Patrimoniale, Pd e M5s gelano Fratoianni e Prc: «No a una nuova tassa nazionale. Si ragioni sui super ricchi, ma a livello europeo»

Pd e Movimento 5 Stelle chiudono la porta a una patrimoniale nazionale nel programma del centrosinistra. O almeno provano subito a delimitarne il perimetro, prima che il tema diventi terreno di scontro dentro la coalizione. La linea che filtra a Open da entrambi i partiti è simile: nessuna nuova tassa secca italiana sui patrimoni, nessun intervento che possa impoverire ulteriormente il ceto medio (anche se le proposte di cui si discute attualmente parlano di redditi ben superiori alla media italiana, almeno di dieci volte). Semmai, una discussione sui super ricchi, sui grandi patrimoni e su una tassazione da costruire a livello europeo.
È la risposta al rilancio arrivato da Nicola Fratoianni, leader di Alleanza Verdi e Sinistra, che dalle pagine del Manifesto, domenica 10 maggio, ha indicato nella redistribuzione della ricchezza uno dei nodi principali del futuro programma del campo largo. «La ricchezza è distribuita in modo sempre più diseguale, e questo ormai è un dato esplosivo», ha detto Fratoianni. Per il deputato rossoverde, «c’è una enorme massa di ricchezza nella rendita e nei grandi patrimoni che resta sostanzialmente fuori dal sistema fiscale». E’ necessario, sottolinea, «correggere l’inaccettabile concentrazione della ricchezza».
La frenata del Pd
Nel Pd, però, la prudenza è massima. Antonio Misiani, responsabile economico del partito, non si nasconde di fronte al tema della maggiore progressività fiscale, ma sposta subito la discussione su un altro piano: quello europeo. «Ragioniamo su quella scala. A livello nazionale c’è un forte rischio di elusione, di spostamento della ricchezza. La scala europea è il livello più adeguato», spiega a Open. Il riferimento è anche al programma dei socialisti europei per le elezioni del 2024, dove i dem avevano già sottoscritto l’idea di una maggiore tassazione sui grandi patrimoni, osteggiata dal centrodestra.
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La premessa, però, è netta: «Il ceto medio noi lo vogliamo lasciare in pace». Per Misiani, il punto non è introdurre una patrimoniale generalizzata, ma affrontare un problema specifico: «Che il sistema fiscale sia regressivo per una parte dei contribuenti è un dato di fatto. Oggi chi ha un reddito più alto paga in proporzione di meno rispetto al ceto medio». Da qui la disponibilità a una discussione «laica» con gli alleati. Anche sulle successioni: «C’è un tema di maggiore progressività, noi su questo siamo aperti».
La linea di Conte
Anche nel Movimento 5 Stelle prevale la cautela, pur con sensibilità diverse tra i singoli parlamentari. Dall’inner circle di Giuseppe Conte spiegano che «un conto è una tassa sui grandi patrimoni a livello europeo, un conto è una patrimoniale secca a livello nazionale: su quello non siamo d’accordo». La linea dell’ex presidente del Consiglio, almeno per ora, è questa: «Una misura di questo tipo non è all’ordine del giorno».
Il tema, mettono le mani avanti, potrebbe comunque emergere nel percorso programmatico lanciato con Nova. Questo fine settimana il partito avvia i «100 spazi aperti per la democrazia», punti di discussione per iscritti e non iscritti in vista della definizione del programma. La domanda di partenza sarà: quali obiettivi deve raggiungere la coalizione progressista per migliorare la vita degli italiani? La patrimoniale, ammettono, potrebbe anche comparire tra le proposte. Ma poi ci sarà una sintesi politica. «Se uno dice: voglio tassare tutti quelli sopra i tremila euro, anche no», ragiona con un’iperbole un pentastellato.
La proposta che riapre il dibattito
Intanto a riaccendere un faro sulla patrimoniale, pensa anche la proposta di legge di iniziativa popolare “1% equo”, promossa da Rifondazione comunista e depositata in Cassazione il 7 maggio. Il testo prevede un’imposta patrimoniale annuale progressiva sui grandi patrimoni superiori a 2 milioni di euro, esclusa la prima casa, con aliquote dall’1 al 3,5% e un allineamento alla media europea dell’imposta di successione. Il gettito stimato dai promotori si aggirerebbe tra i 26 e i 60 miliardi l’anno.
La raccolta firme prende il via il 15 maggio, per mettere insieme le sottoscrizioni necessarie entro il 15 novembre. Se l’iter dovesse andare a buon fine, con tutta probabilità ad ereditare la proposta sarà il prossimo Parlamento. Le proposte di legge d’iniziativa popolare, infatti, non decadono con la fine della legislatura e non devono essere ripresentate.
Una piattaforma che parla direttamente all’ala più a sinistra della coalizione e rischia di mettere in difficoltà il campo largo, che alle amministrative già vede il Prc all’interno della coalizione in più di un comune e, d’altro canto, si prepara al difficile lavoro di cesello sul programma condiviso. Per Avs è necessario dire con chiarezza come si intende redistribuire ricchezza e risorse. Anche perché, come dice Fratoianni, «i contenuti sono il perimetro» dell’alleanza.

