La violenza giovanile in Italia oggi non riguarda più solo le periferie: come è cambiato il mondo delle gang dalla pandemia a TikTok

«La curva della violenza giovanile è stata stabile per tanti anni, poi nel 2020-2021 improvvisamente sale, quando invece la curva degli adulti rimane ferma. Già nel 2024 avevamo la sensazione che ci sarebbe stata un’impennata. E infatti nel 2026 c’è stata. Il punto di rottura? La pandemia». È l’analisi di Ernesto Savona, Direttore di Transcrime e Professore di Criminologia presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, che a Open spiega come si stiano ridefinendo i contorni della criminalità giovanile in Italia. Nel nostro Paese, infatti, i reati violenti commessi da minorenni registrano un’accelerazione che mette a nudo un cambiamento profondo, guidato da due fattori cruciali: da un lato gli strascichi psicologici della pandemia, dall’altro l’avvento pervasivo della tecnologia. L’esplosione dei social network ha portato con sé dinamiche inedite di emulazione, spettacolarizzazione e una ricerca esasperata di identità all’interno del gruppo virtuale.
Il caso di Milano Certosa
L’ultimo episodio violento in ordine di tempo rimbalzato sulle cronache è la vicenda di Gianluca Ibarra Silvera, il 22enne ammazzato sulla banchina della stazione di Milano Certosa da un gruppo di ragazzi. Un delitto brutale che, secondo il professor Savona, risponde a dinamiche precise, slegate dalle tradizionali guerre di territorio tra bande: «Sono convinto che il delitto di Milano Certosa sia scappato di mano. Questi ragazzi volevano esibirsi e farsi notare. Hanno agito in modo violento e gli è scappato il morto, ma gli è scappato. Tanto è vero che sono scappati anche loro. Ma non si tratta di un conflitto tra bande».
A cambiare radicalmente, infatti, non è solo la frequenza degli episodi, ma la natura stessa della spinta a delinquere. Il colonnello dei Carabinieri Anna Bonifazi, comandante del Reparto Analisi Criminologiche dell’Arma, spiega a Open come la metamorfosi antropologica degli stimoli a disposizione degli adolescenti abbia ridisegnato i vecchi schemi: «Mentre una volta al massimo si potevano organizzare davanti a casa, se si incontravano, o con una telefonata, ora il fattore tempo e la possibilità di arrivare dappertutto fanno la differenza. Ora basta un clic per organizzarsi, una chat. Rispetto a un tempo adesso c’è la possibilità di aderire, a livello di social e di media, a tante piattaforme che creano gruppi e che rendono un po’ anche il reale poco distinguibile dal virtuale».
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L’escalation dei reati violenti
Questa progressiva evaporazione del confine tra la vita vera e lo schermo si traduce in una totale deregolamentazione del gesto violento. I dati raccolti nell’ultimo focus (del 2024) del Servizio Analisi Criminale del Dipartimento della pubblica sicurezza del Ministero dell’Interno sulla criminalità minorile mostrano come, a fronte di una lievissima contrazione del totale delle segnalazioni nazionali, si assista a un’escalation dei reati di natura prettamente aggressiva. Le rapine commesse da minori registrano un balzo del 7,69% su base nazionale (nel 2023 rispetto al 2022), le violenze sessuali crescono dell’8,25% e le lesioni dolose segnano un +1,96%, con incrementi significativi che colpiscono in modo variegato le principali città metropolitane come Bologna, Firenze, Genova, Milano e Bari.
Ernesto Savona associa questi numeri a una mutazione strutturale della devianza: «C’è un aumento delle modalità violente con cui vengono commessi i reati. Cioè non ci sono più regole. Aumentano i reati giovanili ma aumenta anche il modo in cui viene agita la violenza. Ed è qui che questo fenomeno si incontra con quello delle bande giovanili. Nel senso che ci sono sempre anche crimini individuali, non tutte le bande giovanili ammazzano le persone. Ma c’è un punto in cui le due cose si incrociano. Le bande giovanili esprimono una grande quantità di violenza, la riproducono sui social, la riversano su TikTok, si guardano».
