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Il ritorno di Mannarino: «Il problema della musica è che sta alle leggi del denaro, non del divino» – L’intervista

08 Maggio 2026 - 12:19 Gabriele Fazio
Il cantautore folk, assente dal 2021 con un disco di inediti, incontrerà il pubblico durante un tour che lo vedrà impegnato dal 21 giugno fino a metà settembre
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L’ultimo album di Mannarino, V, risale al 2021, poi il silenzio, cinque anni dopo, un’infinità discografica, il ritorno con Primo amore. Ancora una volta il cantautore folk porta l’ascoltatore un po’ più in là, in ambienti mistici, alla ricerca di qualcosa di significativo, un indirizzo per chi assiste a questo approccio così squisitamente artistico, ormai piuttosto inedito nel circuito musicale italiano. Oggi, come dice anche nell’intervista sotto, è costretto a tornare sul pianeta Terra, per incontrare il pubblico in un tour che lo vedrà impegnato dal 21 giugno fino a metà settembre, ma proprio per riportare una dimensione altra, che è quella che più interessa l’artista romano.

Ascoltando il disco si mettono insieme tutti i puntini rispetto anche i singoli che lo hanno anticipato. Proporre un’opera che va necessariamente ascoltata nel suo complesso è un azzardo, no?
«Beh sì, infatti non ero molto d’accordo inizialmente col far uscire canzoni prima, perché secondo me il disco va ascoltato tutto insieme, in quel modo che arriva la storia, il racconto di tutto quello che volevo dire. Però viviamo un periodo in cui c’è poca attenzione, pochi di noi ascoltano i dischi dall’inizio alla fine, soprattutto con il tipo di fruizione che facciamo della musica, il cui ascolto viene quasi consigliato ormai dall’algoritmo, oppure ti senti un brano, lo ascolti 30 secondi, poi se ti piace lo salvi, se no passi avanti. E abbiamo un problema anche con la durata dei pezzi, con gli arrangiamenti…».

E tu come reagisci a tutto questo?
«Io non farei sto lavoro se non avessi il piacere, se non godessi proprio, dell’avventura di comporre un’opera. Io non ho mai fatto quello che faccio secondo le logiche della discografia, perché sennò mi metterei a fare altro. È bello secondo me dire: “Guarda, io ho delle cose da dire, ho fatto un percorso, un viaggio dentro e fuori da me per arrivare a sta roba. Se lo vuoi ascoltare, se ci vuoi entrare dentro, prenditi del tempo, entraci dentro, perché questo è quello che c’ho da dirti. La musica è sempre stata usata per millenni, decine, centinaia di anni, come portale quasi sciamanico, di rituali catartici o di trance, quindi è qualcosa che comunque ti fa vibrare il corpo e ti porta in una dimensione. Il problema delle discografiche è che oggi non c’è più il sacro a guidare la musica, ma c’è il denaro, quindi la musica sta alle leggi del denaro, non alle leggi del divino».

A proposito di regole della discografia, una delle nuove e principali è: non assentarsi troppo. Il tuo ultimo disco è del 2021; per esperienza ti dico che solitamente due sono le occasioni che giustificano una tale assenza: o si è un grande o si è un pazzo. Tu a quale categoria appartieni?
«Io veramente penso che la follia sia una risorsa, una vitamina, un’energia creatrice per l’umanità. Senza la follia non avremmo l’arte, non avremmo tutti gli artisti che mi piacciono: Van Gogh, Nina Simone, Tom Waits o Bob Marley, che a suo modo era folle, perché è diventato la voce di un messaggio divino. Quindi quando noi facciamo musica o facciamo un disco come questo, dobbiamo diventare folli. Io mentre facevo il disco credevo a tutto, ai suoni, alle parole, come se stessi fuori dal mondo, stavo tra le stelle e parlavo col cielo mentre facevo il disco. Cioè ho vissuto la follia su di me. Adesso devo ritornare a terra, devo fare i tour con la gente, ma ho avuto dei momenti proprio veramente di follia. Quindi folle, sì».

Ma la dimensione di questo disco è da grandi della musica..
«Artisticamente grande non lo voglio dire, ma coraggioso sì, perché sento che è una parte imprescindibile del mio fare musica. Perché a me fa più paura finire in certe logiche e perdere la libertà di farmi questo viaggio così come l’ho fatto. Quando dai uno sguardo oltre e ti interroghi sulla vita, vedi quanto è breve, quanto è folle, quanto è così: un trip apparentemente senza senso, che invece è pieno di senso, perché ce lo metti tu il senso. E puoi vedere dei segnali in tutto quando cominci a vedere la vita così, tutto diventa un segnale, tutto diventa un sogno che si incarna. Io l’ho vissuto così sto disco, con la stessa follia dell’orgasmo, dell’amore, del sesso. E la musica deve essere questo, deve essere spazio di libertà. Non possiamo rinunciare a questo spazio di libertà per il mercato, perché già la nostra vita è stata messa nel mercato. L’uomo smette di diventare libero quando diventa la funzione di qualcosa. Quello che ho cercato di fare, anche con la musica, è destrutturare, infatti ci sta sempre questa lotta tra la terra e il cielo, quindi il tribunale, l’ospedale, la gabbia di parole, il carcere e poi Maradona, che sta in cielo».

