L’ex premier Ehud Olmert: «Accordo Usa-Iran? Si poteva fare a marzo. Ora via Netanyahu e facciamo la pace con Libano e palestinesi» – L’intervista
«Se l’accordo con l’Iran è quello di cui si vocifera Trump di fatto sta facendo un accordo molto simile a quello concluso da Obama nel 2015 da cui lui si ritirò nel primo mandato. Ma il risultato potrebbe essere comunque tutt’altro che da buttare». A 80 anni suonati, Ehud Olmert non sembra essersi affatto rassegnato al ruolo di illustre pensionato. A pochi mesi da elezioni in Israele che saranno un referendum su Benjamin Netanyahu dopo la strage del 7 ottobre e tre anni di guerre, l’ex premier ammette in un’intervista esclusiva con Open di essere al lavoro per spodestare il leader del Likud e favorire la nascita di un nuovo governo. La foto di Yitzhak Rabin in bella vista alle sue spalle nell’ufficio di Tel Aviv, tra le fiamme di guerra forse finalmente in ritirata Olmert intravede i semi di un altro, possibile Medio Oriente: un Iran senza ambizioni nucleari, il disarmo di Hamas e Hezbollah, un nuovo regime transitorio nella Striscia di Gaza, il rilancio del processo di pace israelo-palestinese. Tessere di un mosaico complicatissimo. Ma non impossibile, è il messaggio, se c’è la volontà politica.
Moratoria sull’arricchimento del nucleare iraniano, stop alle sanzioni Usa con lo sblocco di miliardi di fondi e riapertura dello Stretto di Hormuz. Dopo settimane di negoziati caotici l’accordo con Teheran pare in vista. Se è così, sig. Olmert, sarà valsa la pena fare questa guerra?
«Penso che la fase iniziale della guerra fosse inevitabile, perché gli iraniani non erano disposti a un accordo di nessun tipo, e andavano puniti da un’operazione congiunta di Stati Uniti e Israele. Ma il tutto probabilmente poteva essere concluso due mesi fa, evitando danni all’economia mondiale, se il punto d’arrivo era quello che sta emergendo ora: non il collasso del regime, non la presa in custodia dell’uranio arricchito da parte degli americani, ma un accordo che preveda una supervisione internazionale sul programma nucleare iraniano. L’importante ora è che ci sia un’intesa chiara su come funzioneranno quei meccanismi di ispezione. Se l’Iran li accetterà e saranno efficaci, sarà un risultato molto significativo».
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A luglio 2006 da primo ministro lei portò Israele in guerra in Libano dopo che Hezbollah s’era infiltrata nel nord del Paese uccidendo due soldati e rapendone altri tre. Fu guerra per un mese, poi l’Onu mediò un cessate il fuoco e rilanciò la missione Unifil per farlo rispettare e disarmare Hezbollah. Vent’anni dopo siamo da capo. O no?
«Per 17 anni dopo quella guerra non ci sono più state ostilità – non un proiettile, razzo, bomba o mortaio è più piovuto su Israele dal Libano. Poi l’8 ottobre 2023 Hezbollah ha perso il senso della realtà, pensando di infliggere a Israele lo stesso tipo di distruzione che Hamas aveva portato il giorno prima. Errore tremendo, a seguito del quale Hezbollah è stata quasi interamente distrutta. Ora però spero che si arriverà a un nuovo accordo, e più ambizioso di prima. Perché l’elemento nuovo che non è mai esistito prima è che ora c’è un governo libanese che sotto la leadership del presidente Michel Aoun è pronto non solo a lavorare insieme a Israele per disarmare Hezbollah – condizione essenziale per la stabilità e la sicurezza di entrambi i Paesi – ma anche di considerare seriamente di negoziare la pace con Israele».
Dopo il 7 ottobre Israele ha fatto guerra a Hamas a Gaza e oltre, a Hezbollah in Libano, all’Iran due volte. In tutti gli scenari ha ottenuto risultati militari importanti, ma non una vittoria completa, costretto ad accettare alla fine fragili tregue. Oggi è un Paese più sicuro rispetto a tre anni fa?
