Federica Abbate: «Le mie hit nascono in mezzo alle galline». E stavolta l’autrice di brani famosi ci mette la faccia (e la voce). L’intervista

Cosa hanno in comune hit da oltre 100 milioni di stream come Una volta ancora di Fred De Palma e Ana Mena, Ti volevo dedicare di Rocco Hunt, J-Ax e i Boomdabash, Mediterranea di Irama, Mille del trio Fedez/Berti/Lauro o Roma-Bangkok di Baby K e Giusy Ferreri, uno dei pochi singoli ad aver raggiunto il disco di diamante della FIMI? Una firma tra i riconoscimenti, quella di Federica Abbate, 35enne milanese, autrice di hit stratosferiche, tutte le più importanti degli ultimi quindici anni, fino a Per sempre sì di Sal Da Vinci, con la quale si aggiudica il suo primo Festival di Sanremo come autrice. Ma Federica Abbate alle volte ci mette anche la faccia, lo scorso weekend è uscita infatti Superman, cui video ha attirato l’attenzione data l’ambientazione in un matrimonio in cui le damigelle sono Sarah Toscano e Clara, i testimoni Fabio Rovazzi e Fred De Palma e a celebrare proprio Sal Da Vinci.
Tu componi senza computer, esatto?
«Eh si, io in realtà utilizzo le note del telefono, questa cosa ti farà un sacco divertire, ma dato che vivo in campagna, veramente in mezzo alle galline, non è una frase fatta, è la realtà, io proprio non so usare la tecnologia».
Pronta per l’intelligenza artificiale, insomma…?
«Prontissima, proprio, tutto perfetto. Sono l’ultima a prendere il modello di telefono nuovo, quando hanno inventato lo smartphone, quello che tocchi, sono stata una delle ultime tra i miei colleghi a prenderlo, perché io proprio non mi capacitavo di questa cosa che non c’erano i tasti».
Tu sei una delle più ricercate autrici pop, ma ormai “pop” è quasi considerato un insulto…
«Invece per me è una meraviglia, i miei generi preferiti sono il neomelodico e il reggaeton».
Come hai sviluppato il lavoro su Superman?
«Sono partita utilizzando le sovrastrutture del pop, ma non per creare qualcosa di artificiale, ma in qualche modo per metterla a nudo. Quindi ho creato questo finto matrimonio nel videoclip per poi poter dire che, appunto, è tutto finto, tutto assolutamente artificiale. Federica, diciamo, quando si spegne la telecamera, è la stessa che in qualche modo piange in cameretta per i malessere, ne parla o si dispera la sera con le amiche. Infatti in Superman io dico “Non puoi salvarmi tu, perché tu non sei Superman”».
E se non può salvarci Superman…
«…nessuno può salvarci, nessuno può portarci in salvo se non noi stessi, per me questa è una grande verità. E in questa canzone io parlo di questo, parlo di come ognuno alla fine si salvi da solo e che Superman non esiste. Spesso noi cerchiamo di porre all’esterno di noi stessi le validazioni, o comunque il bisogno di essere accettati, o il bisogno di essere validati, ma non tutti piaceremo, ma non tutti saremo simpatici e siamo noi stessi a dover riconoscere il nostro valore e non cercare in qualche modo di riporlo dall’esterno».
Che poi è uno dei nuovi mali della società, no?
«Tutti abbiamo incontrato il tipico malessere che non ci valuta, non ci vede per quello che valiamo o non è in grado a volte di cogliere il nostro valore. E l’errore che si fa e che facciamo tutti, proprio tutti, dagli uomini alle donne, è quello di dire “Se non piaccio a te allora non valgo”, secondo me questo è l’errore più grosso che uno possa fare, nel senso che nel momento in cui tu vai a riporre la tua salvezza in qualcun altro inevitabilmente ne esci perdente, ne esci leso. Invece nei momenti in cui ti rendi conto che nessuno ti può salvare e che Superman in qualche modo non esiste, ti rendi conto che alla fine il vero superpotere, quello di salvarti dalle situazioni di questo tipo, ce l’hai tu. Quella è la svolta di tutto».
Qual è il tuo superpotere?
«Il superpotere che ho utilizzato all’interno di questa canzone è l’autoironia, che in qualche modo mi aiuta a smontare un po’ questa grande sovrastruttura del pop, che magari alcune popstar utilizzano per mostrarsi irraggiungibili e invincibili. Per me il vestito da sposa è una sorta di vestito di carnevale, in quel momento io ho dato vita alla Federica popstar, che è ben truccata, ben vestita, si atteggia a pop star, ma in realtà è tutto ironico, è assolutamente tutto uno scherzo. È semplicemente un dire “Sì, mi sto atteggiando a popstar. Sì, c’è stata una campagna di marketing dietro. Sì, c’è stato il trucco, il parrucco e lo styling perfetto”. Come se io praticamente dicessi “Il pop è bellissimo, è la cosa che più mi diverte sul pianeta”, è un po’ come hackerare il sistema, viverlo dall’interno e in qualche modo hackerarlo».
…e allora, il matrimonio del video?
