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Mamma e figlia avvelenate, la traccia sospetta sulla pianta per la ricina vicino alla casa di famiglia – Il video

04 Giugno 2026 - 18:41 Alba Romano
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Gli investigatori hanno individuato una pianta di ricino a pochi chilometri da Pietracatella, un elemento potenzialmente rilevante perché dai semi di questa pianta può essere estratta la tossina che avrebbe causato la morte di Antonella Di Ielsi e della figlia Sara Di Vita
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Un nuovo sviluppo potrebbe imprimere una svolta alle indagini sulla morte di Antonella Di Ielsi e della figlia Sara Di Vita, decedute a Pietracatella, in provincia di Campobasso, dopo un sospetto avvelenamento da ricina avvenuto alla fine di dicembre. Nelle campagne circostanti il paese è stata infatti rinvenuta una pianta di ricino, da cui si estrae il potente veleno al centro dell’inchiesta. A segnalare la scoperta è stata la trasmissione di Mediaset Dentro la Notizia, che in un servizio ha mostrato la pianta cresciuta ai margini di un campo di mais, a circa 15 chilometri dal centro abitato molisano. 

Perché il ricino viene coltivato

Il proprietario del terreno ha raccontato alle telecamere di aver piantato il ricino molti anni fa, seguendo una consuetudine diffusa nella tradizione agricola locale. La pianta sarebbe infatti utilizzata come deterrente naturale contro le talpe, ritenute dannose per orti e coltivazioni. L’uomo ha spiegato di aver ricevuto la pianta da un familiare e che, da allora, questa avrebbe continuato a crescere spontaneamente. Anche alcuni abitanti della zona hanno confermato l’esistenza di questa pratica, ricordando come il ricino venisse spesso coltivato lungo i confini degli orti per scoraggiare la presenza di animali scavatori.

Le possibili implicazioni per l’inchiesta

Il ritrovamento della pianta aggiunge un nuovo tassello all’inchiesta sulla morte di Di Ielsi e Di Vita. Tra le piste prese in considerazione dagli investigatori c’era anche quella di un possibile acquisto della ricina attraverso canali illegali online, incluso il dark web. La scoperta del ricino nelle campagne della zona suggerisce però che la materia prima da cui si ricava il veleno potrebbe essere disponibile direttamente sul territorio. Ciò non implica che sia facilmente ottenibile: l’estrazione della sostanza dai semi della pianta richiede infatti conoscenze tecniche specifiche e un processo complesso. Resta però il fatto che la presenza del ricino nelle vicinanze apre una nuova prospettiva investigativa, diversa da quella ipotizzata nelle fasi iniziali delle indagini.

Cosa sappiamo dell’indagine?

Gli inquirenti continuano a vagliare tutte le ipotesi senza escludere alcuna pista. Il primo giugno è stato ascoltato come testimone il sindaco di Pietracatella, Antonio Tomassone, al quale sono state rivolte anche domande sull’attività politica condivisa in passato con Gianni Di Vita, marito e padre delle vittime ed ex primo cittadino del paese. Al momento, l’ipotesi familiare resta quella ritenuta più plausibile dagli inquirenti. Nelle ultime settimane sono stati inoltre nuovamente ascoltati, sempre come testimoni, Luigi Di Ielsi, fratello di Antonella, Laura e Isa, rispettivamente cugina e zia 90enne di Gianni Di Vita. Lo stesso Gianni e la figlia Alice sono stati convocati più volte nel corso delle indagini, anch’essi in qualità di testimoni. Un passaggio importante dell’inchiesta è atteso il 30 giugno, quando i consulenti Carlo Locatelli e Daniele Merli depositeranno i risultati delle autopsie eseguite sui corpi delle vittime. 

Foto copertina: SERVIZIO DENTRO LA NOTIZIA / Combo pianta per la ricina e la famiglia di Pietracatella

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