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Perché sono stati bruciati vivi i braccianti di Amendolara, la trappola e la vita da schiavi: le accuse dell’amico che ha fatto arrestare i caporali

03 Giugno 2026 - 08:24 Giovanni Ruggiero
Strage di Amendolara
Strage di Amendolara
Il 35enne afghano è stato portato in una struttura protesta e ha permesso l'arresto dei due pakistani che hanno ucciso quattro braccianti. La vendetta perché si erano ribellati e i legami con i criminali locali di chi sfrutta gli schiavi delle aziende agricole
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Li hanno chiusi dentro il minivan e bruciati vivi perché avevano preteso di essere pagati dopo aver lavorato. Dietro la strage dei braccianti di Amendolara, nel Cosentino, ci sarebbero almeno due caporali pakistani, Alì e Bat. Così li ha indicati agli inquirenti che li hanno arrestati l’unico sopravvissuto, Taj Mohammad Alamyar. Dal 20 aprile, le vittime non vedevano un euro e dopo quasi due mesi hanno deciso di ribellarsi. Ad Alfio Sciaccia per il Corriere racconta: «Loro hanno ucciso quattro miei amici, li hanno bruciati vivi. Non ci pagavano da oltre un mese e noi ci eravamo ribellati. Per questo hanno appiccato il fuoco alla macchina. Per punirci. Volevano ammazzarci tutti». La discussione era iniziata la mattina e sarebbe ripresa durante il rientro: i due si sarebbero fermati apposta all’area di servizio sulla statale 106 Jonica, ad Amendolara, per regolare i conti.

Chi è Taj Mohammad Alamyar, l’unico superstite

A parlare è Taj Mohammad Alamyar, afghano di 35 anni partito poco più di un anno fa da Jalalabad e arrivato in Italia a piedi, attraversando Iran, Turchia, Bulgaria, Serbia e Slovenia. Ora è ustionato alle braccia, a una spalla e alla parte bassa della schiena, e si trova a Villapiana, a circa venticinque chilometri dal luogo della strage. Lì, in un edificio bianco su due piani, vivevano in dieci, tutti raccoglitori impegnati nella stagione delle fragole a Scansano. Quattro suoi compagni di stanza, tre afghani e un pakistano, sono morti nel rogo. A Corrado Zunino per Repubblica, attraverso un mediatore della Cgil Flai, spiega di essere stato regolarizzato proprio dal 20 aprile, e mostra ricevuta del ministero del Lavoro, tessera sanitaria, iscrizione Inail e permesso di soggiorno: l’accordo era di 45 euro al giorno, mai onorato. Per l’alloggio, racconta, pagavano centocinquanta euro a testa, oltre a cinque euro al giorno per il trasporto.

Il racconto del rogo nell’area di servizio

La ricostruzione del superstite, come riporta il Corriere, coincide con le immagini delle telecamere di videosorveglianza. Finito il turno, i due caporali erano alla guida e li stavano riportando a casa. Entrati nell’area di servizio, uno di loro sarebbe sceso, avrebbe prelevato al bancomat, poi avrebbe afferrato la pistola del distributore per cospargere l’auto di carburante, dentro e fuori. «Da un lato hanno rotto la maniglia dello sportello, mentre dall’altro lato hanno tenuto bloccata la portiera. Quindi hanno aperto il portellone posteriore e hanno buttato dentro l’accendino», dice al Corriere. La salvezza è arrivata da quel portellone rimasto aperto: «Mi sono spinto all’indietro, ho superato lo schienale, sono caduto nel vano dove si mettono le valigie e con le braccia che bruciavano mi sono buttato sull’asfalto», racconta a Repubblica. Gli altri quattro sono rimasti intrappolati.

La «mafia pakistana» e i traffici dietro lo sfruttamento

Per il superstite non si tratta di un episodio isolato ma di una rete strutturata. Lo ripete in modo ossessivo, annota il Corriere: «È mafia, mafia… Sono dei mafiosi pakistani». I due caporali, sostiene, non si limitavano a gestire la manodopera: «Loro spacciavano anche droga: hashish, eroina, cocaina. Sono collegati con altri trafficanti pakistani e italiani». A Repubblica fa anche un nome, quello di un certo Kassan, descritto come un pakistano sempre armato che venderebbe eroina insieme agli italiani. A conferma di quanto il fenomeno dello schiavismo in certe aziende agricole italiane non sia del tutto estraneo al controllo del territorio della criminalità locale. Nonostante tutto, Alamyar ha deciso di non andarsene: sposato e con un figlio, non ha ancora avvertito la famiglia e dice di volere restare in Italia, aiutato dal sindacato per trovare un datore di lavoro serio.

Il caporalato pakistano e indiano nelle campagne del Sud

La strage di Amendolara, ricostruisce Giuliano Foschini su Repubblica, era in qualche modo annunciata. Almeno nelle inchieste delle procure di Castrovillari, Matera e Potenza, che da anni descrivono un nuovo caporalato pakistano e indiano radicato tra Sibaritide, Metapontino e Puglia. A ottobre, sulla Fondovalle dell’Agri, erano già morti quattro braccianti stipati in dieci dentro una Renault Scenic da sette posti. È un fenomeno fatto di lavoratori quasi invisibili, almeno per chi non li vuole vedere, che non vivono nei ghetti ma in appartamenti sovraffollati e spesso non conoscerebbero né italiano né inglese. Le ricerche del progetto Su.Pr.Eme, finanziato da Unione Europea e governo italiano, hanno documentato turni di dodici ore per quaranta euro, gran parte dei quali tornava indietro tra trasporti, alloggi e mediazioni. La sindacalista Cgil Caterina Vaiti denuncia i limiti della legge 199 e gli effetti del decreto flussi, mentre l’Osservatorio Placido Rizzotto colloca la Calabria tra le regioni più colpite, con trentasei inchieste per sfruttamento in agricoltura. Un business da circa 4,8 miliardi di euro l’anno, riassunto così da Gianfranco Trotta, segretario generale della Cgil Calabria: «Gli schiavi lavorano. I caporali controllano. I padroni guadagnano».