«Perché a me in realtà piace giocare con il pop un po’ come se fosse un giocattolo, mi piace un po’ montarlo e smontarlo a piacimento. E utilizzare questo linguaggio per me superpop, quindi la campagna marketing, il video superfigo, me vestita da sposa, in realtà è un po’ come dire: “Io mi metto una sorta di abito in scena, quello della Federica popstar”, ma in realtà quando vai a spegnere i riflettori, rimane la Federica semplice, con i suoi dubbi di tutti i giorni, con le sue incertezze, con le sue paranoie».
…e senza Sal Da Vinci che ti sposa.
«Nella vita reale non so come andrà il mio matrimonio vero, però diciamo che per me Sal Da Vinci era un po’ una sorta di chiusura del cerchio, perché io in qualche modo sono partita da Per sempre sì e ho voluto creare una connessione tra questo momento, molto bello a livello autorale con la vittoria di Sanremo, un momento molto felice, con la parte opposta. In Superman io dico “Sì, esiste l’amore per la vita, ma esiste anche l’amore che si sgretola. E magari una persona non si sente pronta, sceglie se stessa e si basta da sola”».
Quindi possiamo dire che Superman è una contro Per sempre sì…?
«Esatto, ma proprio perché non esiste un solo punto di vista sulle cose. Per me Superman è anche una sorta di rivendicazione di leggerezza, perché in realtà esiste il matrimonio ma esiste anche chi decide di scegliersi da solo e che si basta da solo, chi non si sente pronto. In realtà non esiste mai una verità solamente, ne esistono tante messe insieme e, secondo me, la leggerezza di volare sopra le cose senza macigni sul cuore è il segreto per vivere bene, per accettare il punto di vista di tutti. Superman in questo senso per me è una sorta di sequel di Per sempre sì, una l’ho scritta per qualcun altro e una l’ho scritta per me».
Ma quando hai scritto Per sempre sì, pensavi che fosse un brano che avesse i numeri per vincere Sanremo?
«In realtà io non mi aspettavo assolutamente niente, come la maggior parte delle volte che scrivo qualcosa, non ho mai aspettative su quello che succederà, semplicemente il mio tentativo è sempre di fare qualcosa di semplice, di diretto, di divertente, di leggero, per le altre persone. Io penso che chiunque faccia pop music non abbia la pretesa di insegnare nulla o di elevarsi a niente, ma è qualcosa di assolutamente leggero che esprime una verità semplice e romantica, come quella di dire un “Sì” che può essere per la vita o che, appunto, può poi non durare per sempre, ma comunque sia è qualcosa di bello, di positivo, un messaggio assolutamente romantico che si spera sia per sempre ma poi chiaramente non è detto».
A proposito di popstar, sembrano essersi disperse le potenzialità anche intellettuali del pop. Ormai “pop” suona quasi come un insulto…
«Vedo sempre tanta rabbia, tanto giudizio, spesso ci si deve per forza schierare da una parte o dall’altra, il pop alla fine nasce come contenitore di musica leggera, non ha necessariamente un contenuto politico, e c’è anche tanto bisogno di leggerezza. Ci sono canzoni che vengono scritte sicuramente per parlare di politica, altre che vengono scritte per parlare di cose assolutamente ironiche e leggere, altre parlano di tematiche sociali, ma ogni canzone è un caso a sé, non tutte le canzoni vengono fatte per ridere, per piangere o per riflettere, ce ne sono un po’ e un po’. Io credo sempre che la leggerezza manca in tutta questa riflessione, secondo me è l’ingrediente fondamentale della musica, perché la musica alla fine è divertimento, e divertimento significa “divertere”, cioè “guardare altrove”, se la musica diventa solamente un contenuto pesante è un problema, se la musica diventa solamente un contenuto leggero è un problema, la musica deve essere entrambe le cose, e infatti è più cose insieme. Io scrivo canzoni assolutamente impegnate, tanto quanto scrivo canzoni assolutamente leggere, questa doppia anima dentro di me deve assolutamente convivere e deve convivere sicuramente anche nelle anime di ognuno, perché ognuno deve poter ridere, poter piangere, ognuno ha bisogno di leggerezza quanto di profondità».
Molti cantautori, di quelli che badano più a contenuti impegnati, quando parliamo di questo argomento, sono d’accordo con te, ma lamentano il fatto che c’è sempre meno spazio per una musica più intellettuale…
«Perché guardano la musica da classifica, ma la classifica non la scegliamo noi. Io scrivo anche musica di altro tipo, è che non va in classifica, ma la classifica non la scelgono gli autori, non la scelgono i discografici, non la scelgono gli artisti, la classifica la scelgono le persone».
Quando tu scrivi un pezzo più impegnato ti dispiace che non abbia lo stesso successo di pezzi più leggeri?
