Lamante: «Vi spiego il mio nome d’arte e perché non me ne frega niente delle classifiche» – L’intervista

Con il primo album In memoria di Lamante ha conquistato ogni anfratto della critica italiana, aggiudicandosi anche una candidatura alle Targhe Tenco per la migliore opera prima. Oggi la cantautrice di Schio, provincia di Vicenza, torna con un nuovo entusiasmante album dal titolo Non dico addio, lavorato ancora con Taketo Gohara, produttore di primissima fascia, il primo a credere nel talento musicale, ma anche letterario, di Giorgia Pietribiasi (così all’anagrafe). Nell’ambiente è un nome che gira tantissimo, anche molti artisti sono rimasti strabiliati dal suo talento cristallino, molto old school, questa scrittura altissima bilanciata con questo fascinosissimo lamento nella voce, che viene dalla pancia, che esalta ogni sensazione.
Nella musica si dice sempre che il secondo album è quello più difficile…Come è andata la creazione di Non dico addio?
«Io già mentre facevo il primo mi immaginavo il secondo e non me lo immaginavo assolutamente così, proprio per niente. Sai, è come quando aspetti un figlio, te lo puoi immaginare in mille modi diversi mentre è dentro la pancia e quando è ancora piccolo, ma non sarà mai, mai, come te lo sei immaginato. Ed è stato un po’ così. Quando è uscito il primo disco ho sentito proprio un senso di vuoto fortissimo, perché 25 anni di vita racchiusi in un disco e un tour molto lungo, mi avevano svuotato completamente. È stato uno svuotamento molto radicale per me, sentivo veramente che non c’erano parole per descrivere quello che stavo vivendo. Mentre con il primo disco sono arrivate le parole e poi sono arrivate le immagini, per questo secondo disco è stato esattamente al contrario, ero piena di immagini, tormentata da un sacco di sogni e incubi ricorrenti. Piano piano la mia casa, dato che non trovavo le parole, ha iniziato a riempirsi di tutti questi oggetti che man mano continuavo a sognare».
Tipo?
«Sono andata a cercarmi un uovo di struzzo che continuava ad esserci nei miei sogni, ho iniziato a costruire questi uccelli rossi che continuavano a esserci nei miei sogni. Ho creato uno spazio all’interno della mia casa che è diventato quasi una specie di tempio sacro, pieno di questi oggetti, circondata da oggetti e non riuscivo a trovare nessuna parola. E poi, quando si è sbloccata questa cosa qui, hanno iniziato a susseguirsi tutta una serie di canzoni che non riuscivo a riconoscere. Non riuscivo a riconoscermi, non riuscivo a capire dove volevo andare, non riuscivo a capire i suoni. La prima volta che siamo andati in studio io e Taketo, dopo cinque giorni ci siamo guardati e abbiamo detto: “No, qui bisogna buttare via tutto. Non può esserci nuovamente il processo che c’è stato per il primo disco”».
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Anche il primo disco ha avuto una lavorazione molto particolare, no?
«Il primo disco è stato registrato tutto in presa diretta, con tutta la band lì. Lo spazio era uno studio di registrazione dove ci si poteva parlare ad alta voce, si fumava, si beveva, si discuteva. Per questo secondo abbiamo capito che non poteva esistere questo album in una dimensione del genere, quindi abbiamo deciso di andare in una chiesa consacrata, dove si poteva parlare solo a bassa voce, dove non si poteva bestemmiare, dove non si poteva fumare, dove non si poteva bere. C’era tutto un altro processo, quasi sacro. Ed è stato così, bello e difficile, perché vuol dire lasciarsi trasportare dalla musica, fidarsi di lei e farsi piccoli».
Ma tu, al di là della realizzazione di questo disco, che obiettivo avevi sul secondo disco? E ci sei arrivata?
«Sì, dalla parte opposta, ma sì. Il secondo disco me lo immaginavo super punkettone, pieno di chitarre, comunque estremo nel suo modo d’essere. Penso che in questa cosa ci sono riuscita comunque, perché, ad esempio, c’è Rimani con me, che è armonium e batteria, che è qualcosa di estremo, se ci pensi. E poi, estremo anche nelle tematiche, perché comunque il primo album parla di indipendenza, anche proprio femminile, parla di storie di donne, della mia famiglia, di emancipazione. Questo invece è un album che parla tanto di maternità, e quindi sembra qualcosa di incoerente, qualcosa che stride, per me invece è estremamente lineare. Volevo fosse un album che in un qualche modo mi avrebbe scompigliato. E ce l’ha fatta, c’è riuscito. Sto ricominciando a metterci i passi dentro adesso, perché veramente mi ha tagliato a fettine questo album qui».
