Cantanti e fan si confrontano senza filtri: ecco come funzionerà il nuovo programma sulla musica di RaiPlay

Dall’8 maggio arriva su RaiPlay Il Club – Canzoni sotto la pelle, un talk-show musicale dedicato ai giovani e alla loro crescita, condotto da Federica Gentile e Niccolò Agliardi. Il format tende a rappresentare un nuovo punto di vista nel rapporto tra musica e tv, non solo perché viene riacceso il dialogo diretto tra artista e pubblico, non filtrato dai social; e non solo perché viene messa da parte la competizione, quindi il televoto, i numeri, le quantità, la telegenia. Ma soprattutto perché la musica torna a essere discussa nella propria essenza emozionale, ciò che provoca, tra domande e riflessioni. Dieci puntate durante le quali coppie di artisti con i loro brani si confrontano con un gruppo di ragazzi, tra i 18 e i 25 anni presenti in studio. Tra gli ospiti delle puntate: Niccolò Fabi ed Ensi, Piero Pelù e Dargen D’Amico, Levante e Gaia, Michele Bravi e Aiello, Marco Masini e Anastasio, Ditonellapiaga ed Emma Nolde, Malika Ayane e Rancore, Francesca Michielin e Margerita Vicario, Paola Iezzi e Willie Peyote, Jack Savoretti e Leo Gassmann.

Leggendo il format si ha l’impressione che un certo approccio alla musica, oltre ad essere un’ottima idea, è anche un’esigenza…
FG: «Era una nostra esigenza che avvertivamo per motivi diversi. Niccolò è nel suo mondo, lui è una delle penne più belle, più profonde, più riflessive e meravigliose che abbiamo nella musica italiana, quindi chi meglio di lui può parlare di quello che le canzoni riescono in qualche modo a veicolare e a trasmetterci. Io vivo nel mondo della musica da sempre, ne ho fatto il mio lavoro, lui la fa, io la racconto. Due approcci diversi, però tutti e due avvertivamo il bisogno di restituire un po’ di contenuto, perché la musica ultimamente siamo abituati a viverla in modo molto superficiale, senza pensare all’impatto che ha poi sul vissuto di ognuno di noi, soprattutto i ragazzi. Entrambi abbiamo un’attenzione anche genitoriale, perché abbiamo figli più o meno della stessa età, quindi stiamo sempre molto molto attenti. Abbiamo dedicato gran parte delle nostre carriere, anche professionali, ai ragazzi, per cui ci piaceva molto l’idea di riuscire a fare sistema e a provare a vedere che tipo di cortocircuito potesse uscire da un qualcosa di questo tipo. E noi siamo molto contenti».
NA: «Mi piace molto la parola “sistema”. Ricordiamoci sempre che è un po’ un esperimento, è un programma che ha visto i natali nelle nostre teste un anno fa e poi si è sviluppato tutto in maniera molto veloce, con una squadra molto ricettiva. Questo ci tengo a sottolinearlo perché non sempre quando si porta un progetto nuovo è compreso fin da subito, anche dalle persone che poi ti devono aiutare a costruirlo. Comunque vadano le cose, ne usciamo tutti abbastanza vincenti e arricchiti, perché finalmente la Rai ci ha concesso di fare una cosa dove abbiamo potuto osare un poco di più. Questo è il nostro tesoretto».
La televisione una volta aveva un ruolo fondamentale nella diffusione e narrazione e spiegazione della musica, adesso sembra che questo rapporto si sia un po’ perso.
FG: «La televisione un tempo è stata sicuramente fondamentale per la musica, la radio lo è sempre stata e lo è tuttora. Ultimamente in televisione si stanno un po’ recuperando dei mini spazi dedicati alla musica. Io stessa ne conduco uno su Rai2 con Playlist ormai da due stagioni, insieme a Nina Zilli e Gabriele Vagnato, sia con una parte live che con una parte di racconto e di ritratto. Diverso è raccontarla con un taglio nuovo, dovremmo tornare proprio agli albori per trovare esperimenti che in qualche modo andavano in questa direzione e capire qual è l’effetto che si genera quando si mette in contatto chi la fa e chi la vive, chi racconta un’emozione, un sentire, e chi lo riceve e si riconosce in esso. Questa è la potenza della musica, cioè il restituire identità, ed è esattamente un esempio di quello che abbiamo fatto in modo anche allegro, in modo riflessivo, intimista, ma anche con una grandissima voglia di raccontare e di raccontarsi, da parte di tutti, degli artisti e dei ragazzi. Sono uscite proprio le persone dietro il personaggio, perché di solito l’artista quando lo vediamo sta in promozione, presenta in tre minuti il nuovo disco, canta, suona e poi vai via».
