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Sal Da Vinci all’Eurovision dà al mondo ciò che musicalmente si aspetta da noi: tradizione e cliché

13 Maggio 2026 - 12:32 Gabriele Fazio
L'esibizione kitsch del vincitore del Festival di Sanremo è piaciuta al pubblico, ma a noi piace essere musicalmente identificati con Sal Da Vinci?
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Ieri Sal Da Vinci ha esordito all’Eurovision Song Contest, un esordio morbido, fuori gara, così come da tradizione italiana, visto che siamo uno dei Paesi che fanno parte del club dei Big Five, nessun merito, solo che sborsiamo più soldi degli altri per promuovere questa manifestazione musicale di dubbio gusto. Una manifestazione dentro la quale, bisogna dirlo, ci siamo sempre sentiti un po’ scomodi, dato che noi da sempre, forse per fortuna, coltiviamo nel nostro pop caratteristiche lontane da quelle atmosfere internazionali, infatti non è un caso che sono stati proprio i Maneskin a vincere per noi, il progetto dal respiro più largo, musicalmente più facile da tradurre. Almeno fino a oggi, perché forse finalmente abbiamo dato al mondo ciò che il mondo da noi si aspettava: Sal Da Vinci e la sua Per sempre sì.

L’esibizione

E Sal Da Vinci, nonostante vocalmente non risulti in formissima, non si tira indietro, così si lancia senza paracadute tra le braccia del pubblico mondiale, regalandogli una performance in cui mancava solo un mandolino, una gondola e un centurione romano, cui regia sospettiamo potrebbe essere stata firmata a quattro mani da Supermario e il generale Vannacci (invece è firmata da Marcello Sacchetta, con la collaborazione di Francesca Tocca, Mirko Mosca e Jhon Cruz). Movenze latine, vagamente Ricky Martin al sugo, completo bianco, sotto il petto nudo, come un Irama qualsiasi, alle sue spalle un balletto che ricostruisce i preparativi e poi un matrimonio, mentre sullo sfondo si materializza una piazzetta di provincia, tipica del sud. Sullo special, quando il ritmo del pezzo si prende una pausa sentimentale, ecco l’ingresso della sposa che, dopo un bacio al neo marito, si libera di gonna e strascico che si trasformano con una mossa di ballo, alè, in una gigantesca bandiera italiana, qualora qualcuno avesse avuto dubbi fino a quel momento che si trattasse effettivamente di noi.

Quello che il mondo si aspetta da noi

Il pubblico pare gradire, allo sventolìo della bandiera scatta una piccola ovazione, forse a voler manifestare non solo l’apprezzamento dell’idea registica, ma proprio il fatto che finalmente ci riconoscono, finalmente il nostro passaggio su quel palco è percepito come identificativo di ciò che hanno sempre pensato di noi, custodi di tradizioni agrodolci, forse la più fascinosa, sicuramente la più bella e amata, provincia d’Occidente. Non troviamo sia un caso infatti che ad un certo punto la telecamera indugi su un ragazzo del pubblico, si dice tedesco, che ci fa il platealmente il verso con il gesto che più di tutti ci identifica nel mondo, per intenderci: quello che da noi significa “Ma che vuoi?” e che invece all’estero mettono un po’ in ogni contesto quando vogliono prenderci in giro. Sal Da Vinci, artista dalla professionalità impeccabile, maestro nel fare ciò che fa, sapevamo fin da prima che vincesse il Festival di Sanremo che avrebbe proposto un’esibizione di questo tipo, un’esibizione piuttosto obbligata nel momento in cui si tratta fondamentalmente di un pezzo neomelodico ultrapop, un pezzo in cui Gianni Celeste abbraccia Federica Abbate.

Le domande che siamo obbligati a porci

La domanda che ci si pone e porrà per tutta la settimana, finché non ci verrà restituito il risultato numerico, in termini di voti, di questa scelta è: forse un po’ meno? Vedremo se la strategia di spingere sull’acceleratore del cliché, senza considerare l’elemento kitsch, irrilevante nel momento in cui abbonda in questa sorta di Giochi senza frontiere musicale, risulterà vincente. E poi eventualmente passeremo a chiederci se in un mondo che va da tutt’altra parte è un bene o meno, seppur con un Eurovision vinto in tasca, mostrare al mondo questo anacronistico profilo del nostro fare musica, mentre su piattaforme ben più serie offriamo al mondo, a proposito di partenopeismo, i Nu Genea, La Niña e Liberato. Quel che oggi appare certo è che, effettivamente, l’Eurovision è più il territorio dei Sal Da Vinci che degli Andrea Lazslo De Simone, così nei prossimi giorni, mentre ci interrogheremo su quale sia la più autentica natura della musica italiana oggi, tiferemo il nostro Sal Da Vinci.

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