«Tiravo giù la tapparella per paura di fare gesti estremi». La depressione post-partum raccontata da chi l’ha vissuta: «Volevo la mia vita di prima»

«Ti cala davanti agli occhi un velo nero: vedi tutto orribile e in quel momento per te quella è la verità». «Sei tutto e niente». «Mi sono sentita talmente sola e stremata che abbassavo le tapparelle per timore di fare gesti estremi». «Il post-partum ti fa toccare vette altissime, ma al contempo disperazione profondissima». Sono le parole di alcune donne che a Open hanno affidato i loro racconti su un periodo troppo spesso dipinto come idilliaco. Dopo la tragedia di Catanzaro, l’attenzione sulla salute mentale perinatale è tornata alta, squarciando la narrazione patinata di una maternità sempre e solo priva di ombre. La realtà, però, racconta un’altra storia: un periodo di fragilità estrema dove «gli ormoni sono “a pezzi”», ma a pesare di più è l’assenza di assistenza.
«C’è una mancanza di sostegno alla genitorialità familiare, sia prima, ma soprattutto dopo la gravidanza. La depressione post-partum è una conseguenza della solitudine e dello sforzo fisico ed emotivo che avviene dopo il parto. Perché non si arriva abbastanza preparati», spiega Giulia a Open. A ulteriore riprova di ciò è il pullulare di forum e gruppi online dove le neo-mamme cercano quel conforto che le istituzioni non offrono, scambiandosi consigli e racconti «per non sentirsi sole».
La verità è che la depressione perinatale viene ancora oggi minimizzata, scambiata per stanchezza o derubricata a un passeggero “baby blues”. Ma non è un capriccio, né tantomeno una «questione di ormoni»: è una patologia che colpisce ufficialmente una donna su dieci — anche se attiviste come Francesca Bubba suggeriscono numeri molto più alti e sommersi — e che (s)travolge l’identità, il corpo e la percezione del futuro.
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Depressione post partum e senso di solitudine
La storia di Giulia è emblematica di come il supporto emotivo dei familiari, pur fondamentale, non sia sufficiente a colmare un vuoto che è prima di tutto chimico e sistemico. «Ho vissuto un momento di grande solitudine. Ma che non derivava dalla mancanza di sostegno: i miei familiari, mio marito mi sono stati vicini. Parlo proprio di una condizione emotiva, psicologica, anche fisica, perché comunque gli ormoni sono a pezzi», racconta a Open.
Il paradosso è che, mentre la società celebra la nascita, la donna viene spesso lasciata sola con il peso di una responsabilità per la quale nessuno l’ha preparata. «Io ho fatto un corso pre-parto dove si parlava solo del parto, e non si diceva nulla di tutto quello che avveniva dopo», spiega ancora Giulia. Una mancanza di preparazione che si traduce in un senso di inadeguatezza devastante quando la realtà non rispecchia l’immaginario idilliaco.
Il corpo che cambia e la fatica dell’allattamento
C’è poi il tema del corpo, che diventa un estraneo o, peggio, un nemico. «La spinale che mi avevano fatto col cesareo mi aveva lasciato postumi terribili. Il latte non mi è venuto così il mio bimbo piangeva in continuazione. Il mio corpo non era più lo stesso, avevo preso 30 kg e non mi riconoscevo più», racconta Alessandra. In questo scenario, l’allattamento diventa spesso il primo grande scoglio psicologico. Giulia è categorica: «La narrativa che l’allattamento è naturale è falsa, c’è una grande fatica e soprattutto non è detto che si riesca ad allattare. Mi sono sentita che non riuscivo a godermi quel momento perché ero stanca, frustrata».
Quando il supporto professionale manca, o peggio è contraddittorio tra ospedali e pediatri, la madre finisce per arrendersi a un senso di colpa paralizzante. «Sono arrivata a non avere la forza di prendere in braccio la mia bambina per allattarla. Me la portava mia mamma e me la metteva addosso», confessa Adele. C’è anche chi, sfinita dalla stanchezza, arriva a pensieri estremi: «Un bel giorno ero in casa da sola con mio figlio, continuava a piangere disperato, ed io insieme a lui… e per un attimo ho pensato: “Ora lo butto dalla finestra”», scrive una mamma su un forum. «Mi sento in trappola senza via d’uscita e vorrei tornare indietro alla vita di prima, mi è capitato anche di pensare al suicidio», scrive un’altra.
L’assenza di un welfare che dia sostegno
Il problema, dunque, non è solo clinico ma profondamente politico e sociale. La depressione post-partum è figlia di una mancanza di sostegno alla genitorialità che va oltre le mura domestiche. In Italia, l’assistenza sembra finire nel momento in cui si varcano le dimissioni dall’ospedale. «In Svizzera, quando una donna partorisce, mandano l’ostetrica 9 volte a casa gratuitamente, e ti assicuro che servono tutte e 9», ci racconta Giulia.
Nel nostro Paese, invece, il supporto specialistico è spesso un privilegio per chi può permetterselo: «Io a volte faccio venire la puericultrice, ma perché me la posso permettere. Diventa anche un tema di costo». E mentre la madre combatte contro i propri pensieri intrusivi, il welfare non aiuta nemmeno i padri, figure fondamentali che spesso restano fuori dai giochi per colpa di congedi troppo brevi o pressioni lavorative: «Mio marito non ha ottenuto nessun permesso, andava al lavoro alle 07:00 per tornare alle 21:00, ed io mi sono trovata sola. L’ho “odiato” perché dava priorità al lavoro piuttosto che alla famiglia».
Cosa si può fare
Dalle testimonianze emerge chiaramente che la depressione post-partum è una conseguenza dello sforzo fisico ed emotivo non supportato. Per evitare che altre donne arrivino a pensare, come racconta Margherita, che «il mio petto si sente così pesante, continuo a immaginare un futuro cupo e desolato», è necessario che la salute mentale diventi parte integrante del percorso nascita.
Questo significa garantire un supporto psicologico obbligatorio e gratuito, potenziare l’assistenza domiciliare ostetrica e cambiare la narrazione della maternità, senza dipingerla come un processo solo istintivo e gioioso. Su Change.org thePeriod, media indipendente che fa informazione da un punto di vista femminista, ha lanciato una petizione per chiedere che il supporto psicologico post-parto diventi un diritto universale e accessibile a tutte. Obiettivo 100mila firme. Si comincia così.
