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Francesca Michielin in versione strega nel nuovo disco: «L’artista deve anche disattendere il pubblico, se diventa una suoneria non è un artista». L’intervista

11 Giugno 2026 - 11:41 Gabriele Fazio
Il nuovo disco si intitola Magia bianca e rappresenta un nuovo passo nella ricerca musicale dell'artista di Bassano del Grappa
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Il nuovo disco di Francesca Michielin si intitola Magia bianca e rappresenta un nuovo capitolo della ricerca musicale instancabile dell’artista di Bassano del Grappa. Per l’occasione si trasforma in una strega, la sua musica assume sembianze, stravaganti ma assolutamente convincenti, spudoratamente anni ’80. Non cambia l’intento, che si fa sempre più impegnato, decisamente politico, femminista, in conformità con il trend che sta segnando la carriera adulta di un’artista che non si accontenta e sembra sempre alla ricerca di nuovi e significativi stimoli. Oggi parte il tour estivo che la vedrà impegnata in tutta Italia, in autunno poi partirà il giro nei teatri.

In che momento della tua carriera arriva questo disco?

«Questo disco arriva in un momento della mia vita ovviamente molto felice, felice perché mi sento una persona profondamente diversa rispetto a un anno fa. È come se in me fosse prevalsa, dopo anni di paura e insicurezza, la voglia di divertirmi, la voglia di fare qualcosa perché la voglio fare in questo modo, coinvolgendo e portando tutti dentro questa chaotic energy un po’ medievale. Come artista ho sempre sognato di provare a creare un suono diverso, è sempre stato il mio grande sogno, ci ho provato tanto in questi anni a portare cose sempre diverse, però questa volta mi sono divertita particolarmente nella creazione, perché non ho sentito pressioni, è un progetto talmente assurdo e allucinato che devo dire di essere molto contenta di come va questo periodo».

Effettivamente si percepisce forte nell’ultimo periodo una certa irrequietezza artistica…

«Io penso che avendo iniziato a fare questo lavoro super giovane, ci sta che amando la musica, amando comunicare quello in cui credi, alla fine è un costante ricalcolare il percorso, perché di fatto sperimenti, cerchi la tua strada, le tue sonorità e sono molto felice dei progetti discografici che ho fatto in passato. Però è come se adesso mi fossi tolta completamente quell’ansia performativa, è come se l’arena avesse sancito una sorta di liberazione, come se mi fossi sentita finalmente Francesca, non sto provando a recitare la parte che Francesca deve recitare, ma sono Francesca, perché ho portato sul palco a Verona uno spettacolo di tre ore in più atti in cui ho dato proprio libertà alla mia creatività, alla mia produzione musicale. Dopo quel progetto ero convinta mi sarei fermata, pensavo di aver bisogno di riposare, invece mi è partito questo trip, questa ispirazione, mi ha proprio colpito come una botta in testa. Cioè ho proprio detto: “Wow, voglio fare questo concept album, voglio mettere al centro la figura delle streghe e voglio attingere a degli elementi folclorici”. Poi nella delineazione del percorso è arrivata anche la voglia di metterci un sound di un certo tipo. Mi ricordo che prima dell’Arena, parlando con delle persone del mio team, si diceva che per il prossimo disco serviva trovare il suono, io dicevo “Vabbè ragazzi, dobbiamo trovare le canzoni più che altro”, però, cavolo, è vero: se tu trovi il tuo suono, che è un lavoro di sintesi, è un lavoro di ricerca, è un lavoro di sensazioni, il resto poi viene da sé. Ovviamente devi avere qualcosa da dire, però porsi l’obiettivo di cercare un suono, devo dire che è stato particolarmente utile».

