Le imprese italiane nel 2025 sono riuscite a fregare Donald Trump e i suoi dazi al 15% senza aumentare i prezzi né diminuire le esportazioni. Un miracolo che ha stupito anche il Mef

La maggiore parte delle imprese italiane è riuscita a beffare Donald Trump e i suoi dazi, senza dovere aumentare i prezzi e senza cadute rilevanti del proprio business. La sorpresa viene dalla relazione dei tecnici del Mef sull’interscambio di beni fra Italia e Usa nel 2025 cui è dedicato un focus del Dpf di Giancarlo Giorgetti. Come hanno fatto gli italiani a cavarsela con i dazi al 15%? Semplice: hanno capito Trump prima ancora che facesse le sue vere mosse, esportando molto più del solito nei primi tre mesi dell’anno. Poi hanno sfruttato le indecisioni del presidente Usa per esportare nei “tempi morti”, durante la trattativa Usa-Ue sui dazi. Infine hanno trovato una soluzione aziendale per ammortizzare gli extra costi anche quando ormai i dazi erano scattati.
Tre quarti delle imprese italiane non hanno alzato i prezzi nonostante i dazi al 15%
I tecnici di Giorgetti sono restati per primi stupiti da quella che chiamano «resilienza» delle imprese italiane. E spiegano: «Secondo le più recenti stime dell’Istat, nel periodo agosto-dicembre 2025 circa il 60 per cento delle imprese esportatrici verso gli Stati Uniti non ha registrato cambiamenti significativi nelle quantità vendute all’estero, indipendentemente dalla classe dimensionale di impresa. Anche l’andamento dei prezzi non ha subito alterazioni significative: oltre i tre quarti di tali imprese ha dichiarato di avere mantenuto invariati i prezzi di vendita, segnalando la capacità di assorbire l’effetto dei dazi senza comprimere i margini, almeno nel breve periodo. Un ulteriore elemento di resilienza è la composizione delle esportazioni italiane, fortemente orientata verso beni a medio-alto valore aggiunto, che risultano generalmente meno sensibili alla competizione di prezzo».

Solo l’Italia è riuscita a fare restare invariato l’export verso gli Stati Uniti
La resistenza delle imprese italiane ai dazi di Trump ha salvato così l’Italia stessa dagli scossoni fortemente temuti sull’export. «L’irrigidimento delle relazioni commerciali internazionali», scrive il Mef, «nel corso del 2025 non ha inciso in misura rilevante sulla performance del settore estero italiano. Tra i principali esportatori mondiali, nel periodo 2014-2025 solo l’Italia è riuscita a mantenere pressoché invariata la propria quota di mercato in valore100 (2,8 per cento in media). Nel 2025, la crescita dei flussi commerciali è stata trainata soprattutto dalla rilevante espansione del comparto farmaceutico, in particolare sui mercati extra-europei, mentre sul mercato unico il contributo è stato più equilibrato tra diversi settori, come meccanica, mezzi di trasporto e alimentare».

Il prezzo pagato a Donald è stato sulle importazioni di Gnl, raddoppiate rispetto al 2024
Un prezzo a Trump l’Italia l’ha comunque pagato, perché nel 2025 si è ridotto lo squilibrio commerciale esistente a favore degli Stati Uniti: abbiamo importato più beni dagli Usa. I dati sono questi: «Nel 2025 gli Stati Uniti si confermano il secondo mercato di destinazione dell’export italiano (10,8 per cento delle esportazioni nazionali pari a 69,6 miliardi) e il quinto fornitore dell’Italia (6,0 per cento delle importazioni nazionali pari a 35,4 miliardi). Il surplus commerciale di beni si è attestato a circa 34 miliardi, in contrazione del 12,1 per cento rispetto al 2024. Il dato riflette una elevata integrazione bilaterale, con un aumento della domanda statunitense di prodotti italiani ad alto valore aggiunto e, al tempo stesso, una maggiore penetrazione di gas naturale e beni strategici Usa nel mercato italiano». E proprio le importazioni di Gnl Usa sono state decisive nel ridurre lo squilibrio: raddoppiate rispetto al 2024.
Foto copertina: il presidente degli industriali italiani Emanuele Orsini e Donald Trump
