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Sorpresa, Willie Peyote sa essere anche dolce: «È una forma di sincerità che avevo negato a me stesso fino a oggi» – L’intervista

16 Maggio 2026 - 18:41 Gabriele Fazio
All'interno del disco featuring con Brunori SaS, Noemi e Jekesa
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Il nuovo album di Willie Peyote si intitola Anatomia di uno schianto prolungato e per il rapper torinese rappresenta una sorta di ritorno al futuro, un ossimoro artistico per cui la maturità dei 40 anni tondi tondi va di pari passo all’indole di prendersi la libertà di recuperare alcune caratteristiche del Willie Peyote che fu. Ed è questo che caratterizza il nuovo disco, che brucia più della necessità di tradurre in musica un istinto autentico che della lucidità di raccontare o denunciare un qualcosa. Un disco in cui le proprie vulnerabilità non diventano materia da “rimorchio” musicale e nemmeno l’eccezione alla regola che vuole i rapper tutti brutti, sporchi e cattivi, ma un sentimentalismo vivido e coinvolgente. Solo un altro degli elementi che ci restituiscono un Willie Peyote in continua evoluzione, artista vivace che viene trascinato dal vento della vita qui e là e poi riesce a riportare tutto in musica, con questa sua visione del rap così colorata e sofisticata, intellettuale e ironica.

In che momento della carriera ti coglie questo album?
«Mi coglie nel momento giusto. Arrivo da un momento in cui ho recuperato, mi sono tolto di dosso un po’ di pesantezza accumulata negli anni del Covid, mi sono tolto tutte le conseguenze di quello che il Covid ha comportato, quindi arriviamo da un 2025 in cui siamo divertiti, in cui abbiamo ritrovato la voglia e il piacere di suonare e stare in studio insieme. È stato un disco molto naturale, ci abbiamo messo meno di un anno a scriverlo, registrarlo e confezionarlo».

Qual era l’idea di partenza? Che genere di disco volevi uscisse fuori?
«Siamo partiti dall’idea che volevamo scrivere delle belle canzoni, non c’era l’intento di parlare di questo o quello, ci siamo detti: “Facciamo delle canzoni che abbiano della vibe”. Volevamo che arrivasse qualcosa e questo ci ha liberato tutti, forse anche i testi arrivano meglio in questo contesto».

Andiamo al titolo: tu cosa intendi per “Schianto”?
«Intanto mi piaceva lo stimolo, perché per raccontare un tempo di contraddizione mi piaceva dare un titolo che fosse ossimorico, cioè lo schianto non può essere prolungato, proprio concettualmente. Oggi, secondo me, abbiamo la sensazione che tutto stia per finire: il crollo dell’ideologia, il sistema capitalistico che va verso il default, il pianeta che sta morendo, ma poi non finisce mai niente. E questa sensazione ce l’abbiamo da un botto: tutto sembra solo andare verso il peggio, poi però peggiora e basta, e non finisce mai. Allora questo schianto ha anche un’accezione positiva: “Ma non sarà che a un certo punto è meglio schiantarci e poi ricominciamo eventualmente?”».

Tutto corretto, ma in questo meccanismo che ruolo ha la musica?
«La musica ha un ruolo di racconto, è come se fosse la voce fuoricampo che racconta quello che succede. Secondo me il potere della musica è mettere insieme le persone, che sia la squadra che lavora un disco, che sia chi scrive con chi ascolta, che sia lo stare insieme ad un concerto, che sia farsi portavoce di un’istanza altrui. La musica ha il potere di creare un po’ di collettività, che è uno dei temi del disco, cioè il bisogno dell’altro, il fatto che nessuno si salva da solo, in Burrasca, ma anche Mi arrendo, il tema è: io da solo non ce la faccio, ho bisogno di qualcuno vicino».

Siamo perfettamente d’accordo sul dovere che avrebbe la musica in questo contesto e sulle capacità che avrebbe la musica in questo contesto. Il dubbio è: ma lo fa?
«Certe volte sì, certe altre no. C’è chi vuole farlo e chi no. Ci sono contesti nel quale è più difficile che la musica riesca, perché se la musica viene derubricata a mero intrattenimento, non può più avere la funzione salvifica se è solo intrattenimento. L’intrattenimento non unisce le persone, se non per quei dieci secondi lì, non è futuribile l’intrattenimento. E quindi dipende come la usiamo noi, dipende come l’industria tratta la musica. Però io vedo che si sta riscoprendo, non solo nella musica, un pubblico che vuole qualcosa di un po’ più sostanzioso, di diverso, anche solo di alternativo, nel senso di sguardo alternativo, non per forza di suono alternativo. Penso al cinema, il fatto che Le città di pianura abbia trionfato ai David di Donatello secondo me è un bel segnale».

