Hormuz resta chiuso ma i voli estivi sono salvi. Le compagnie aeree: «Nessuna carenza di carburante almeno fino all’autunno»

Lo Stretto di Hormuz è ancora ostaggio dei blocchi navali di Stati Uniti e Iran. Eppure, l’allarme in Europa a proposito del carburante per aerei sembra essere rientrato. Appena due mesi fa, l’Agenzia internazionale dell’energia (Iea) metteva in guardia dal fatto che la guerra in Medio Oriente potesse creare problemi di approvvigionamento di petrolio per il Vecchio Continente. Un’eventualità che Bruxelles ha preso molto sul serio, preannunciando un piano d’emergenza per evitare di rimanere senza scorte di carburante.
I voli estivi sono salvi
Alla fine, lo scenario più temuto non sembra essersi verificato, almeno per ora. «I nostri fornitori di carburante hanno confermato proprio questa settimana di non prevedere interruzioni nelle forniture fino a metà luglio, e la situazione continua a migliorare», ha fatto sapere nei giorni scorsi Michael O’Leary, amministratore delegato di Ryanair. E anche dagli altri vettori non arrivano più dichiarazioni pubbliche in merito alle scorte di jet fuel. Il motivo è che la riduzione dei volumi provenienti dal Medio Oriente, causata dal blocco del traffico di petroliere dallo Stretto di Hormuz, è stato compensato più in fretta del previsto, principalmente grazie a un aumento delle importazioni di carburante dall’Africa occidentale, dagli Stati Uniti e dalla Norvegia.

Fondamentali le forniture alternative da Usa e Africa
La relativa calma con cui Bruxelles e le compagnie aeree stanno affrontando la questione sembrava quasi impossibile da prevedere fino a un mese fa, quando Fatih Birol – presidente della Iea – ipotizzava che l’Europa potesse avere jet fuel «forse ancora per sei settimane». Quello scenario fortunatamente non si è verificato. E la stessa Agenzia internazionale dell’energia, nel suo ultimo report sul mercato petrolifero, rileva un’impennata nella produzione di carburante per aerei negli Stati Uniti e nell’Africa occidentale.
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Washington, in particolare, è passata da essere importatore netto nell’aprile 2025 a esportatore netto all’inizio del 2026. Contemporaneamente, la crisi in Medio Oriente ha spinto anche le raffinerie europee ad aumentare la produzione di jet fuel. La spagnola Repsol, per esempio, ha incrementato la produzione del 15-20% e ha assicurato di essere pronta a «fare tutto il possibile per contribuire a salvaguardare settori chiave come il turismo, un’attività di grande importanza per l’economia spagnola».
Il petrolio è più caro, ma il traffico aereo aumenta
Al di là dei timori relativi alle scorte, resta il problema del costo del jet fuel. L’impennata dei prezzi del petrolio – che ha raggiunto i 160 dollari al barile – ha già spinto le compagnie aeree a tagliare decine di migliaia di voli estivi, a cominciare dalle tratte meno redditizie. Eppure, la situazione non sarà critica come si temeva, al punto che Eurocontrol, l’ente gestore del traffico aereo, stima per l’estate un aumento del traffico compreso tra il 2 e il 2,5% rispetto allo scorso anno. I voli estivi, insomma, sono salvi. I problemi, semmai, si potrebbero verificare a partire dall’autunno, soprattutto se Teheran e Washington non dovessero trovare un accordo per riaprire lo Stretto di Hormuz.
Foto copertina: EPA/Martin Divisek

