Nu Genea: «Perché abbiamo scelto i 103 bpm e detto “no” ai feat famosi» – L’intervista

La stralunatezza alla quale accenna il titolo del nuovo disco dei Nu Genea, People of the Moon appunto, è la metafora perfetta per descrivere il ruolo che il duo napoletano si è ritagliato nella musica italiana e internazionale: ricerca sonora senza tempo, dal passato al futuro, supportata dalla potenza infallibile della tradizione. Un mix perfetto che ha permesso al progetto di decollare da lontano, Berlino, dove i due risiedevano prima del Covid (poi hanno scelto la Sicilia, Siracusa), per poi conquistare la scena europea, negli ultimi anni particolarmente ammiccante al mercato della world music, e così anche in Italia, rafforzando un trend inaugurato da Liberato, che ha trovato fluida prosecuzione in Geolier, ma che rappresenta tutt’altro, la potenza senza confini di una sonorità di matrice partenopea che abbraccia le radici della musica italiana tutta e le ramificazioni più alte e vistose. A fine mese partirà poi il tour, dal Festival MiAmi di Milano e proseguendo in giro per tutta Europa.
Da Bar Mediterraneo sono passati quattro anni, è stata un’epopea discografica questo nuovo album…?
«Sì, è stata un’epopea, ma noi siamo abbastanza lenti e questa lentezza ci porta ad analizzare le cose, a voler cambiare cose, a volte anche a over lavorare. Abbiamo anche avuto delle vicissitudini, a un certo punto la tecnologia si è messa contro di noi: avevamo programmato una registrazione a Madrid con María José Llergo, siamo andati lì a registrare, tre giorni, tutto bellissimo. Ok, figo, torniamo a casa e l’hard disk ci dà forfait, l’unica volta che non avevamo fatto un backup, quindi perdiamo tutti i brani con Maria José, che comunque erano abbastanza importanti per il disco. A quel punto, depressi, cerchiamo di chiamare chiunque per aggiustare l’hard disk, ma niente da fare. Alla fine la chiamiamo in lacrime e lei dice “Ragazzi non vi preoccupate, vengo io”».
Alla fine ce l’avete fatta…
«Diciamo che più passa il tempo più ovviamente noi diventiamo più consci di cosa è fatto bene, cosa non è fatto bene, visto che noi in realtà amiamo quello che non è fatto bene. Nel momento in cui però vogliamo fare le cose bene, andiamo come se ci fosse un conflitto interiore, per cui un giorno registriamo una cosa e diciamo “Bellissimo questo suono, tutto distorto così”, poi il giorno dopo diciamo “Sì ma è troppo distorto”. Quando eravamo più giovani, agli inizi, non ci ponevamo tutte queste domande, lavoravamo e basta, pure con gli errori del caso. Adesso invece tendiamo ad essere perfezionisti in una maniera un po’ strana, perché poi non è che tendiamo alla perfezione universale, tendiamo a una perfezione interiore per cui deve essere tutto fatto bene ma anche fatto male, una cosa che quasi non ha senso, e quindi riregistriamo varie volte le batterie, perché una volta suonano troppo pulite, una volta suonano troppo sporche, una volta così, una volta così».
Ma alla fine ne sarete soddisfatti immagino…
«Questa cosa ci ha praticamente mandati al manicomio, però ovviamente siamo contenti. Prima stavamo scherzando sul fatto che non sappiamo più dire cosa è bello e cosa non è bello, però siamo soddisfatti di questo album, anche perché in realtà eravamo partiti con quella sorta di fomo di dire “Cerchiamo di fare le cose più ascoltabili possibili”, quindi siamo partiti facendo dei brani più accessibili, volevamo unire tipo la dance alla musica disco. Solo che poi in un modo o in un altro abbiamo buttato tutte quelle cose, quindi tipo mezzo anno di lavoro, e siamo in realtà tornati a fare una cosa che veramente sentiamo nostra, senza neanche pensare poi troppo alla commerciabilità della cosa. Poi, va bene che sono brani semplici, non è che stiamo parlando di cose complicate, però avevamo proprio l’idea di dare spazio anche a quei brani che magari sono partiti proprio da un’idea piccola, da un’idea semplice, brani più anche lenti, mentre all’inizio di questo processo, due o tre anni fa, dopo il tour, stavamo tutti fomentati dal tour, dal “Dobbiamo spaccare tutto! Facciamo tutto a 130 bpm!”, poi abbiamo buttato tutti quei brani. Quindi in realtà alla fine per un ascolto, devo dire che la selezione che abbiamo fatto ci piace».
