«Avevamo già la sua cameretta»: parla la coppia uruguaiana scartata per Nicole Minetti. Il nodo dei precedenti penali dietro il via libera lampo

Lontano dai riflettori della movida di Punta del Este e dal lussuoso ranch Gin-Tonic della coppia Nicole Minetti e Giuseppe Cipriani, c’è una ferita aperta a Pan de Azúcar. Qui vivono Leydi e Julio, la coppia uruguaiana che per mesi ha accudito il bambino poi dato in adozione all’ex consigliera regionale della Lombardia. «Avevamo già preparato la sua cameretta», raccontano con amarezza, descrivendo un legame che sembrava destinato a diventare ufficiale. Poi è arrivata quella telefonata che ha spezzato il loro sogno: «Non potrete averlo, il bambino è stato chiesto da una famiglia straniera». La famiglia straniera è appunto quella composta dal duo Minetti-Cipriani, che ha ottenuto l’adozione del bimbo affetto da spina bifida, all’origine della procedura per ottenere la grazia.
«Quel bambino ci era entrato nel cuore»
Julio, capocantiere, ricorda ogni dettaglio di quei mesi: «Quel bambino ci era entrato nel cuore. Mia moglie lo aveva conosciuto perché lavorava nella sede dell’Inau (Istituto del Bambino e dell’Adolescente dell’Uruguay) per una società esterna. Abbiamo preparato le carte per l’adozione. Ci hanno concesso di ospitare il bambino, che allora aveva un anno. Stava con noi cinque giorni alla settimana. Ha trascorso varie festività con noi, ad esempio una vigilia di Natale. Il bambino andava in una scuola materna fuori dall’istituto. Gli avevamo comprato il grembiulino con il nome».
L’idoneità e la malattia del bambino
La coppia stava procedendo nell’iter di adozione, superando tutti i rigidi controlli previsti dalle autorità uruguaiane: «Andavamo a Montevideo e ci facevano molte, molte domande. Test, puzzle, e ancora domande… È stato un processo lungo, ma è andato molto bene, punteggio massimo. Ci dissero che eravamo idonei per adottare bambini. Ma noi andavamo lì per quel bambino, con nome e cognome, non per un altro». Sapevano che il piccolo soffriva di spina bifida, una condizione che non li aveva spaventati: «Mia moglie, lavorando lì dentro, mi diceva sempre: “Julio, c’è un bambino così…”. Aveva la spina bifida, camminava pochissimo. Dopo aver chiesto all’Inau, mi hanno dato l’autorizzazione a seguirlo. Diverse volte mi sono occupato io di lui, gli tagliavo i capelli, gli facevo il bagno. Ancora oggi abbiamo i suoi giocattoli».
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Il no improvviso: «Vi diamo un altro bambino se volete»
Proprio quando l’adozione sembrava a un passo, è arrivata la svolta che ha trasformato la vicenda in un caso internazionale. Julio racconta lo sconcerto di fronte al cambio di rotta dell’Inau: «All’improvviso hanno iniziato a rimbalzarmi da una parte all’altra. Mi hanno detto: “Per quel bambino c’è una famiglia straniera molto legata a Maldonado, però vi diamo un altro bambino se volete“. Io ho risposto che ero andato a Montevideo per “quel” bambino, non per un altro».
Il sospetto di una corsia preferenziale per Minetti e Cipriani
Il sospetto di una corsia preferenziale per la coppia Cipriani-Minetti è quantomai lecito, soprattutto per quanto riguarda la fedina penale della donna, condannata in via definitiva in Italia per il caso Ruby-bis. Sebbene l’ex presidente dell’Inau, Pablo Abdala, assicuri che «l’adozione da parte della coppia Cipriani-Minetti è avvenuta nel rispetto della legge», resta il dubbio su come sia stata valutata la riabilitazione della Minetti in un processo così delicato. Anche la rapidità con cui è stata sbrigata la pratica desta non pochi sospetti.
«Un’azione da cani»
La delusione di Julio è totale, specialmente di fronte alle voci secondo cui il bambino starà meglio grazie alle possibilità economiche dei nuovi genitori: «È un bambino molto dolce. Non ha mai avuto problemi gravi, a parte come detto la spina bifida, ma non era il momento di un’operazione. Camminava, andava a cavallo con noi, stava in piscina, in spiaggia, correva, giocava a palla. Non abbiamo mai avuto problemi. Qui in Uruguay c’è una famiglia, la nostra, che lo ama con l’anima. Io, mia moglie, i miei figli… faceva male dire ai miei figli che non avremmo più portato quel bambino a casa. Se oggi mi chiedi “credi nell’Inau?”, ti dico di no. Non credo a nulla perché quello che hanno fatto è stato da cani. L’Inau me lo ha detto per telefono: “Non potrete averlo, il bambino è stato chiesto da una famiglia straniera“. Sono una persona che non ha mai avuto problemi con nessuno, mai stato in commissariato. Non è servito a nulla. Lo hanno portato fuori dal Paese, lontano, con una famiglia straniera. Fa molto male». E sulla giustificazione economica del “miglior interesse del minore”, Julio chiosa: «Ci fa molto male sentire questi ragionamenti».