Per te però è sempre stata un’esigenza andare oltre, mettere qualcosa di sostanzioso nella tua musica, fin dall’inizio. Un’esigenza più forte della fame di successo, di quella riconoscibilità che solitamente prende i giovani, in particolare i rapper…
«Devo dire che io non avevo fame di successo, avevo voglia, il bisogno di essere capito, sicuramente, magari. Però più che il successo volevo avere la possibilità di fare questa cosa per vivere, che sono due concetti diversi. Per me era già un successo suonare e mantenermi suonando, quindi non ho mai voluto fare la popstar, perché credo sia un lavoro diverso da quello che sono capace di fare io, e quindi no, la mia era solo necessità di stare insieme alla musica. A me la musica piace talmente tanto che per me è già un regalo poter far questo per vivere. La fama è la cugina scema del successo, tra l’altro, e in generale ti cambia la vita in un modo che io non voglio che mi venga cambiata».

Effettivamente si notano dei segnali per cui c’è un interesse maggiore verso opere che siano un pochino più impegnate. È una cosa che riguarda soprattutto il rap, chi scriveva di banali spacconerie, oggi perlomeno ci prova, con risultati alterni, ad elevarsi…lo hai notato anche tu?
«Sì, ma io posso dire che se uno degli artisti più ascoltati del paese è Kid Yugi, è già un buon momento, vuol dire già qualcosa. Penso a Nayt, penso allo stesso Sayf, ci sono anche artisti che hanno un peso specifico importante oggi sulla scena, anche giovani tra l’altro, che però rappresentano una cosa che magari cinque anni fa sembrava impensabile. Sembrerebbe esserci una riscoperta in questo senso, non solo nel rap, che non so se è profondità, però è un filino più di varietà di gusti. Abbiamo scoperto che le patatine fritte sono buone, la pizza è buona, però crescendo vuoi mangiare non dico il tartufo, però anche solo l’aglio, capito?».

Una delle tematiche del disco è legata certamente ai rapporti umani. Come mai oggi questa esigenza, più che in passato?
«Sicuramente crescere ti porta a vedere le sfumature, a voler esprimere anche quel tipo di lato di te che magari prima avevi nascosto. Un pezzo come Burrasca qualche anno fa non l’avrei fatto, non l’avrei pubblicato, invece oggi quel pezzo lì si è scritto da solo, mi piace e a me piace molto averlo scritto, oggi ne sentivo proprio la necessità. Poi boh…sarà anche il mio percorso personale di vita, sono sei anni che sono single, che sono da solo, quindi magari sono arrivato a un punto in cui vedo le relazioni in un modo diverso da quello di un paio di anni fa. Le relazioni intese tutte, non solo sentimentali, forse ho imparato a gestire i rapporti umani in maniera più serena, più libera. Il tema è il senso del bisogno che ho degli altri, il bisogno di aggrapparmi a qualcuno per resistere. E anche come società abbiamo bisogno di tornare a concepire la collettività e la comunità come centro. Quindi il personale e il generale che si incontrano».

È così che matura un rapper?
«Non lo so, dal canto mio ho la fortuna che non sono mai stato troppo rapper nell’aspetto, e quindi in qualche modo posso poi giocarmi la carta dei cantautori, invecchiando. È  la prima volta che ci troviamo di fronte al rap fatto da persone adulte, perché il rap è un genere tutto sommato giovane, però credo che lo stiano dimostrando diversi artisti nel mondo. Penso a Jay-Z, al Wu-Tang, che comunque una certa età se la portano appresso; in Italia abbiamo dei rapper che hanno anche loro ormai una certa età, Frankie hi-nrg, lo stesso J-AX, Anche Gue’ non è un ragazzino di primo pelo; è un processo in cui stiamo vivendo l’evoluzione del rap, e secondo me è bello esserci. Credo che mi invecchierà bene il rap, è un genere musicale che si sta scoprendo vecchio, però mi sembra che la stia gestendo».

