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Madri sole dopo il parto: perché la puericultrice può essere fondamentale (e perché c’è il rischio che diventi un lusso)

29 Aprile 2026 - 19:34 Cecilia Dardana
neonato puericultrice
neonato puericultrice
Dall'allattamento alla gestione del sonno, il supporto professionale alle neo-mamme è importante per prevenire l'isolamento e il crollo psicologico delle neo mamme. Abbiamo parlato con chi vive questo momento accanto alle famiglie: «Il 99% arriva a casa impreparato»

«L’allattamento lo fanno passare come la cosa meravigliosa, stupenda, naturale, però non è sempre così, anzi potrei dire quasi mai. In ospedale promuovono l’allattamento, però non ci sono delle figure specifiche». Inizia così il racconto di chi il post-parto lo vive ogni giorno, entrando nelle case dei neo-genitori quando le luci dei reparti di maternità si spengono e inizia la realtà, spesso durissima, della gestione di un neonato.

La tragedia di Catanzaro, dove una giovane madre ha scelto di togliersi la vita insieme ai suoi figli, ha riportato drammaticamente al centro del dibattito la salute mentale delle donne. Non è un episodio isolato, ma il segnale di una solitudine istituzionale che lascia le neo-mamme in un limbo di stanchezza e aspettative tradite, che spesso può anche portare alla depressione post-partum. C’è però una figura, quella della puericultrice, che si occupa di colmare quel vuoto, affiancando i neo-genitori «nelle prime settimane, in un momento molto delicato, per quanto riguarda l’igiene, la cura del neonato, ma anche l’allattamento, il sonno».

Chi è e cosa fa la puericultrice

«La puericultrice è una figura estremamente utile, anche se da molti viene vista come un capriccio, come una cosa per ricchi. Invece è una figura utile un po’ a tutti. Soprattutto quando le mamme vanno a casa e si trovano, soprattutto dopo il primo figlio, un po’ disorientate. Perché sì, è una cosa naturale, ma fino a un certo punto», spiega a Open Renata Wetter, puericultrice attiva soprattutto a Milano e dintorni. Spesso confusa con figure meno specializzate, la puericultrice è un operatore socio-sanitario esperto nell’assistenza all’infanzia da zero a tre anni. Il suo intervento non è puramente clinico — compito che spetta all’ostetrica nell’immediato post-partum — ma educativo e pratico. Entra nelle case per insegnare ai genitori a interpretare il pianto, gestire l’igiene, supportare l’allattamento e, soprattutto, mediare il ritmo sonno-veglia. È una figura che offre il permesso di «riprendersi un attimo di tranquillità», fungendo da scudo contro il burnout materno in un momento di estrema fragilità psicofisica.

La fine di una professione nel sistema pubblico

E mentre la cronaca ci ricorda quanto sia pericoloso lasciare una madre sola, la normativa sembra andare in direzione opposta. Dal 1° gennaio 2023, infatti, la figura della puericultrice è stata ufficialmente posta «in esaurimento». Questo significa che non trova più occupazione presso le strutture pubbliche, come ospedali o asili nido comunali, e che non è più possibile ottenere l’autorizzazione regionale per nuovi corsi di formazione.

Oggi, chiunque voglia intraprendere questa carriera o chi già la esercita — che sia come puericultrice o come consulente in puericultura — ha davanti a sé un unico sbocco: il settore privato. Mentre la politica parla di sostegno alla natalità, cancella dal catalogo delle professionalità pubbliche una figura che assiste fisicamente e psicologicamente la madre nel ritorno a casa, in favore di figure più polivalenti, soprattutto negli ospedali. Il risultato è che la prevenzione del disagio post-natale è diventata una merce acquistabile solo da chi può permettersela.

L’importanza di intercettare la depressione post-partum

Il valore di questa figura sta soprattutto nel saper leggere i segnali invisibili di una depressione che sta per esplodere. Lorena Lombardi, puericultrice con 33 anni di esperienza in Mangiagalli, racconta a Open un episodio che spiega l’importanza di questo monitoraggio: «Una volta ho seguito una mamma per un mese e mezzo. Avevo capito che c’era qualcosa che non andava. Per esempio, quando le mettevo in braccio il bambino, invece di guardarlo con l’occhio innamorato lei guardava me e quello che stavo facendo. Non era minimamente attratta dal figlio. Così ho scritto una mail al papà, avvisandolo che avevo percepito delle difficoltà nella mamma, senza dirgli troppo per non preoccuparlo esageratamente, ma perché si poteva cogliere in tempo questa cosa. Dopo un anno mi è arrivata la sua telefonata: voleva ringraziarmi perché, finito il percorso con me, aveva iniziato a vedere una psicologa ed era riuscita a venirne fuori».

Secondo Lombardi, il problema è la barriera del silenzio: «Le mamme è difficilissimo che dicano di stare male. In quel momento sentono tutto sulle proprie spalle. C’è questa nuova famiglia da gestire, questo bambino che non conoscono. Siamo in un’epoca in cui i genitori hanno paura dei figli, già da neonati, perché siamo tanto soli. Una volta c’erano le nonne che in alcuni casi potevano aiutare, oggi si fa il primo figlio a 35-38 anni, dopo due lauree e un master, ci si informa su tutti i libri del mondo e poi ci si scontra con un esserino a cui dei libri non frega niente e piange tutto il giorno. Il mio lavoro reale è insegnare un po’ di buon senso e rassicurarle che non stanno sbagliando niente. In generale è importante far sentire alle mamme che non sono sole».

La performance e la vergogna di chiedere aiuto

Il senso di inadeguatezza è un tema ricorrente anche nelle parole di Renata Wetter e delle operatrici del Consultorio Cemp. «Il 99,9% delle madri arriva a casa assolutamente impreparata», spiega Wetter. Molte si trovano disorientate soprattutto dopo il primo figlio, scoprendo che la maternità «è naturale fino a un certo punto». Il bisogno d’aiuto è reale, ma si scontra con un tabù sociale. Lorena Lombardi è netta su questo punto: «È difficile che le mamme chiedano aiuto, perché ce la devono fare da sole. Ormai è tutta una gara, bisogna essere performanti. Il fatto che io non riesca a prendermi carico di un bambino, quando sono sempre riuscita in tutto, è uno smacco. E a chi lo dico? C’è proprio un tema di vergogna nell’ammettere di non essere in grado».

Questa solitudine colpisce in modo diverso a seconda del contesto sociale. Se nei quartieri benestanti la puericultrice viene assunta come supporto professionale, nei quartieri popolari — dove la figura è quasi sconosciuta — sopravvive a volte una rete di solidarietà spontanea, l’amica che ti accompagna al parco o la vicina di casa. Ma laddove manca anche quella rete, il vuoto diventa totale.

Il nodo dei costi

L’ostacolo principale a questa forma di prevenzione del disagio rimane economico. In Italia, la puericultrice è una figura quasi esclusivamente privata e i costi riflettono una specializzazione che il sistema pubblico non garantisce a domicilio. Per una consulenza singola di un paio d’ore su temi specifici come l’allattamento o il primo bagnetto, la spesa varia tra i 50 e i 100 euro.

Il supporto continuativo diventa però rapidamente proibitivo per molte famiglie. L’assistenza diurna ha tariffe che oscillano tra i 20 e i 35 euro l’ora, mentre l’assistenza notturna, quella che permette ai genitori di recuperare ore di sonno vitali per la stabilità emotiva, può costare tra i 120 e i 380 euro per notte. Per un pacchetto di supporto intensivo nelle prime due settimane dal rientro a casa, il preventivo può superare i 2.000 euro.

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