Un esperimento anche coraggioso, perché comunque mettete davanti le parole, il significato che può avere anche sentimentale una canzone in un momento in cui sembra che la musica vada da tutt’altra parte…
NA: «Dici bene, la musica va da tutt’altra parte, tendenzialmente, però noi abbiamo fatto i sovversivi, nel senso che la televisione, per come abbiamo provato a farla noi, in verità ti dà un piccolo vantaggio rispetto ad altre forme massmediali dove oggi alberga la musica, che è paradossalmente il tempo. Io sono stato dall’altra parte e delle volte non sono tre minuti ma sono forse venti secondi: devi dire quello che devi dire e poi parte Shakira. Invece noi ci siamo messi di buzzo buono e abbiamo pensato di ribaltare un po’ le regole, provare non tanto ad ascoltare le canzoni, che quelle si possono ascoltare ovunque, dove si vuole, però provare a dare la possibilità agli artisti, e anche ai ragazzi, di raccontarsi. Che poi anche quella è una forma di promozione, semplicemente una promozione non legata soltanto al brano in questione. Siccome oggi penso che la musica non sia soltanto testi e melodia, ma vuol dire tutto il resto, è tutto il coté che ci sta attorno, è la grana dell’artista, la temperatura che dà la canzone, è il termometro che si alza e si abbassa nei live, ecco questa è una cosa che, attraverso lo strumento canzone, abbiamo provato a restituire a chi ci guarda da casa, perché forse la nostra, a nostro modo, è anche una promozione, non soltanto della canzone, ma dell’essere umano».

Avete messo insieme tantissime, bellissime coppie, posso chiedervi un momento che vi ha particolarmente colpito di queste puntate?
NA: «Sono tanti, perché ogni puntata è diversa dall’altra. Io non ti dirò mai la coppia, anche se io ho una coppia che mi piace, mi sono divertito moltissimo, ma non te lo dirò proprio perché gioco d’astuzia e quindi ti chiederò di vederle tutte. Ci sono stati dei momenti dove sono stato bullizzato ampiamente a causa di una mia cotta verso un artista, ma anche qua non dirò niente, perché vale la pena divertirsi e guardarsela, e ci sono dei momenti, come dire, un po’ trasversali rispetto alla narrazione che poi abbiamo scelto. Ti posso dire una cosa: che Rancore ha confermato la mia grande stima nei suoi confronti, sono stato contento perché l’abbiamo fortemente voluto e quando era in trasmissione mi ha dato proprio l’impressione di essere anche un buon amico».
FG: «È difficilissimo, perché ogni puntata in qualche modo si snodava attorno a un’emozione, a un sentire, a un racconto, quindi siamo passati dalla femminilità e la sorellanza vissuta insieme a Levante Gaia, a Rancore e Malika parlando di capacità di isolarsi, di vivere un’altrove e quindi di essere liberi in un’altrove che poi diventa solo nostro, dentro il quale possiamo in qualche modo essere davvero autentici. Abbiamo affrontato la rabbia con Masini e Anastasio, abbiamo affrontato la fragilità e la vulnerabilità con Niccolò Fabi e con Ensi, abbiamo affrontato la ribellione con Piero Pelù e Dargen D’Amico, l’attenzione all’altro con Ditonellapiaga e Margherita Vicario. Alle volte poi le puntate le prepari in un modo e poi alla fine ti rendi conto che il flusso ti regala sempre delle sorprese. Nella puntata con Jack Savoretti e Leo Gassmann, quindi due artisti apparentemente distanti, appartenenti anche a mondi distanti, diversi, da culture diverse, è venuto fuori un concetto di casa che è bellissimo. Ma la grande sorpresa, il grande valore aggiunto sono i ragazzi, di una profondità, di una capacità di racconto, di una capacità di emozione, davvero impressionante. Piano piano nel corso delle settimane si sono sempre più sentiti a proprio agio, quindi hanno tirato fuori dei racconti veramente belli, infatti devo dire che le puntate più belle sono quelle in cui Niccolò e io abbiamo fatto un passo indietro, perché si era creata un’energia talmente bella e un flusso di comunicazione talmente bello tra ragazzi e artisti che non c’era bisogno di noi».