«Non c’è alcun dubbio. Certo non c’è stata alcuna vittoria totale perché Hamas è ancora in circolazione. Ma è una Hamas più piccola e più debole, senza razzi né posizioni di comando militare, senza un’ampia fetta dei suoi leader e la gran parte dei miliziani, eliminati da Israele. E noi siamo molto più all’erta, come non fummo il 7 ottobre».
Per molte persone in Occidente Israele si sente ormai uno Stato al di sopra del diritto internazionale, che si arroga la facoltà di distruggere vite, città o infrastrutture nei Paesi vicini nella proporzione che ritiene necessaria per ottenere i suoi obiettivi di sicurezza. È una descrizione sbagliata?
«La guerra a Gaza era legittima perché Hamas non ha lasciato scelta a Israele se non quella di fare tutto il possibile per eliminare i suoi leader e quanti più dei terroristi che ci hanno aggredito il 7 ottobre. Ma è vero che è durata molto più del necessario, e che la reazione imponente di Israele ha causato danni e dolori per la maggior parte delle persone di Gaza. Bisognerà indagare se sono stati commessi crimini di guerra, e se ciò sarà accertato sarà una cosa terribile con cui andranno fatti i conti».
Indagini interne a Israele o di corti internazionali?
«La cosa dovrà essere investigata prima di tutto internamente. Se ciò condurrà a risultati affidabili allora non ci sarà bisogno di indagini internazionali. Se invece le indagini in Israele non saranno sufficienti o appropriate, allora ci sarà bisogno di una partecipazione internazionale».
Che ne è di Gaza a sette mesi dalla firma del cessate il fuoco? Le pare si stia muovendo qualcosa di concreto nella direzione indicata dal piano Trump, cioè il disarmo e la cessione del potere da parte di Hamas e il completamento del ritiro dell’Idf?
«Al momento il piano Trump viene implementato solo in parte, in un equilibrio fragile e instabile, tra combattimenti a bassa intensità. Dobbiamo procedere con l’attuazione di quel piano e cercare di stabilizzare la situazione, introducendo quella forza internazionale di sicurezza composta da palestinesi e da soldati di Paesi arabi moderati che possa prendere il controllo militare di Gaza».
Tra pochi mesi in Israele si vota. Due dei principali leader dell’opposizione, Yair Lapid e Naftali Bennett, hanno annunciato che formeranno una lista congiunta per provare a spodestare Benjamin Netanyahu dopo 17 anni al potere – breve interruzione a parte. Ci riusciranno? Li sostiene?
«Non so se ci riusciranno, è troppo presto per dirlo. D’altra parte ci sono altri contendenti come l’ex capo di Stato maggiore Gadi Eisenkot che pare molto popolare: magari vincerà lui. Di certo spero che Netanyahu vada a casa e che s’insedi un nuovo governo di cambiamento».
Qual è la prima cosa che questo nuovo governo dovrebbe fare per indicare una strada diversa?
«Per prima cosa mi aspetterei che mettesse fine a quella politica di polarizzazione interna al Paese e a quel tentativo di distruggere il sistema legale che il governo Netanyahu ha perseguito. Sulla scena internazionale, dovrebbe riavviare un dialogo con l’Autorità Palestinese in vista di una soluzione complessiva al conflitto sulla base di due Stati. Qualsiasi governo pronto a negoziare coi palestinesi su questa base cambierà la percezione di Israele e migliorerà il suo status internazionale».
Lei fu l’ultimo primo ministro israeliano a provarci: dopo la conferenza di Annapolis del 2007 l’accordo con l’Anp sembrava a portata di mano, poi i negoziati fallirono. Ha rimpianti?
«Certo, rimpiango che i palestinesi nel 2008 non accettarono il piano di pace che avevo presentato. Se lo avessero fatto tutto in Medio Oriente sarebbe andato diversamente negli ultimi 15 anni, la vita di milioni di persone sarebbe stata diversa. Ma non è troppo tardi, dunque spero che qualsiasi nuovo governo sosterrà quel piano di pace e che questa sarà la base di un accordo completo coi palestinesi».
Anche sul fronte palestinese sarebbe ora che cambiasse l’interlocutore, considerato che Abu Mazen lo era già vent’anni fa e fu colui che rigettò la sua proposta, non crede?
«Probabile, ma sono già abbastanza indaffarato a tentare di spodestare il primo ministro israeliano per occuparmi pure del ricambio della leadership palestinese».