Finora hai proposto due lavori in totale controtendenza con ciò che va nella musica italiana di oggi. Non solo da un punto di vista del risultato, ma anche dell’approccio. Ne sei consapevole?
«Non ne sono estremamente consapevole, cioè non c’è quel processo per cui dico “Oh, voglio farla strana, voglio farla estrema”. Io quando suono con Taketo ci guardiamo nelle palle degli occhi e ci diciamo “Ok, di che cosa hanno bisogno queste canzoni?”. Cioè, non di che cosa ho bisogno io, in quanto artista, come voglio sembrare io, no, di che cosa hanno bisogno queste canzoni. Devono essere registrate in presa diretta? Allora vanno registrate in presa diretta. Devono essere registrate in un luogo sacro? Allora devono essere registrate in un luogo sacro. E basta».
Come ti vedi in futuro?
«Io spero vivamente di poter mostrare la mia poliedricità nel mondo artistico. Una cosa che faccio veramente fatica ad accettare è la bidimensionalità che l’industria della musica dà a noi cantautori, io invece voglio difendere la tridimensionalità, quadridimensionalità che ha l’umano che si mette a disposizione dell’arte. E quindi spero vivamente che fra dieci anni io non sia solo una cantautrice, che non sia specifica in qualcosa, ma che possa veramente muovermi a 360 gradi su ogni tipo di linguaggio. Che sia quello registico, di scrittrice, nelle installazioni, nel teatro anche, con Angelo Campolo ad esempio, con cui ho collaborato in questi anni. Quindi veramente di difendere la mia tridimensionalità».
Nel tuo agire in musica si percepisce una fortissima verve. Hai un po’ paura che questo mondo ti strappi un po’ questa tua unicità?
«Sì, sì, sì. Questa cosa mi fa paura e l’ho sentita tanto già col primo disco. Il fatto di essere categorizzati, di essere inscatolati e di non poter uscire da quella cosa mi terrorizza. Perché è una roba che non puoi controllare. Per cui cercherò di difenderla il più possibile».
Non te ne frega niente di finire in classifica, vero?
«No, non mi interessa. Purtroppo o per fortuna, non lo so. Però è una cosa a cui sono rimasta sempre fedele e spero di rimanerlo per sempre alla musica. Stavo per dire “alla bellezza della musica”, però in realtà non è detto che sia bello quello che faccio, quindi alla musica. Ma soprattutto spero di rimanere fedele sempre a quell’istinto, a quelle sensazioni primarie che ho avuto quando l’ho scoperta, che è la cosa che cerco sempre. E se non la trovo, non ci vado in quella direzione. Non mi interessa del resto, ho bisogno di svegliarmi e stare bene con me stessa».
Fondamentale il processo di scrittura nelle tue canzoni, la musica sostiene una poetica particolarmente densa…
«Quella per me è una cosa quasi primaria, quasi primordiale. C’è stato anche un lungo lavoro, di tanti anni, soprattutto all’inizio del primo disco, con Taketo. Io ho scritto ogni giorno per anni, tutti i giorni, due ore al giorno, sempre, in modo instancabile. E ho letto tantissimo, infatti le mie più grandi reference, le mie più grandi ispirazioni, arrivano dalla letteratura, non tanto dalla musica. Per me è importante scrivere un testo di cui vado fiera, non perché per forza mi debba piacere, perché mi voglio staccare anche da ciò che mi piace, da ciò che voglio, da ciò che desidero. Non è neanche più importante quello. Però voglio che abbia quella magia e quelle sensazioni forti che ho avuto le prime volte che ho scoperto sia la letteratura che la musica».
Lo hai nominato più volte, forse sarebbe il caso di parlare di Taketo Gohara, che è uno dei più illuminati produttori che lavorano in Italia e non solo. Lui ti ha mai spiegato esattamente cosa ha visto in te più e prima degli altri?
«Taketo mi ha sempre detto che in me ha visto una grande fame. Io sono la prima esordiente che ha mai prodotto, cioè lui non ha mai prodotto un’opera prima, di nessuno. E in me quello che lui mi ha raccontato è che proprio aveva visto una persona con una grande fame. Mi ricordo che più volte mi ha detto che sembravo una selvaggia e questa cosa gli piaceva tantissimo. Comunque io arrivavo dalla provincia di Schia, con i peli sotto le ascelle, ascoltando PJ Harvey. Mi ricordo la prima volta che ci siamo visti, sono arrivata con il mio computerino e le cuffiette dell’iPhone, perché registravo così. Io ero totalmente imbarazzata per questa cosa, ma lui lui mi dice: “Va benissimo così, registriamo con le cuffiette dell’iPhone”, e in quel momento capiamo entrambi che dovevamo per forza lavorare insieme».
