Israele, Netanyahu al capolinea: lo scontro sui soldati avvicina il voto. E ora l’opposizione «vede» la maggioranza – I sondaggi

Il governo di Benjamin Netanyahu è vicino al capolinea. Le elezioni politiche in Israele sono già in programma per l’autunno – devono tenersi a norma di legge entro il 27 ottobre. Ma l’iter verso il voto potrebbe accorciarsi se passerà al Parlamento israeliano un disegno di legge per sciogliere la Knesset stessa. A introdurlo è stata nei giorni scorsi Degel HaTorah, una delle due anime del partito religioso Ebraismo della Torà Unito. I haredim (ultraortodossi) sono infuriati con Netanyahu da quando, nei giorni scorsi, gli emissari del premier hanno fatto sapere loro che una legge per esentare dal servizio militare gli studenti delle scuole rabbiniche – obiettivo politico cruciale per i partiti che li rappresentano – potrebbe non trovare i numeri per passare, insomma non avrebbe il sostegno necessario neppure dentro la maggioranza. «Non abbiamo più fiducia in Netanyahu, a questo punto il “blocco” non esiste più», ha scolpito il rabbino Dov Lando, guida di riferimento di Degel Ha Torah, dando istruzione ai suoi parlamentari di procedere a introdurre la proposta di dissoluzione della Knesset.
I soldati mancanti e la battaglia politica
Mercoledì è in programma la prima lettura del testo. Nei giorni scorsi i media israeliani ipotizzavano il governo Netanyahu stesso avesse “patrocinato” l’iniziativa, di modo da guidare l’iter di avvicinamento alle elezioni. Secondo il Jerusalem Post però in queste ore gli uomini di Netanyahu sarebbero invece impegnati a tentare di impedirne o per lo meno ritardarne l’approvazione. La situazione resta fluida, ma la coalizione tra destra nazionalista e religiosi guidata da Netanyahu negli ultimi tre anni e mezzo – drammatici per Israele e il Medio Oriente – pare arrivata al capolinea: attorno a una battaglia chiave che spacca Israele tra laici e religiosi, e che si lega a doppio filo con lo sforzo umano richiesto dalle guerre su tutti i fronti che il Paese si trova a combattere a quasi quattro anni dalla strage del 7 ottobre. L’esercito israeliano stima di avere bisogno di altri 12mila soldati circa in tempi brevi per far fronte a tutte le necessità operative sui diversi teatri, e tra gli ultraortodossi si calcola ci sia un bacino di circa 80mila giovani uomini tra i 18 e i 24 anni attualmente esentati dal servizio.

