare del mondo e causò una nube radioattiva sull’Est Europa tale da provocare migliaia di morti. La serie ha il merito di far “vedere” a chi non c’era o ha dimenticato il disastro minuto per minuto, rientrando virtualmente dentro la sala controllo dove i malcapitati operatori il controllo lo persero quasi subito. Ma soprattutto di dare voce a una serie di protagonisti di quelle giornate drammatiche che sinora non avevano mai parlato in pubblico: anche per svelare le responsabilità dietro il peggior incidente nella storia dell’energia nucleare. E trarne qualche lezione.
Cosa successe a Chernobyl
Pripyat, 25 aprile 1986. Nella centrale nucleare vanto dell’Unione sovietica alle porte della cittadina ucraina (più nota è la vicina città di Chernobyl) sono programmate operazioni di manutenzione ordinaria al reattore 4. Gli ingegneri in capo ne approfittano per condurre un test che dovrebbe rafforzare la sicurezza dell’impianto. L’esperimento viene ritardato per ragioni tecniche alla tarda serata, il reattore resta in modalità potenza ridotta per lunghe ore. Cambiano gli ingegneri e tecnici di turno, quelli in ingresso a mezzanotte sono del tutto impreparati al test. Ma ormai così s’è deciso. «Che state aspettando?», dice il vicecapo ingegnere dell’impianto Anatoly Dyatlov, sveglio ormai da 24 ore, al responsabile appena entrato in turno, Aleksander Akimov. All’1.23 di notte del 26 aprile viene dato l’ordine di premere il pulsante AZ-5, che dovrebbe spegnere all’istante l’intero reattore. Il risultato è opposto: il nocciolo si surriscalda, la potenza aumenta sino a superare di dieci volte il livello di guardia, il gas “ribolle” nel reattore fino a causare l’indicibile.
Le esplosioni
Due potentissime esplosioni a distanza di pochi istanti devastano il reattore. «Quella sera stavamo fermando due sospetti a due passi dalla centrale quando all’improvviso sentimmo un tuono dietro di noi. Ci voltammo a a guardare e subito se ne sentì un altro. Si formò una grande nuvola, iniziò a piovere polvere. Ci avvicinammo alla centrale: metà dell’edificio era demolito», racconta nel docufilm l’ex ispettore di polizia della zona Alexei Moshalenko.
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La testimonianza del sopravvissuto
Chi resta in quelle ore dentro la centrale è spacciato. L’ingegnere Vladimir Shashenok viene mandato subito dentro al reattore a vedere cosa sia successo: ne esce «bagnato e gemente», morirà poco dopo. Aleksander Akimov e Leonid Toptunov tentato manovre disperate, su indicazione dell’ingegnere capo dell’impianto, provando a pompare acqua fredda nel reattore: troppo tardi, non servirà a nulla. I due periranno nelle settimane seguenti. A raccontare tutto oggi è Igor Kirshenbaum, l’operatore salvatosi perché dopo l’incidente Dyatlov ordinò a lui e a tutto il resto dello staff “non necessario” di abbandonare la centrale.
Gli eroi dimenticati
I veri eroi dimenticati di quella notte sono però i vigili del fuoco, accorsi dopo le chiamate confuse dalla sala controllo. «Era tutto buio, pioveva fuoco e cemento. Appena vidi quella centrale che bruciava come una candela dissi ai miei uomini: “Questa è una strada a senso unico, non torneremo indietro”», racconta nella serie Petro Shavrey. I pompieri non si sottrassero, affrontando le conseguenze dell’impensabile: chi entrò per primo morì, gli altri finirono stravolti in ospedale. Molti avrebbero subìto gli effetti a lungo termine delle radiazioni. L’incendio esterno fu spento, ma dentro al “nocciolo” del reattore idrogeno e grafite continuarono a bruciare propalando nell’atmosfera materiale altamente radioattivo. Peccato che nessuno, per ore diventate poi giorni, disse niente.