Cosa pensi che quella parte di pubblico che non ti conosce debba sapere di te?
«Sicuramente prima di fargli ascoltare un mio disco dovrebbero sentirmi live, perché secondo me la dimensione live è la dimensione della mia musica. E poi, come mi presenterei….non lo so. Allora, mia madre, che è figlia di contadini, l’ho sempre definita “un organismo preindustriale”, io mi sento un po’ figlia di questa cosa, quindi probabilmente gli direi prima di tutto che Lamante è un organismo preindustriale».
Perché un nome d’arte?
«Lamante perché mi chiamo Giorgia e di Giorgie iconiche ne abbiamo già due: Giorgia Meloni e Giorgia, la cantante, quindi non potevo gareggiare con queste due. Poi Pietribiasi, che è il mio cognome, è molto difficile, ha dei dittonghi all’interno, è difficile da pronunciare. Difficile anche per la storia che si porta dietro, perché mio padre ha fatto parte della lotta degli anni Settanta extraparlamentare, poi è subentrata l’eroina, una serie di cose, per cui la mia famiglia, il mio cognome, nella zona del Veneto, è molto conosciuta e, a parte per la lotta, non per cose positive. Pensa che Taketo voleva utilizzassi solo il mio cognome, pazzo scatenato. Gli ho detto: “Ok, vai, pronuncialo”, e non lo sapeva pronunciare. Da lì è iniziato tutto un ragionamento riguardo al nome che avrei potuto avere».
Come è arrivato Lamante?
«Premetto: il nome d’arte è una cosa che non mi piace, quindi per me è stata molto sofferta questa cosa. Una parola a cui sono molto legata e che mi piace tantissimo è “tradire”, che nell’etimologia del termine latino vuol dire “consegnare”. Quindi ha molto a che fare con la parola “tradizione” in realtà. Nella mia famiglia, il mio bisnonno era un pittore, mio nonno era un fotografo, mio papà è stato un musicista, questo estro artistico si è tramandato di generazione in generazione, da padre in figlio, fino a che mio papà ha fatto tre figlie femmine. Mi sono sentita così sia di tramandare che di tradire, in quanto donna, quindi da lì ho pensato alla figura che racchiude la parola “tradire”, per me era “l’amante”. Poi naturalmente Lamante non ha solo a che fare con il tradire, l’amante è l’amante, quella che dà l’amore. Lamante richiama anche la mantide religiosa, quindi quella che ha un rapporto sessuale con un uomo ma poi gli stacca la testa. Quindi per tutte queste cose qui».
Nella tua musica si percepisce forte anche un certo disagio, una sorta di oscurità. Mi chiedevo quanto per te sia prezioso come elemento creativo…
«Mi piace molto la parola che hai usato, “oscurità”, perché il buio è qualcosa di molto prezioso. Ciò che non si vede è qualcosa per me di molto prezioso, a me piace credere a quello che non vedo, non a quello che vedo. Tanto di più in questo periodo storico in cui tutto deve essere illuminato, tutto deve essere alla luce del giorno, tutto deve essere spiegato, e si crede solo a ciò che si vede. Allora mi piace difendere ciò che è altro, al di fuori da me, ciò che è incomprensibile. E il rapporto con la musica per me è strettamente legato a questa cosa qui. Tante delle mie canzoni, soprattutto in questo disco, quando le ho scritte non riuscivo a capire da dove venivano, perché, a cosa, chi, dove, volevano andare e come. E sta proprio lì, secondo me, la magia».
Cosa ti piacerebbe che rimanesse di questo disco in chi lo ascolta?
«La speranza, sicuramente. Perché è un disco che parla di morte, ma come la spinta più vitale che l’uomo può ricevere. Io ogni volta che guardo fuori dalla mia casa, ma anche dentro la mia casa, so che tutto quello che è stato costruito intorno a me, che ogni passo che l’umanità ha fatto, l’ha fatto proprio per paura della morte. La morte è una delle più grandi spinte e ci permette anche e soprattutto di pensare che il mondo è sempre quello che deve venire. Come uno dei titoli delle mie canzoni, Il mondo è quello che deve ancora venire, e mi piacerebbe lasciare questo messaggio qua, che il mondo è quello che deve ancora venire e che dobbiamo seguire questa spinta vitale. Non aver paura di provare questa sensazione qua, di farci prendere dal vuoto, ma di accoglierlo e di usarlo come una spinta vitale».