Il crollo del mito delle periferie
Crolla anche il vecchio paradigma sociologico che collegava il crimine esclusivamente alla marginalità economica delle periferie degradate. L’analisi qualitativa sul campo racconta una realtà ben diversa, dove la noia e la ricerca di visibilità uniscono giovani di ogni estrazione, come confermano gli studi istituzionali sulla provenienza dei minori anche da contesti familiari caratterizzati da soddisfacenti condizioni economiche. «Rispetto al passato sono cambiati i fattori di rischio», spiega il Colonnello Bonifazi. «Una volta la violenza era appannaggio di alcune classi sociali o economiche più disagiate, in cui c’era un ragazzo più vulnerabile, la cui attività non era solo delinquenziale ma era anche fonte di sussistenza economica per la famiglia. Con l’avvento del mondo virtuale, invece, tutti i ragazzi possono essere preda ed essere attratti da un qualcosa. Soprattutto nell’età adolescenziale. C’è magari il ragazzo che ha un po’ più difficoltà a socializzare e a fare il suo gruppo di amici nella vita reale, e allora online trova gruppi enormi ad accoglierlo, che gli danno anche dei ruoli, che elevano lui e, di conseguenza, la sua autostima se fa qualcosa che non aveva il coraggio di fare».
Bonifazi spiega a Open che l’elemento chiave è quello della novità: «C’è della novità per esempio nella blue whale challenge, la novità del dare un cazzotto e scappare via, di minacciare ed estorcere telefonino e cuffiette al ragazzo che sta in autobus prima che scenda per andare a scuola o quando sta tornando a casa. E lì sono tre o quattro insospettabili, magari alle volte anche compagni di classe. Questi fenomeni li registriamo più o meno in tutti i quartieri, anche nei quartieri bene. Li accomuna il senso di sfida, di noia, il fatto di non capire sia l’antisocialità che le conseguenze penali delle azioni che stanno compiendo. C’è proprio una minore capacità di critica rispetto al gesto che stanno compiendo».
L’emergere della componente femminile
Una lettura speculare viene offerta da Savona, che conferma l’assoluta trasversalità del fenomeno e l’emergere di nuove insospettabili sfumature, comprese quelle di genere: «Le bande giovanili sono composte anche da persone dell’alta società, assolutamente non c’entra nessun fenomeno di disagio sociale. Le bande sono miscelate. Il fattore cruciale è la ricerca di forte identità e di senso di appartenenza. E lo si cerca in un gruppo che delinque perché così si può esprimere violenza. Molte delle risse che fanno sono fatte per riprodursi: si filmano, mettono i video su TikTok, con cui magari fanno anche dei quattrini, e dicono “guarda come siamo stati fighi”».
Il professore evidenzia inoltre un preoccupante abbassamento dell’età del primo reato, dovuto al fatto che i ragazzini esposti ai social crescono molto più velocemente, e un coinvolgimento sempre più attivo delle ragazze: «Se la presenza femminile è aumentata negli anni? Sì, certo, prima era un fenomeno solo maschile, oggi i gruppi si mischiano, non si può dire che le femmine siano prevalenti, ma la composizione mista è un dato della realtà moderna. Ci sono molte ragazze bulle per esempio. Perché si associano a episodi di violenza? Perché le donne emulano e poi perché le caratteristiche della violenza sono trasversali ai generi. I ruoli sono un po’ sconfinati e la ricerca di identità appartiene ai due generi, maschile e femminile. Nelle scuole c’è molto bullismo femminile, come vittime ma anche come autori. Sicuramente nella composizione della criminalità le donne hanno un ruolo piccolo, quello che ci preoccupa è che il ruolo delle minorenni va emergendo. Ed è lì che si forma la criminalità di 13 anni. È per questo che dico che bisogna intervenire subito, perché questi ce li portiamo come criminali tra qualche anno».
