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Legge elettorale, corsa per il sì entro l’estate. Ma i costituzionalisti si dividono sul premio di maggioranza

05 Maggio 2026 - 20:17 Luca Graziani
C'è chi promuove l’impianto «nel solco della Corte Costituzionale» e chi boccia il premio da 70 seggi. Molti critici però sulla elezione del Senato

La nuova legge elettorale corre verso il primo sì entro l’estate. Per questo le audizioni in Commissione Affari costituzionali alla Camera proseguono a spron battuto, con l’obiettivo di arrivare a giugno alla fase degli emendamenti. Ora è la volta di costituzionalisti e politologi, che si dividono sul punto più contestato del ddl Bignami: il premio di governabilità da 70 seggi alla Camera e 35 al Senato.

Un campo minato sul piano del diritto. Se c’è chi giudica il testo compatibile con le coordinate fissate dalla Consulta, altri avvertono che il premio non è affatto al riparo dai profili di «irragionevolezza» già censurati in passato dalla Corte. E soprattutto resta il nodo di come attribuire il bonus al Senato, che l’articolo 57 della Costituzione vuole eletto «su base regionale».

Per la maggioranza è Strabilicum, per l’opposizione è Melonellum

Il testo, ribattezzato ‘Stabilicum‘ dalla maggioranza e ‘Melonellum’ dalle opposizioni che continuano a fare muro, supera il Rosatellum e cancella i collegi uninominali sostituendoli con un sistema proporzionale corretto da un premio assegnato alla lista o coalizione più votata. Il premio scatta al primo turno se la forza arrivata prima raggiunge almeno il 40% dei voti. Se nessuno arriva a quella soglia, è previsto un ballottaggio tra le prime due liste o coalizioni, ma solo se entrambe hanno ottenuto almeno il 35%. In assenza anche di queste condizioni, tutti i seggi vengono distribuiti con metodo proporzionale.

Il premio di maggioranza e la difesa di FdI

Il professore Giovanni Guzzetta a Roma. ANSA/GIUSEPPE GIGLIA/DRN

Giovanni Guzzetta, professore di diritto costituzionale a Tor Vergata, ascoltato in Commissione Affari costituzionali alla Camera, sostiene che, «al netto delle valutazioni politiche», la proposta si muova «nel solco delle coordinate che la Corte costituzionale ha stabilito». La soglia del 40 per cento per accedere al premio risponderebbe alle indicazioni della Consulta e l’entità del premio andrebbe letta non in termini nominali, ma effettivi. Alla Camera, spiega, il premio massimo netto «non supera i 46 seggi nella peggiore delle ipotesi» e si attesterebbe intorno al 12 per cento. Per Guzzetta, dunque, il cuore del meccanismo non presenta profili di palese incostituzionalità.

E il relatore sposa subito il costituzionalista a suol favore

Una lettura che la maggioranza fa subito propria. Il relatore di Fratelli d’Italia Angelo Rossi respinge così l’accusa di sproporzione: «Concentrarsi sull’entità del premio a 70 seggi è un errore». Il punto, spiega, è che la riforma sottrae prima i seggi del premio dal totale da distribuire in via proporzionale. Quindi la coalizione vincente, avendo almeno il 40 per cento dei voti, otterrebbe comunque una parte di quei seggi anche senza premio. Per questo, sostiene il relatore, il premio reale «non è di 70 seggi ma molto meno» e non può essere considerato «né irragionevole né sproporzionato» dalla Consulta. Anche se si arrivasse al 57,5 per cento dei seggi, «non vi è nessuna sentenza» che indichi il 55 per cento come limite costituzionale invalicabile.

Rossi rivendica anche un altro punto: il fatto che il premio possa non garantire automaticamente la maggioranza assoluta non sarebbe un difetto, ma «un elemento di merito» del testo. Il ragionamento è che il meccanismo impedisce di trasformare in maggioranza parlamentare netta una vittoria elettorale troppo debole. «Il premio è fisso ma di fatto è modulabile a seconda del risultato», mentre il maggioritario oggi previsto dal Rosatellum assegna il seggio del collegio a chi ottiene anche un solo voto in più, producendo sproporzioni più forti sostiene il relatore.