Questo disco per molti aspetti, specie musicali, riporta al primissimo Willie Peyote. Penso a Che caldo fa a Testaccio, a Luigi, soprattutto a Kill Tony
«In tre modi diversi, ma è vero. Che caldo fa a Testaccio è il pezzo più smaccatamente anni ‘90, quindi quello è proprio un tributo al rap di un certo periodo, a 107 elementi di Neffa, proprio per individuare un disco che lo rappresenta in quel momento. Luigi è un pezzo che mi riporta a certi pezzi che ho fatto in passato, ai pezzi del primissimo Willy Peyote, forse abbiamo fatto pace con il nostro essere arrivati fino a qua e abbiamo trovato una quadra nell’oggi, per questo ho fatto pace anche col passato ed è tornato un po’ anche lui, mi sento di essere nel posto giusto oggi del percorso e quindi così ti guardi indietro anche in maniera più libera rispetto ad altri momenti in cui sei alla ricerca e quindi guardi solo avanti».

Nel momento in cui tu oggi ti siedi per scrivere un disco, il pensiero, in tutta onestà, quanto va sul destino di questa musica? Quindi il meccanismo delle piattaforme, quello che funziona sulle piattaforme e quello che le piattaforme stesse decidono di spingere, in un mercato che richiede un certo tipo di musica. Voglio dire, nonostante lo spessore artistico, operi comunque in un mercato…
«Ma io credo che sia giusto, non mi sembra di perdere una battaglia, vivi in un contesto storico, lavori in un mercato, così ci pensi. Infatti quello che manca in questo disco è l’overthinking, perché mi sono reso conto che talvolta finivamo a incasinare un po’ le robe. Questo è un disco in cui ogni pezzo è diverso, sono 11 portate diverse, però ogni portata è coerente a se stessa ed è coerente complessivamente proprio nell’essere unica».

Tu hai una penna e una padronanza della materia musica che volessi fare una hit ce la faresti in un attimo. Rischi mai di cadere in quella tentazione di prendere la strada più facile e più discograficamente performante?
«Guarda, non per una ragione di supponenza, ma io non credo di essere così capace di fare bene una vera hit estiva, fatta con i crismi dell’hit estiva. E lo dico con invidia di chi riesce a fare entrambe le cose. Come ti dicevo prima, io non avrei scritto neanche Burrasca un paio di anni fa, per me è già stato un modo di superare un mio limite avvicinarmi ad una scrittura più scarna, più diretta, più semplice, in cui semplificare non vuol dire banalizzare, ma arrivare subito al punto. Quindi la padronanza della penna c’è in certi contesti, è vero, ma in quel contesto lì no. Ho ancora tanto da imparare».

Quando dici che hai ancora tanto da imparare a cosa ti riferisci? Cosa senti di dover ancora imparare come musicista o autore?
«Beh, Burrasca l’ho scritta perché ho potuto stare più vicino ad autori come Dario Brunori o altri come lui, che hanno la capacità di essere profondi nella semplicità, di aprire veramente a tutti, senza essere spigolosi come poi invece io risulto spesso con la mia scrittura e col mio modo di pormi. Devo imparare ancora tanto. La libertà di essere dolci me la sto prendendo adesso a 40 anni e fino ad oggi non me l’ero mai presa, è una forma di sincerità che avevo negato a me stesso fino ad oggi e che sto imparando».

Cosa ti piacerebbe che rimanesse di questo disco in chi lo ascolta?
«Mi piacerebbe che si sentisse che siamo più a fuoco a livello musicale e strutturale di altre volte, quindi che si sentisse che c’è un’amalgama ben riuscita, più di altri dischi, perché io lo sento e quindi spero che arrivi. Spesso negli anni mi sono detto che mettevo testa e poca pancia, e invece questo è un disco che ha tanta pancia, come una volta. Quindi se si sentisse questo, se arrivasse la necessità, la naturalezza di quello che abbiamo fatto, proprio perché è venuto naturale farlo, mi piacerebbe. Questo sarebbe quello che vorrei. Poi mi piacerebbe che piacesse a tutti, che lo ascoltassero all’infinito parlandone come il più bel disco che abbiano mai sentito, però non succederà».

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