La metamorfosi del gruppo
L’azione del branco risponde infatti a leggi psicologiche proprie, capaci di azzerare la responsabilità individuale: «Ricordiamo che il gruppo non è una somma di tanti singoli ma diventa altro rispetto alla somma degli altri singoli», spiega a Open il Colonnello Bonifazi. «Perché questi ragazzi, una cosa che fanno in gruppo non la farebbero mai da soli. Il gruppo li trasforma: l’estroverso in gruppo può diventare invece chiuso e osservatore, l’introverso può diventare un leader». L’adolescenza porta con sé il desiderio fisiologico di sperimentarsi e andare contro le figure genitoriali o l’istituzione scolastica, ma oggi gli strumenti di amplificazione cambiano la portata del danno: «Sono cambiati anche i reati, sono aumentati: quelli legati al mondo virtuale prima non esistevano. Ma anche le persecuzioni, lo stalking, anche tra ragazzi molto giovani, di avvicinamento più subdolo, di bullismo compiuto con atteggiamenti più complicati, più complessi. Una volta il bullismo era prendersi in giro, dirsi parolacce. Adesso invece è proprio un’azione denigratoria, magari creare delle false notizie su qualcuno, è un prendersi in giro su aspetti più profondi, sui valori, sulla sfera intima. Nuovi stimoli che sono complessi poi da elaborare, sia per la vittima che li subisce, sia per l’autore che viene poi perseguito a livello penale».
La necessità di un paniere unico di interventi
Affrontare l’emergenza della violenza giovanile impone però un cambio di rotta radicale che superi la logica della pura risposta sanzionatoria ex post, considerata ormai inefficace dagli esperti. Secondo Ernesto Savona, l’attuale sistema rischia addirittura di esacerbare le carriere criminali dei giovanissimi anziché interromperle: «Bisogna intervenire in modo preventivo, perché poi il problema delle pene non c’entra niente. Questi ragazzi sono insensibili a ogni pena. Agiscono indifferentemente, anzi per loro è un atto eroico. Dove poi vanno a finire sono scuole di criminalità, carceri comprese. I luoghi dove dovrebbero essere rieducati sono molto lontani dall’offrire una vera rieducazione. Quindi la possibilità di delinquere cresce con il fatto che vengono internati in questi luoghi. E quando escono, escono come criminali adulti».
La sfida del futuro si gioca quindi sulla capacità di coordinare le risorse in un piano strategico omogeneo e strutturato: «Bisognerebbe creare un paniere di interventi che valga su base nazionale. Vengono spesi miliardi per gli interventi sul disagio giovanile dispersi tra istituzioni che fanno ognuna quello che vuole. Un paniere di interventi che funzionino, adattati luogo per luogo, che tutti si impegnano ad applicare. Ora regna una grandissima confusione».
I presidi sul territorio
E per rispondere a queste profonde trasformazioni e consolidare i presidi di ascolto e prevenzione sul territorio, le istituzioni continuano a promuovere momenti di incontro e riflessione sulle principali tematiche sociali. Il prossimo 5 giugno l’Arma dei Carabinieri celebrerà il 212° annuale della fondazione con una cerimonia militare che si terrà a Reggio Calabria. Una celebrazione che quest’anno avrà un significato in più ricorrendo gli 80 anni della Repubblica Italiana.
Per l’occasione, a Roma, dal 4 al 7 giugno, all’interno di Villa Borghese, sarà allestito il Villaggio Arma, con stand e incontri sulle principali tematiche sociali. La sera del 7 si svolgerà, nella cornice di Piazza di Siena, il tradizionale carosello del 4° Reggimento a cavallo. E per la prima volta, nei giorni 5 e 6 giugno, il Comando Generale dell’Arma dei Carabinieri sarà aperto al pubblico per un ciclo di visite guidate.