Questo sembra il disco di una persona che è andata via per cercare qualcosa, l’ha trovata ed è tornata. È così? Cosa cercavi e cosa hai trovato?
«Il viaggio è stato quello di allontanarmi dalla mia sovrastruttura e dall’ego, perdermi nel tutto, abbracciare il mistero e sentire le stelle addosso. Pensare di valere di più di quello che mi è stato detto, più di un uomo/funzione, più di quella programmazione dell’essere umano nella società, per cui il mito dello Stato, dell’unità del Paese, della religione, tutti questi miti che ci vengono dati, che assorbiamo da quando siamo bambini, che comunque ci costringono ad asset mentale. Invece l’idea era quella di perdermi nella vita e di chiedermi cos’è tutto questo? È un sogno che stiamo facendo? Chi sono io? Sono una coscienza? Sono un essere umano? Questo è un vestito? È un’astronave? Io sono organico, oppure sono ospite di questa materia? Mi sono fatto tutto questo bel trip».

Il tuo è stato anche un viaggio fisico, no? Sei stato avvistato alle Eolie, ma sei stato un po’ ovunque, vero?
«Sì, sono partito da solo, sono stato a Panama, in un’isoletta, chitarrina, tavola da surf, dentro una capanna, due mesi, da solo. E scrivevo un diario, provando a capire quello che stavo cercando, perché stavo cercando qualcosa. Poi ho viaggiato in Messico, in Brasile, in Colombia…ho vissuto, ho vissuto parecchio per fare questo disco».

Un elemento che sei stato bravo non solo a mettere al centro, ma anche a rappresentare musicalmente, è la natura. Intesa come terra, cielo, acqua…ma soprattutto come radici di tutto ciò che è umano.
«Sì, in qualche modo ci sta la natura come maestra, no? Noi ci possiamo riscoprire e rivedere in quegli elementi naturali che raccontano la nostra vera natura, che non è quella della linea retta, del cemento, dell’orario, del tempo ciclico. Mi sono interrogato anche molto su questo, quando siamo diventati stanziali abbiamo costruito tutto un sistema per organizzarci, perché dipendevamo dal cibo che noi coltivavamo, e quindi le donne sono state chiuse in casa perché dovevano fare dieci figli l’una, perché dovevamo difenderci da chi veniva a razziare o andare a razziare gli altri. E gli uomini militarizzati in questo sistema patriarcale in cui la parte femminile dell’uomo viene cancellata perché deve essere marziale, in qualche modo. E quindi si è costruita anche una religione su questo, per bloccare anche il desiderio delle donne e l’imprevedibilità dell’amore. Quindi voler superare questo si traduce chiedendoci cos’è l’uomo, cosa è la natura, cosa c’è dentro di noi, quali sono i confini della nostra coscienza e chi siamo veramente. Perché se poi uno crede di essere quello che ti hanno insegnato, è lì che arrivano i problemi, perché poi stai male, non ti somigli».

C’è un bipolarismo che mi è sempre piaciuto del tuo fare musica, che riguarda la tua capacità e volontà di affrontare tematiche eteree con un linguaggio assai terreno e accessibile…
«Quella è la vera ricerca e questo passa anche per la lotta, la perdita dell’ego nella scrittura. Non ho scritto niente in questo disco che fosse egoriferito, tipo: “Guarda cosa scrive, guarda quel fronzolo”, ogni cosa che c’è là dentro ha un senso ben preciso ed è stata messa per arrivare dritta alle persone. Perché io prima di approcciarmi a questo disco ho avuto veramente una crisi esistenziale, ho avuto dei momenti in cui ero tormentato, non stavo bene e mi sono messo ad ascoltare Bob Marley dalla mattina alla sera, che conoscevo da ragazzo ma non ho mai sentito così tanto, e lì mi ha aperto una finestra: alla fine la musica non la devo fare per me, la faccio per me perché il processo di scrittura e di creazione mi fa stare bene, mi realizzo scrivendo e creando, ma volevo fare delle canzoni che quando uno si mette le orecchie arriva qualcosa che prescinde da me, dal mio ego, ma che viene dallo spirito, un messaggio che ti fa stare bene. e quello solo con la pulizia lo raggiungi. Secondo me questo disco c’ha una vocazione un po’ mistica, spirituale, ho scritto di cose tra il terreno e il sacro, delle cose che parlano di alto, però stanno qua, stanno a terra, sono dette da un uomo. Quindi questa è la cosa che rimane alla fine: ci sto io da solo, in mezzo alla vita, in mezzo al mistero, però sono io che dico le cose, quindi devono passare per questa carne».

Questa doppia dimensione era forse la caratteristica più affascinante di Maradona, al quale hai dedicato un pezzo: quello di bilanciare gioie così celestiali con i limiti del suo essere profondamente uomo.
«Maradona è un simbolo, perché è sia Dio che uomo. È un uomo venuto dalle baracche, dal posto più lontano del mondo, ed è diventato Dio già in vita, come gli imperatori romani, divinizzato già in vita, il Dio del calcio. Il calcio è lo strumento del sogno, perché con lo sport il povero può sognare, perché basta una palla e un bambino pensa di essere un grande calciatore».

Cosa ti piacerebbe che rimanesse di questo disco in chi lo ascolta?
«La forza. Mi piacerebbe che chi lo ascolti prenda un po’ della forza che ha dato a me farlo».

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