«Assolutamente no, perché io comprendo che ci sono persone che magari vivono delle vite che già sono impegnate di loro e magari la sera o durante la giornata, quando ascoltano musica, non hanno bisogno di ulteriore pesantezza. Magari quella canzone lì impegnata la ascoltano una volta, ed è bene che esista, però poi scelgono di ascoltare più frequentemente canzoni più leggere. Però riguarda il gusto delle persone, quello che le persone scelgono, non quello che io scelgo. Tra l’altro, spesso le canzoni più impegnate, che magari non hanno degli ascolti fotonici su Spotify, sono quelle che ti fanno affezionare a un artista, che ti fanno andare a vedere il suo concerto, quindi comunque hanno un ruolo fondamentale nel rapporto di fiducia tra te e il pubblico. Semplicemente sono quelle meno magari fruite perché hanno bisogno di più attenzione. Siamo in una società chiaramente molto distratta che vive tutto in maniera estremamente veloce, estremamente intensa e breve, e quindi di conseguenza magari sono canzoni che hanno meno risonanza, ma comunque esistono e nel cuore delle persone che le ascoltano magari diventano delle canzoni importanti. Secondo me c’è differenza tra la hit e il brano che ti fa innamorare del repertorio dell’artista, cioè spesso la hit ti fa scoprire l’artista però poi tu ti innamori, ti affezioni e vai al concerto per ascoltare un altro tipo di canzone».
In che momento della tua carriera arriva Superman?
«Arriva sicuramente in un momento di cambiamento. Io ho sempre scritto per altri ma ora mi sono immaginata di scrivere per la me popstar, perché a me il pop piace, è la musica che amo, quella dentro la quale io sono cresciuta, nata, vivo e mi fa gasare, è il mio genere preferito. Quindi mi sono chiesta: “Ma adesso che Federica deve cantare la propria visione del pop, cosa vuole fare?”. Superman quindi arriva un po’ in questa fase esistenziale/artistica della mia vita».
Quando hai deciso che nella vita ti saresti occupata di musica, avresti mai pensato di arrivare ad occupare un posto così importante nel pop italiano? Una posizione che occupi da oltre un decennio in pratica…
«13 anni. Ma no, io credo che chiunque raggiunga dei traguardi nella vita non necessariamente se li aspetta, anzi per niente, spesso sono tutti dei colpi di scena. Io faccio ancora fatica, quando mi su dice “Tu sei centrale”, a capire realmente la mia posizione di centralità, faccio ancora fatica adesso perché comunque la vivo dall’interno, la vivo come una sfida quotidiana. Anzi per me la sfida più grande adesso è dire: “Io non solo scrivo, ma canto”, e comunque ti trovi in balia di chi dice “No, devi solo scrivere” o “No, devi solo cantare”, 8mila punti di vista. Chiunque abbia un grande sogno nella vita deve anche avere una grande forza per portarlo avanti, tappandosi a volte anche le orecchie, perché hai talmente tante persone che dicono cose contrastanti che spesso l’errore è quello di fermarsi ad ascoltare, perché non riesci più a capire dove andare. Invece la verità è che poi ognuno di noi deve credere in se stesso, credere in quello che propone con serenità, anche chiaramente con il proprio margine di fallibilità, perché nessuno di noi è Mogol, nessuno di noi è un autore inarrivabile, un artista inarrivabile. Per me questo è un momento di sfida importante e Superman arriva anche un po’ per dirmi che la supereroina in qualche modo devo essere io».
A proposito di scrittura, sembra che tu abbia i codici di lancio del pop italiano…
«In realtà io non è che lo faccio in maniera consapevole, io ci sono cresciuta, vivo continuamente immersa in un ambiente, quindi tu quando sei immerso in un liquido in qualche modo lo assorbi. Quindi io conosco questi codici perché sono i codici che ho sempre utilizzato per scrivere la musica, li faccio miei involontariamente. Però nel pop spesso dietro un progetto c’è la costruzione dei brani, ci sono degli autori che scrivono, c’è chiaramente il video, c’è l’immaginario, c’è il look, c’è lo styling, c’è il make up… tutti codici che io sto imparando adesso, perché io sono sempre stata estranea a tutte queste cose, non potrei mai utilizzarle per raccontare me stessa, perché io sono una che vive in campagna con gli stivali e va a pulire i cani e i propri piccioni, quindi io non potrei utilizzare quei codici per me stessa se non in una forma autoironica».
In una recente intervista con Open, Paolo Antonacci ha ammesso di essersi tradito artisticamente scrivendo certe hit…a te è mai capitato di provare una sensazione simile?
«Io Paolo lo stimo tantissimo, credo che sia uno dei migliori autori che abbiamo in Italia, senza ombra di dubbio. Io in realtà ammetto che tutto quello che ho fatto a me è sempre piaciuto, io ho sempre amato tutte le cose che ho scritto. Veramente. Io amo il melodico, io amo il reggaeton, quando dico queste cose spesso le persone storcono il viso, ma io non posso negare di amare questo genere, a me piace col cuore e io non riesco ad elevarmi a qualcosa che non sono, io non voglio minimamente paragonarmi con i più grandi. Io voglio stare in quello che mi piace, il pop è la mia vita e per me in realtà il pop ha un valore gigantesco, perché riesce con immediatezza e semplicità a comunicare a tutti pensieri di vario genere».