A questo proposito, ultimamente nella musica si fa un gran parlare del pubblico dei giovani, questi ragazzi che vengono trattati come persone che quasi non hanno gusti, quasi non hanno emozioni, che ascoltano solo roba brutta, sporca e cattiva, voi invece come li avete trovati?
FG: «All’inizio noi abbiamo fatto un po’ di colloqui con loro per sapere quali fossero i loro ascolti, i loro gusti musicali, puntando ad avere un parterre che fosse, dal punto di vista musicale, quantomeno fan. Poi ci siamo resi conto che in realtà ci è piaciuto anche chi era più distante dalla musica. Alla fine è stata un’interazione ancora più autentica, perché non era falsata dall’essere, in qualche modo, non dico in soggezione, però dall’essere consapevole di trovarsi davanti a un loro idolo. I ragazzi si sono trovati davanti a una persona normale con la quale si parlava di vita vissuta. Li abbiamo trovati autentici ecco, perché non abbiamo chiesto loro di parlare di musica, non facevano domande musicali agli artisti, cioè la situazione non era quella del fan che fa all’artista domande sulla sua professione, non gli è stato chiesto di fare i mini critici musicali, ma erano persone che si trovavano davanti ad un’altra persona per parlare. Non era domanda e risposta, era proprio uno scambio di idee, il flusso della comunicazione non era monodirezionale, non era univoco, ma spesso sono stati gli artisti a fare domande ai ragazzi, perché erano incuriositi dalle storie che raccontavano, dal loro punto di vista. Il vero valore di questo programma secondo me è questo».
Immagino che lavorare a questo programma vi abbia insegnato qualcosa…
NA: «Per me più che altro ha confermato il fatto che ogni volta ci si approccia una generazione convinti che la precedente fosse meglio e che quella di cui si parla ha crepe e pertugi dove bisogna mettere per forza stucco. Ecco, la sensazione che ho avuto è proprio il contrario, che anche questa generazione che viene dipinta come una generazione fragile, una generazione con pochi punti di riferimento, è molto reattiva, i ragazzi hanno molta contezza della collettività, sono ragazzi che si aiutano uno con l’altro, che si rispettano molto, veramente molto inclusivi rispetto a quello che viene detto».
FG: «Posso confermare questo tipo di narrazione che per fortuna viene fatta sulla Gen Z, basta fare le domande giuste e si rischia di ottenere anche le risposte giuste. Io ero certa che fossero così ragazzi, non ho mai pensato che fossero vuoti, che fossero superficiali, che non avessero dei contenuti così alti. Ho avuto la fortuna di trascorrere vicino a loro gli ultimi dieci anni della mia vita, anche per lavoro, perché mi sono sempre occupata anche di realtà dove i ragazzi erano molto presenti, volutamente. Ti farò una considerazione più professionale: la cosa che mi ha insegnato è che non c’è bisogno di correre, non c’è bisogno di inseguire questa idea della rapidità, della velocità, dello scroll, “Scrolla tutto! Corri! Perché sennò cala l’attenzione!”. No, l’attenzione non cala se dici delle cose, l’attenzione cala se non dici niente e proponi tempo vuoto e quindi proponi ore e minuti di prodotto vuoto. Ma ci si può permettere di fermarsi un attimo a pensare, anche in televisione, di rallentare un attimo i tempi e di metterci dentro qualcosa di un po’ più spesso che si possa attaccare, che possa entrare sotto la pelle».
Il tema della velocità, per andare incontro al deficit d’attenzione del quale pare siamo tutti affetti, sta diventando centrale in ogni ambiente culturale…
NA: «Ci sono tante piattaforme che corrono e va pure bene che esistano, la televisione stessa corre ed è giusto surfare. Noi abbiamo provato a prenderci i nostri 40 minuti in cui ci siamo presi un tempo per poter fare appunto le domande giuste, e anche aspettare la risposta, perché non è detto che la risposta giusta arrivi immediatamente. E in questo RaiPlay è formidabile perché ci ha dato una grande mano, nel senso che non è vittima e non è soggetta per forza all’indice di ascolto del giorno dopo».
FG: «A questo proposito, dobbiamo veramente fare un ringraziamento gigante a tutta la Rai, a tutta RaiPlay, a cominciare da Marcello Ciannamea, il direttore che ha subito creduto in questo progetto, senza un attimo di esitazione. Noi ci siamo divertiti, ci abbiamo messo tanta passione e siamo stati bene, speriamo che stia bene anche chi lo guarderà».