Quando si voterà in Israele
Per autodissolversi la Knesset non dovrebbe fare altro che votare a maggioranza assoluta una legge che lo preveda. Meccanismo sconosciuto in Italia e in gran parte d’Europa, ma tipico del sistema israeliano: è stata questa la strada che ha portato il Paese a nuove elezioni ben 14 volte dal 1948 ad oggi, come ricorda l’Israel Democracy Institute. Il disegno di legge introdotto da Degel HaTorah al momento non specifica la data ipotizzata per le elezioni. A norma di legge queste devono però essere fissate entro cinque mesi dall’approvazione della legge: si arriva a una scadenza simile a quella già prevista del 27 ottobre. Di fatto a gestire i tempi sarà il governo Netanyahu stesso. Secondo alcuni resoconti le fazioni ultraortodosse stesse spingerebbero dietro le quinte per fissare il voto a inizio settembre, poco prima o subito dopo il Capodanno ebraico. L’alternativa più probabile pare la seconda metà di ottobre, considerato che a Netanyahu non converrebbe votare a ridosso del 7 ottobre, data funesta che evoca per molti israeliani dolore ma pure rabbia verso il governo in carica per la peggior strage terroristica subita da Israele sul proprio territorio.
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Cosa dicono i sondaggi
Secondo tutti i principali sondaggi, se si votasse oggi Netanyahu non avrebbe speranze di tornare al governo alla guida della coalizione uscente. Non tanto per il calo del suo Likud, che pure dovrebbe perdere diversi seggi rispetto ai 32 attuali (potrebbe attestarsi a 25 e perdere lo scettro di primo partito), quanto per il tracollo degli alleati alla sua destra. Orgoglio ebraico del ministro della Sicurezza Itamar Ben-Gvir tornerebbe in Parlamento ridimensionato (8 seggi), mentre Sionismo religioso dell’altro riferimento politico dei coloni, Betzalel Smotrich, non passerebbe neppure la soglia di sbarramento fissata al 3,25%. Nel complesso, la coalizione uscente di Netanyahu raccoglierebbe stando alle rilevazioni costanti delle ultime settimane 49 seggi. La soglia minima per avere una maggioranza alla Knesset e formare un governo è fissata a 61 seggi. E secondo l’ultimo sondaggio diffuso nei giorni scorsi dal quotidiano Maariv il fronte frastagliato delle opposizioni sarebbe proprio a quella quota.
Chi potrebbe diventare premier al posto di Netanyahu
Dietro i numeri sta la politica: i vari partiti d’opposizione hanno in comune l’obiettivo di disarcionare Netanyahu, eletto per la prima volta alla guida del governo nel 1996, un’altra era politica, ma hanno visioni politiche diverse su altri temi. A guidare la lista dei pretendenti alla poltrona di primo ministro è a oggi Naftali Bennett. Ex comandante dell’esercito, poi imprenditore di successo, Bennett è cresciuto politicamente all’ombra di Netanyahu, prima di rompere con lui e mettersi in proprio. Ha già guidato Israele per poco più di un anno, nel governo di “grande coalizione” anti-Netanyahu formato tra il 2021 e il 2022. Resta uomo religioso e saldamente di destra, anche se nel tempo ha adottato approcci e parole d’ordine più pragmatiche di Netanyahu. Dopo qualche anno lontano dai riflettori politici, è tornato in campo e ha formato una lista comune insieme al partito di Yair Lapid, ex presentatore tv e leader politico centrista. La loro lista “Insieme” è accreditata di 26 seggi: sarebbe il primo partito del prossimo Parlamento, e il candidato premier indicato sarebbe lui. Nel fronte anti-Netanyahu avrà un ruolo anche l’ex capo di stato maggiore Gadi Eisenkot. Il suo partito di nuova formazione Yashar è dato in costante crescita, al momento attorno ai 16 seggi. Se dovesse unire le forze con quello di Avigdor Lieberman, anche la loro lista unitaria viene proiettata – con tutte le incognite del caso – verso quota 26 seggi. Eisenkot in quel caso potrebbe insidiare le aspirazioni di Bennett a guidare il governo.

Outsider e incognite
Completano il quadro della coalizione i Democratici (10 seggi), che mettono insieme quel che resta degli storici partiti di sinistra, laburisti e Meretz, e il partito nazionalista laico Israel Beitenu dell’ex ministro Avigdor Lieberman. L’assemblaggio di tutte queste forze potrebbe dare una maggioranza, che rischia però di essere esile. Al di fuori delle due attuali coalizioni restano però altri potenziali voti “in libertà”. I partiti arabi potrebbero eleggere una decina di altri deputati. Bottino ghiotto per chi volesse “servirsene” per costruire una maggioranza ben più solida. Peccato che dopo il 7 ottobre tutto sia cambiato e molti dei principali leader politici – Bennett compreso – abbiano giurato di escludere di formare coalizioni coi partiti arabi, considerati «sospetti» nel quadro della guerra strisciante a Gaza e in Cisgiordania (la popolazione araba israeliana è esentata dal servizio militare). Una sorpresa nelle elezioni potrebbe arrivare poi dal partito dei Riservisti lanciato a settembre scorso dal’ex ministro Yoaz Hendel. Al momento viene dato in lotta attorno alla soglia di sbarramento, ma potrebbe essere spinto nei prossimi mesi da nuove adesioni di peso.
In copertina: Il premier israeliano Benjamin Netanyahu in una recente conferenza stampa – Gerusalemme, 19 maggio 2026 (Ansa/Epa – Ronen Zvulun)