In effetti si percepisce l’attenzione al concetto, all’idea musicale, più che al danzereccio. Coraggioso considerato che avevate la ricetta in mano per un ottimo piatto, ma l’avete messa da parte…
«In realtà questo disco rappresenta anche un po’ il modo in cui noi suoniamo nei nostri dj set, molto spesso noi iniziamo con dei brani che hanno questo tipo di incedere e funzionano molto. Quindi piuttosto che pensare sempre a fare ballare con dei brani dai 112-113 bpm in su, ne abbiamo pensato uno a 103 bpm in cassa dritta con un groove carico, che in qualche modo paradossalmente ti fa muovere meglio, in particolare il bacino. Perché secondo me dai 120 bpm in su inizi a ballare con le mani in alto, mentre sui 103 balli più di bacino».
Quando vi siete messi a lavoro su questo disco, sentivate la responsabilità di un disco che ha funzionato così bene come Bar Mediterraneo?
«Sì, perché comunque quando un disco va bene la pressione è una cosa che credo ogni artista soffre. Per questo eravamo partiti con l’idea di fare una roba che spacca e ad un certo punto abbiamo capito che era meglio essere noi stessi. Anche perché questo progetto è nato proprio dalla voglia di uscire da quegli schemi. Venendo dalla musica elettronica e dai dj set un po’ più house, techno, ci eravamo un po’ scocciati di fare sempre quelle cose che devono andare per forza, con quei criteri lì e con quei paletti lì. Non che non ci piaccia quella musica, però ci sentivamo un po’ costretti, quindi abbiamo iniziato a suonare brani differenti, anche quando facevamo quella musica, ci mettevamo delle robe differenti, a volte la gente ci guardava un po’ strano, a volte gli piaceva. Poi quando abbiamo fondato questo progetto, è diventato l’emblema del “Noi facciamo la musica come cavolo ci pare, e vediamo come va”. Per fortuna è andata bene, ha caratterizzato un po’ tutto il nostro percorso, che consisteva nel metterci in gioco anche con l’idea che potesse non funzionare. Quindi sì, la pressione innegabile che c’è stata, infatti abbiamo perso dieci anni della nostra vita negli ultimi sei mesi, però alla fine possiamo tirare un sospiro di sollievo. È interessante il fatto che con Bar Mediterraneo cercavamo di emulare, tra virgolette, il concetto cult che è uscito fuori con Nuova Napoli, e non ci siamo riusciti, è uscito tipo un album più pop, con questo disco invece abbiamo detto “Ok, facciamo Marechià più pop”, e alla fine l’abbiamo trovato solo alla fine del percorso, magari con il brano con Tom Misch. La lezione secondo me è chiara: l’identità di un disco non è si decide a tavolino, è una cosa che poi esce fuori proprio nei momenti in cui non ti stai consapevolmente riferendo ad altra musica, ma le cose escono più spontaneamente. Perché sarà impossibile riuscirci, più tenti di emulare quella cosa e più non ti riesce. È una lezione importante per le persone come noi, che siamo persone sì spontanee, ma che comunque analizziamo un po’ la situazione, cerchiamo pure di fare dei ragionamenti, e alla fine questi ragionamenti vanno tutti a puttane, perché comunque le cose escono fuori molto differenti rispetto a come le avevi pensate».
Una cosa che si nota è che ci sono diverse collaborazioni in questo disco, ma nessuna di queste proviene dal panorama italiano mainstream, dove voi siete amati, quindi non credo si tratti di rifiuti ma più di una scelta ben precisa…
«Semplicemente: per noi la voce è uno strumento, come quando scegli di utilizzare un sintetizzatore o un altro sintetizzatore, non vai a pensare al nome di quel sintetizzatore, semplicemente utilizzi quello che funziona meglio. Alle volte synth da 20 euro, funziona meglio di un synth da 10mila euro, anche se non lo conosce nessuno. Per noi una voce è una voce, non è un nome. María José Llergo è un po’ conosciuta in Spagna, ma non sono stati i numeri che ci hanno portato a scegliere lei, è stata la musicalità della sua voce. Tom Misch, in realtà è stato lui a contattare noi, noi non avevamo proprio preventivato di contattarlo, è stato quindi l’incastro vocale sulla nostra musica che ci ha permesso di dire sì. Gabriel Prado che è un percussionista, non ha mai cantato, in realtà non era neanche venuto in Sicilia per cantare, era venuto per registrare delle percussioni, poi mentre stavamo con lui, bevendoci svariati caffè durante le nostre pause, lui canticchiava sempre, sapeva il brasiliano, stava lì e faceva le cover a cappella di Caetano Veloso; noi ci siamo guardati e abbiamo detto “Ma perché non lo facciamo cantare su quel brano che avevamo lasciato in stand-by?”. Potevamo pure utilizzare la sua voce e poi farla rifare dal cantante famosissimo, ma no, perché a noi piace proprio l’idea di collaborare con voci o con persone che abbiamo incontrato lungo il nostro percorso, anche un po’ casualmente. Quindi sì, noi collaboreremmo col cantante italiano famoso, ma se noi non lo conosciamo neanche quel cantante e non ci abbiamo passato una giornata insieme, non ci siamo fatti magari una cena insieme, non abbiamo giocato, non ci siamo fatti un bagno a mare insieme, neanche ci viene l’idea di dire contattarlo. Ci sarebbe piaciuto tanto collaborare con la grandissima Ornella Vanoni, aveva un timbro che a noi fa impazzire, non è capitato e ci spiace. Anche Mahmood ha un timbro particolarissimo, però non andiamo alla ricerca di collaborazione con un nome per darci visibilità, non rientra proprio nel nostro modo di fare musica, che è molto artigianale, molto semplice. Noi siamo le stesse persone che hanno iniziato a fare musica a 18 anni, fino ad oggi, l’approccio è lo stesso, poi cambiano un po’ gli strumenti, cambia un po’ la musica, però c’è quell’approccio lì che è molto lontano dal concetto di collaborare per visibilità».
