L’omicidio con la ricina e la tesi dell’incidente: «Antonella e Sara hanno fatto flebo a casa»

Maria, 70 anni, è la madre di Laura Di Vita, cugina di Gianni Di Vita. Ovvero il marito e padre di Antonella di Ielsi e Sara Di Vita, morte dopo Natale a Pietracatella in provincia di Campobasso per aver ingerito ricina. E ieri verso le 20 la donna ha parlato con il Corriere della Sera dopo essere stata ascoltata per 3 ore dagli inquirenti. Rivelando una possibile spiegazione per tutto: «È stato un fatto accidentale», ha esordito. La ricina com’è finita in casa di suo nipote? «E che ne so io…». Laura come sta? «È molto serena». E perché l’hanno sentita due volte? «Anche io sono stata sentita due volte…».
La ricina
Gli investigatori lavorano sulla pista dell’omicidio da prima dell’alert del Centro Antiveleni di Pavia sulla ricina. Chi l’ha maneggiata per esempio sapeva che è volatile e sparisce in poco tempo. Un altro punto viene da Terminiello, avvocato di uno dei 5 medici sotto inchiesta. La sua ipotesi è di un avvelenamento in due fasi. La prima è la stessa a cui pensano gli investigatori: la cena del 23 dicembre. La sostanza letale sarebbe stata ingerita dopo essere finita, chissà come (non è esclusa nemmeno l’ipotesi accidentale), negli alimenti mangiati la sera del 23 dicembre, quando a tavola c’erano Gianni, Antonella e Sara ma non la primogenita Alice. La successiva intossicazione potrebbe essere avvenuta in casa.
Avvelenamento in due fasi
Ovvero il 26 dicembre, giorno prima del secondo ricovero. «Ho saputo che a Santo Stefano i Di Vita chiamarono a casa un amico caro, un sanitario, per effettuare delle flebo a entrambe, dimesse il giorno prima ma evidentemente disidratate», dice Terminiello. Le infusioni endovenose sono confermate dagli investigatori. Le flebo potrebbero essere ancora nell’abitazione dei Di Vita. «Con la mia collega Graziella De Rio sentiremo questa persona — non è chiaro se infermiere o medico —in sede di indagine difensiva: la fonte di contaminazione può essere stata diversa dal cibo? Un fatto è oramai acclarato: con quelle due morti i cinque medici non c’entrano niente», chiude l’avvocato. Intanto la prevista consegna a fine aprile degli esiti dell’autopsia, vista la «complessità del caso», slitta di un mese.
