Confindustria contro l’Ue: «Burocrazia lunare, o si cambia o finiamo colonizzati dalla Cina»

O l’Ue inizia a sostenere con forza le produzioni europee oppure – di fronte alla «colonizzazione» cinese – il destino è quello della desertificazione industriale. È il grido di dolore lanciato all’assemblea di Confindustria dal suo presidente Emanuele Orsini. Ad ascoltare il suo intervento alla Nuvola di Roma c’è il gotha delle istituzioni italiane, il presidente della Repubblica Sergio Mattarella e la premier Giorgia Meloni, i presidenti di Camera e Senato e mezzo governo. Orsini passa in rassegna la situazione economica italiana e internazionale e non nasconde la preoccupazione. Non c’entra solo la crisi di Hormuz, lo smottamento è storico. L’unica vera superpotenza industriale, dice Orsini, oggi è la Cina. «Da sola genera il 35% della produzione manifatturiera mondiale, più di quanto producano insieme gli altri otto principali Paesi industrializzati. Ma la Cina gioca con regole falsate ed esporta nel resto del mondo i propri squilibri, ovvero deflazione e carenza di domanda interna. Sposta un carico gigantesco di merci verso i mercati europei. Non solo prodotti a basso costo, ma anche tecnologie avanzate: settori in cui la Cina ha sovracapacità produttiva mentre l’Europa arranca e arretra». Insomma, Pechino «sta colonizzando i nostri mercati».
L’Europa sull’orlo del precipizio
Nel frattempo, la Vecchia Europa, come confermato dalla Commissione Ue, «ha perso 250mila occupati nella manifattura, che si traducono in un milione di occupati in meno nell’indotto». E ciò, attacca Orsini, «è avvenuto perché non facciamo politiche per mantenere l’industria nel nostro Continente, al contrario la spingiamo ad andarsene e a delocalizzare. Nell’ultimo biennio abbiamo assistito a un vero e proprio smottamento del sistema industriale europeo». In numeri, «negli ultimi 25 anni la quota di Pil mondiale prodotta dall’Unione Europea è scesa di circa 7 punti percentuali: in cifre assolute significa che, mantenendo invariata la quota sul Pil globale, l’Europa ha perso oltre 7mila miliardi di euro di Pil, in gran parte finiti all’industria cinese». In questo quadro è arrivata l’ulteriore tempesta della crisi di Hormuz – «la guerra è un fallimento, sempre e dovunque», sottolinea Orsini – facendo schizzare ulteriormente i costi dell’energia che già gravano sulle imprese. Per il presidente di Confindustria però, «Bruxelles non ha chiaro cosa significhi competitività», anzi nonostante gli annunci di semplificazione continua a moltiplicare atti e proposte legislative. L’ultima “provocazione” denunciata da Orsini sono le 72 condizioni poste dall’Ue al decreto bollette dell’Italia: «dimostra ancora una volta quanto lunare sia la burocrazia di Bruxelles. Fermatevi! Serve una governance d’Europa completamente diversa», dice il presidente dell’associazione degli industriali richiamando l’applauso convinto della platea.
Come sostenere l’industria in Europa
«Se l’Ue non sosterrà da subito le nostre produzioni andremo incontro al deserto industriale», denuncia Orsini. Che chiede in concreto il completamento del mercato unico dell’energia, con la sospensione del sistema Ets, così come dell’unione del risparmio e degli investimenti. Ma per sostenere l’industria europea questo ancora non basta, urgono anche «nuove emissioni di debito europeo per finanziare la spesa corrente degli Stati». Perché se è vero che Paesi ad alto debito come l’Italia devono mantenere politiche fiscali prudenti, allora serve a poco la maggior flessibilità sugli aiuti di Stato: senza strumenti di supporto Ue diventa impossibile per il governo sostenere le imprese, specie se Hormuz resta chiuso. L’emergenza non riguarda certo solo l’Italia, d’altronde. «Tutta l’industria di base europea è sotto pressione per il costante aumento dei prezzi della produzione: carta, cemento, ceramica, chimica, costruzioni, metallurgia, siderurgia, vetro». Significa centinaia di migliaia di posti di lavoro a rischio. Ecco perché, dice Orsini riecheggiando la lezione di Mario Draghi, servono «scelte coraggiose» in Italia ed Europa per non «perdere l’industria»: servono per sostenere la competitività europee 1.200 miliardi di euro l’anno.
Giovani e nucleare, le svolte necessarie in Italia
Sul piano interno, se soldi non ce ne sono, idee se ne possono però trovare. Sul fronte dell’energia Orsini chiede di mettere da parte posizioni ideologiche e procedere finalmente sulla strada del riavvio del nucleare. «Andiamo avanti subito con la sperimentazione nucleare – reclama Orsini – Noi imprese siamo pronte a ospitare mini-reattori nei nostri stabilimenti. Quando ci renderemo conto che è una questione di sicurezza nazionale?». E a governo e parti sociali invia l’invito a riallocare risorse nazionali. «Identifichiamo i 20 miliardi da riallocare, senza aumentare il debito: un terzo alla crescita, un terzo alla sanità, un terzo alla scuola: un atto concreto di responsabilità da compiere con decisioni condivise di maggioranza e opposizione». Ma un messaggio Orsini lo manda pure alle imprese, invitandole a pagare finalmente di più i giovani assunti, non solo per una questione di giustizia sociale ma anche per contribuire a una politica di attrattività dell’Italia sul piano internazionale e di sostegno alla domanda interna, mercato su cui si concentra una gran fetta dell’impresa stessa.