Una catastrofe sovietica
L’Unione sovietica, gigante d’argilla che non reggeva più il passo con gli Stati Uniti dei ruggenti anni ’80, aveva eletto da un anno suo capo Mikhail Gorbaciov. Con buona pace della nuova parole d’ordine di glasnost (trasparenza), le vecchie abitudini della nomenklatura comunista erano dure a morire. Dal livello locale sino a Mosca la catastrofe fu da subito gestita nell’unico modo che essa conosceva: coprendo, minimizzando, tacendo. Per giorni le autorità, informate quasi subito del disastro, non dissero una parola, né alla propria popolazione né al resto del mondo – nonostante sin dalla sera dopo a Pripyat iniziassero a circolare voci su quanto accaduto nella centrale. Alla fine il Cremlino fu costretto ad ammettere che qualcosa era successo solo la sera del 28 aprile, dopo che in Svezia i tecnici della centrale di Forsmark avevano rilevato indici anomali di radioattività individuando la causa proprio in Urss. Le reticenze delle autorità di Mosca su natura e conseguenze dell’incidente sarebbero durate per mesi. «Fu un disastro intimamente legato alla gestione sovietica della tecnologia nucleare – ci dice via Zoom Adam Higginbotham, autore del libro Mezzanotte a Cernobyl e consulente della serie – i cui ingredienti chiave erano l’incompetenza, la segretezza e la mancanza di apertura». Altro che glasnost.

Il dibattito sull’energia nucleare oggi
L’annotazione di Higginbotham, giornalista britannico di lungo corso che ha studiato per anni Chernobyl, serve a puntare il dito sulle responsabilità dell’Urss, certo. D’altra parte il personaggio simbolo di tutta quella storia per lui è Viktor Bryukhanov, l’ingegnere uzbeko arrivato pieno di fervore comunista a Chernobyl nel 1970 con la missione di costruire la più grande centrale nucleare del mondo e diventato via via sempre più disilluso scoprendo «quanto corrotto, incompetente, brutale e opaco» fosse il sistema sovietico. Sino a fare da parafulmine del partito, costretto a prendersi le responsabilità della catastrofe, e a morire infine nell’oblio. Ma Higginbotham intende dire pure un’altra cosa: che dal suo punto di vista il disastro non aveva a che fare con l’energia nucleare di per sé. «Non è stata colpa della tecnologia», ci dice lo studioso, secondo cui l’energia nucleare oggi è sicura. «I movimenti anti-nucleare si basano soprattutto su una risposta emotiva, sull’allarmismo. La catastrofe climatica ci ricorda ogni giorno di quanto drammatica sia la nostra dipendenza dalle fonti fossili, e penso che l’energia nucleare potrebbe provare di essere una parte essenziale della soluzione a questo problema».

Gli attacchi russi su Chernobyl e le nuove paure
Chernobyl è solo una cupa pagina del passato dunque? Sì e no. Perché proprio in questo primo scorcio di 2026 così cupo per molte altre vicende la centrale nucleare al confine tra Ucraina e Bielorussia è tornata protagonista suo malgrado. Il 14 febbraio un drone russo, hanno denunciato gli ucraini, ha centrato in pieno la “cupola” eretta nel 2016 per proteggere il primo “sarcofago” costruito subito dopo il disastro dell’86 per prevenire fuoriuscite di materiale radioattivo dal reattore 4. Non è la prima volta che accade da quando oltre quattro anni fa la Russia ha aggredito l’ex Paese satellite. Già lo scorso dicembre dopo un’ispezione a Chernobyl il direttore generale dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Aiea) Rafael Grossi aveva parlato di un deterioramento della struttura metallica a seguito i colpi ricevuti. Dopo gli ulteriori danni inflitti dal drone abbattutosi a febbraio la questione è arrivata sul tavolo del G7, che ha stimato in 500 milioni di euro i costi necessari alla riparazione del New Safe Confinement. Senza un rapido intervento, ha ammonito pochi giorni fa un rapporto commissionato da Greenpeace, c’è il rischio che il sarcofago interno ceda, liberando all’esterno polveri altamente radioattive che «non conoscono confini». Ma quindi oggi Chernobyl è al sicuro o no? «Lo sarebbe», allarga le braccia Higginbotham: «Gli ingegneri che nel 2016 hanno progettato il New Safe Confinement l’hanno costruito a prova di uragani, alluvioni e terremoti. Ma non avevano messo in conto un regime terroristico che spara droni esplosivi contro di esso per danneggiarlo deliberatamente».
Fotografie tratte dalla docuserie “Chernobyl: Inside the Meltdown” per gentile concessione di Disney+