Lettura simile viene data da Felice Giuffrè, costituzionalista dell’Università di Catania, secondo cui il ddl cerca un «giusto equilibrio» tra rappresentatività e governabilità. Guardando all’attuale quadro politico, difficilmente si arriverebbe alla misura massima del premio, è il ragionamento. Nella pratica la premialità potrebbe fermarsi all’8,5-9,5 per cento.

Il nodo critico per tutti è quello del Senato

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Ma non tutti i giuristi danno alla maggioranza il disco verde. Cesare Pinelli, costituzionalista della Sapienza, sottolinea che «un regalo» alla lista o coalizione che ottiene la maggioranza relativa o assoluta è un elemento che «non si trova in nessun altro sistema». La soglia del 40 per cento, secondo Pinelli, distingue la riforma dalla legge del 2005 bocciata dalla Consulta perché ne era sprovvista, ma non basta a cancellare il problema: «L’irragionevolezza va commisurata anche all’entità del premio». E un premio da 70 deputati e 35 senatori, a suo giudizio, è «assai elevato» e fa rientrare dalla finestra i profili critici.

Ancora più netto è il rilievo sul meccanismo di attribuzione del premio al Senato. Il ddl a prima firma Bignami assegna il premio a Palazzo Madama in base al risultato nazionale della lista o coalizione vincente, ma i 35 seggi vengono poi distribuiti tra le regioni, con esclusione di Valle d’Aosta e Trentino-Alto Adige. Per Pinelli questo stratagemma non risolve il problema: l’articolo 57 della Costituzione stabilisce che il Senato venga eletto su base regionale. La trasformazione dei voti in seggi deve dunque avvenire dentro quella cornice. Lo Stabilicum, dice il costituzionalista, «viola platealmente» la Carta. Sul punto insiste anche Federico Fornaro, del Pd, che ricorda una sua proposta per superare l’elezione su base regionale del Senato, approvata in prima lettura alla Camera nella scorsa legislatura. Oggi, paradossalmente, avrebbe risolto il problema per la maggioranza.

C’è anche un caso Trentino Alto Adige

Simona Bonafè (Pd) critica sui rischi della nuova legge. ANSA/RICCARDO ANTIMIANI

A complicare ulteriormente il quadro c’è poi il caso Trentino-Alto Adige. Il testo della riforma mantiene per quella circoscrizione una disciplina separata: quattro collegi uninominali e tre seggi proporzionali alla Camera, sei collegi uninominali al Senato senza quota proporzionale residua. Quei seggi non partecipano al premio, ma gli elettori del Trentino-Alto Adige votano comunque all’eventuale ballottaggio nazionale. È da chiarire, secondo Guzzetta, se i voti del Trentino-Alto Adige debbano essere computati o meno ai fini della soglia per accedere al premio. Giuffrè, invece, difende la partecipazione al secondo turno: escludere quegli elettori, sostiene, significherebbe privarli della scelta sulla maggioranza di governo.

Un altro punto oscuro della riforma è messo in luce da Luciano Fasano, professore di scienza politica all’Università di Milano. La combinazione tra premio e soglia del 35 per cento per il ballottaggio, avverte, può produrre «esiti contraddittori»: in alcuni scenari alla coalizione vincente potrebbero «mancare una ventina di seggi» per governare, in altri il meccanismo potrebbe invece «portare al 61,5% alla Camera», anche per effetto degli eletti all’Estero, in Valle d’Aosta e in Trentino-Alto Adige. La pensa così anche Simona Bonafé, capogruppo Pd in commissione, che insiste su un premio che può diventare «fuori controllo», avvicinandosi alle soglie per l’elezione degli organi di garanzia, oppure può risultare insufficiente a garantire davvero la governabilità. Da qui la domanda dei dem: il Rosatellum, per quanto criticato, non offre forse «un equilibrio più prudente?».

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