La scorsa settimana ho intervistato Jack Savoretti e gli ho chiesto qual è l’immagine della musica italiana all’estero, lui ha risposto che ovunque sente Andrea Laszlo De Simone e Nu Genea ed è orgoglioso del fatto che l’Italia offra una musica lontana dai soliti cliché. Ecco, quanto è importante per voi rimanere lontani da quella determinata offerta?
«È stato molto carino, ci ha scritto anche qualche tempo fa per una collaborazione ma noi stavamo infognati nel disco, però sicuramente lo apprezziamo, tanti sforzi alla fine ogni tanto vengono premiati. Siamo contenti che l’italiano venga apprezzato all’estero, per noi l’estero è importante perché è un metodo di giudizio un po’ più universale rispetto al circuito italiano, è importante che all’estero possano ascoltare la nostra musica e goderne, anche a volte non capendo i testi, un po’ come quando noi eravamo piccoli e ascoltavamo le canzoni americane e ci piacevano a prescindere da quello che dicevano i testi, ci appassionavano perché era la musica che ci coinvolgeva e noi, nel nostro piccolo, cerchiamo di fare una musica che sia un po’ universale».
Voi vi aspettavate di diventare in qualche modo pionieri di qualcosa con Bar Mediterraneo?
«Noi non ci sentiamo stati pionieri di niente, però quella che facciamo è una cosa effettivamente molto più popolare di quanto non lo sia mai stata in passato, questo bisogna dirlo. Difficile rispondere perché noi nel momento in cui siamo in studio pensiamo a fare una musica che possiamo, da un lato suonare nei nostri dj set, e quindi che possa avere un senso rispetto a tutte le nostre ispirazioni di quell’epoca, dall’altro lato che ci piace. Però, veramente, ascoltando la nostra musica non è che ci troviamo qualcosa di nuovo secondo me, non la vediamo come una cosa pionieristica, anzi la vediamo come una cosa un po’ datata, per noi è musica che ricorda più il passato che il presente. Ci piace molto la musica di epoche passate, però poi effettivamente quando la fai esce una cosa differente, quindi questa cosa poi prende una nuova forma».
Allora modifico la domanda: vi aspettavate che questi riferimenti, che certamente capisco che sono retrò, potessero risultare così efficaci su un pubblico molto largo come ormai è quello vostro?
«No, questo no, questo è stata una bella scoperta. Quando abbiamo iniziato c’era una piccola nicchia di amanti, di gente che suonava questo genere di musica, ma comunque era ancora una fetta piccolina, a Berlino c’erano pochissimi club dove si faceva questo genere, infatti non è che noi fossimo chissà quanto conosciuti a Berlino. Poi grazie a un’ondata di napoletanità che esplose in quel periodo, la nostra musica, che un po’ richiamava gli anni settanta, a un certo punto si è espansa a macchia d’olio. La nostra musica la vediamo sempre interpretabile a vari livelli, la prima cosa che viene percepita è la semplicità, l’immediatezza di quello che facciamo, anche se però poi, su un altro livello, uno ci può vedere l’influenza della disco degli anni ’70, ci può vedere l’arrangiamento di un certo tipo, il sintetizzatore di un certo tipo. Però poi alla fine arriva comunque un’emozione che, molto semplicemente, va a toccare delle corde abbastanza istintive e universali».
Cosa vi piacerebbe che rimanesse di questo disco in chi lo ascolta?
«La possibilità di prendersi un momento per sé, un momento di riflessione, un momento di estraniamento dalla realtà, un momento in cui non siamo troppo vincolati alle nostre dinamiche terrestri e lasciamo la nostra mente vagare».
