Venezia al voto, i candidati bengalesi sono un caso. La destra attacca il Pd, ma la nuova moschea era una promessa dell’uscente Brugnaro

A meno di un mese dal voto, quando i veneziani il 24 e il 25 maggio saranno chiamati a scegliere il successore di Luigi Brugnaro alla guida del città, la campagna elettorale a Venezia si accende attorno al caso dei candidati bengalesi nelle liste del centrosinistra. Per arrivare al progetto della nuova moschea di Mestre che spacca la politica cittadina. Se la Lega attacca il Pd “islamizzato” con lo slogan «No moschea, vota Lega», i dem rispondono che il progetto del luogo di culto in via Giustizia non nasce dal candidato del campo largo Andrea Martella. Ma piuttosto dalle aperture del sindaco uscente di centrodestra Brugnaro, che ha indicato più volte quell’area come possibile soluzione. Un’idea caldeggiata anche da un esponente della comunità bengalese locale, Prince Howlader, entrato in Fratelli d’Italia per poi veder sfumare la propria candidatura.
È la contraddizione che il Pd veneziano prova a evidenziare per respingere l’assedio. Da giorni il centrodestra attacca Martella per la presenza di candidati di origine bengalese nelle liste dem e per alcuni materiali elettorali in bengalese con riferimenti ad Allah. Una scelta di comodo, è l’accusa, per accaparrarsi il voto di una comunità radicata tra Mestre e Venezia che ha ormai un suo peso elettorale (e le sue istanze): si parla di 3-4 mila voti. Una lettura che i dem respingono anche con i numeri. I candidati di origine bengalese nelle liste del Partito Democratico sono sei. Solo due corrono per il consiglio comunale di Venezia, su 36 candidati: Kamrul Syed e Rhitu Miah. Gli altri sono nelle municipalità. Ed è proprio da questi ultimi, precisano, che arrivano i volantini contestati con riferimenti ad Allah. Non da candidati che sarebbe invece chiamato a votare eventuali delibere urbanistiche sulla moschea. Quanto ai richiami religiosi, i diretti interessati li avrebbero spiegati al partito come una semplice formula linguistica e culturale, non un messaggio confessionale dunque.
Le accuse della Lega
Il caso però è bastato a incendiare la campagna elettorale. L’europarlamentare della Lega Anna Maria Cisint è la più dura: «L’unico vero interesse dei candidati islamici nel nuovo “partito teocratico” di Elly Schlein è quello di entrare nelle istituzioni per sovvertire la democrazia e scalare il Paese». Eppure i candidati bengalesi non compaiono solo nelle liste del Pd. L’Udc, ad esempio, ha lanciato Md. Matiur Rahman e Milan Sardar. Non solo. Fino a poche settimane fa si era parlato anche di una possibile candidatura con Fratelli d’Italia di Prince Howlader, uno dei volti più noti della comunità bengalese mestrina e coinvolto nel percorso per l’acquisto dell’area dell’ex segheria Rosso, in via Giustizia, dove potrebbe sorgere il nuovo centro di preghiera.
Ti potrebbe interessare
- Rocco Casalino si candida: «Tra due anni La Russa potrebbe essere Capo dello Stato, uno scenario pericoloso»
- Reggio Calabria al voto tra un Pd che punta alla riconferma e il candidato “a sorpresa” del centrodestra. I numeri della sfida
- La mossa di Lovati: si toglie la toga e spera di indossare la fascia tricolore. L’ex avvocato di Sempio candidato a Vigevano
Per Monica Sambo, segretaria comunale del Pd, l’operazione descritta dal centrodestra semplicemente non esiste. «Sono persone che collaborano con noi da molti anni. Fanno parte del tessuto cittadino, lavorano nel campo della mediazione culturale e dell’insegnamento della lingua italiana», dice a Open. Dietro alla scelta delle candidature, spiega, nessuna strategia per inseguire un bacino elettorale: «La proposta è stata fatta dagli stessi iscritti del Pd in due circoli territoriali. Non c’è niente di strano».
E ridimensiona la questione religiosa: «I problemi sono gli stessi che abbiamo tutti: la casa, la sicurezza, i servizi alle famiglie. Queste sono le vere richieste che portano e che portiamo tutti insieme, perché per noi non c’è differenza». Poi l’attacco alla destra, «candidare persone che hanno origini di altro tipo, che sono nate qui o vivono qui da tantissimi anni, significa riconoscere pieni diritti. Tutta questa polemica e tutta la carica d’odio che si sta respirando sono razzismo puro. Basta vedere i commenti social ai post della candidata Rhitu Miah: “Torna a casa tua”. Quando lei vive qui, lavora qui, ha una bambina che frequenta l’asilo qui».
La nuova moschea
Il nodo politico che la polemica porta a galla è però un altro: la costruzione della nuova moschea di Mestre. Su questo tutti i partiti in campagna elettorale procedono con cautela e distinguo. Nel campo progressista la posizione ufficiale è stata espressa una sola volta dal candidato sindaco Andrea Martella: «I luoghi di culto sono previsti dalla nostra Costituzione. Se sono pagati dai fedeli e non hanno costi pubblici, possono essere fatti se c’è il rispetto delle leggi nazionali, delle normative sanitarie, urbanistiche e del contesto sociale. Quando sarò sindaco mi occuperò seriamente di questa cosa con equilibrio e responsabilità. Stiamo parlando di cittadini italiani che lavorano e pagano le tasse. Il compito di tutti è cercare di integrare anche tramite le elezioni del consiglio comunale, affermare la cittadinanza e i diritti». Dal Pd veneziano fanno capire che il tema è «delicato», non è stato mai discusso davvero e non figura nel programma.
La libertà di culto è un principio costituzionale, è la linea, purché siano rispettate tutte le regole. Una posizione simile, almeno nei presupposti, a quella che una parte del centrodestra veneziano aveva sostenuto fino a poco tempo fa. Dopo la sentenza del Consiglio di Stato che aveva confermato l’illegittimità del centro di preghiera ricavato nell’ex supermercato di via Piave, era stato proprio il sindaco uscente Brugnaro a indicare l’ex segheria Rosso come possibile alternativa: un’area più isolata, senza case vicine e recuperabile con fondi privati. «Io personalmente sono d’accordo, la sosterrò», aveva detto ad aprile 2025.
La posizione della destra
Il candidato sindaco del centrodestra Simone Venturini, però, parlando a Il Giornale oggi usa un registro diverso. «Siamo contrari alla costruzione di una nuova grande moschea e a qualsiasi operazione che vada in quella direzione. Abbiamo visto i rendering e questo rafforza la nostra posizione. I luoghi di culto già esistono. Quelli che sono stati chiusi lo sono stati perché nati in luoghi impropri e fuori dalle regole. Altri, collocati in aree industriali o ex capannoni lontani dalle abitazioni, non creano criticità. Qui però il punto è un altro: non vogliamo che passi un’operazione di imposizione culturale che non aiuta la convivenza».
Se la contrarietà della Lega è nota, da Fratelli d’Italia, invece, negli anni non sono mancate aperture. Nel 2025 il senatore Raffaele Speranzon diceva di non avere «nessuna chiusura preconcetta» alla costruzione di una moschea, a condizione che il progetto rispettasse le norme, garantisse trasparenza nei finanziamenti e favorisse l’uso della lingua italiana nelle attività non liturgiche. Ancora nelle scorse settimane, mentre la Lega affiggeva i manifesti contro la moschea, Speranzon spiegava che chi vive e lavora a Venezia ha diritto a professare il proprio culto e ad avere un’area per pregare. Non una moschea, precisava, ma «centri di preghiera» per evitare la parcellizzazione dei luoghi informali, dove secondo FdI potrebbero annidarsi rischi di integralismo. L’amministrazione comunale, era la conclusione, deve individuare un’area.