Io ho avuto l’impressione che tu abbia deciso consapevolmente di aprirti uno spazio nuovo, completamente diverso, unico (perché mi pare che certe atmosfere non le abbia mai esplorate nessuno), in cui puoi sbizzarrirti…

«Ho esattamente provato questa sensazione qua, è come se a un certo punto avessi sbloccato un portale della mia vita e fossi entrata in questa stanza dove posso fare quello che mi va, come mi va. E scrivo tantissimo, sto attraversando una fase molto prolifica della mia vita, cioè io sono passata da non scrivere più pezzi, forse due all’anno, a scriverne 20 in un mese e mezzo. Perché ho scritto 20 canzoni per questo disco, poi ho fatto una cernita. Praticamente sono entrata in studio il primo dicembre e sono uscita il 21 gennaio, secondo me quando cerchi i tuoi colori, cerchi la tua cifra, cerchi le tue parole, poi è un fiume in piena che scorre. È quando cerchi di inseguire un mercato, anche se quel mercato non ti piace, che ti incastri, perché poi l’artista deve essere, non dico un vate, perché sarebbe esagerato, o un bardo, nel caso di questo disco, però un po’ sì, cioè l’artista deve anche darti quella cosa in più, perché se diventa soltanto una suoneria non è un artista».

Qual è l’immagine che ti ha fatto scattare la molla riguardo questo genere di ambientazione? Perché sembra proprio un’illuminazione, proprio da lampadina dei fumetti.

«Io sono sempre stata quel tipo di bambina che ascoltava il vinile del papà dei Genesis in cui c’era il riferimento mitologico celtico, poi mi guardavo La Melevisione con Strega Salamandra. Ho sempre subito questo fascino fortissimo, non tanto per il mondo esoterico, quanto proprio per quello delle streghe, intese come figure irriverenti, che nella storia si contrappone idealmente alla dama, si contrappone al cavaliere. La strega che è una sorta di villain, che però non è una villain perché veramente cattiva, ma della serie: “Mi avete messa lì, come una reietta, come se fossi l’outcast, e allora almeno rivendico quel potere che è tutto mio”. Quella cosa a me ha sempre affascinato delle streghe, la femminilità alternativa, e questa cosa ha sempre fatto parte di me, nei manga che ho letto, negli anime che ho guardato; e poi c’è tutta la cultura delle majokko in Giappone. Quando mi hanno operata, che dovevo rimanere ferma a letto, ho chiesto a mio padre di comprarmi questo approfondimento sulle streghette nella cultura giapponese, vuol dire che il mio cervello vuole sempre quella cosa là, torno a casa e mi guardo Il Signore degli Anelli, cioè io sono quella persona lì. Secondo me è come se avessi trovato finalmente quella chiave che apriva la porta della mia anima riuscendo a trasferirla in qualcosa di sonoro, di pop. E mi sembra un disco abbastanza pop, io su Strega comanda avevo paura fosse pure troppo pop. Chiaramente c’è della sperimentazione, però l’obiettivo era creare un disco ballabile, un disco in cui ti emozioni nell’unica ballad che c’è, ma che di base ti dà quella sensazione di voler tornare all’irrazionale che hai abbandonato chissà dove».

Credi che questo immaginario ti sia stato utile anche per portare avanti quelle battaglie femministe che ti sono sempre state così care?

«Sì, effettivamente io mi sono interrogata molto sul tipo di artista che volevo essere, perché poi io soffro molto il fatto che c’è una parte del mio pubblico che si lamenta del fatto che una parte del mio repertorio più recente attinga anche all’aspetto politico. Ma io non posso non parlarne, perché fa parte di me, e allora mi sono chiesto: “Come posso fare un grande trolling generale per poter parlare di queste cose?”. Allora ho usato il pretesto del Medioevo, il fatto che continuiamo a dire che sembra di essere tornati nel Medioevo…e allora viviamocelo questo Medioevo! Nelle sue cose brutte, nelle sue cose belle, come pretesto. Per esempio, 1484 parla delle fattucchiere messe al rogo, ma anche di quello che viviamo oggi, perché il mondo di merda è quello che viviamo anche oggi. Quindi è un grande pretesto per attualizzare delle tematiche di roghi digitali e di essere streghe oggi».

Tu, appunto, non ti sei mai tirata indietro da una certa esposizione politica, per ora l’argomento, dopo le dichiarazioni di De Gregori, è molto discusso…

«Sette anni fa Elisa durante una cena mi disse: “Quando facciamo musica possiamo decidere di farla con la magia bianca o con la magia nera e dobbiamo decidere da che parte stare”. Io ho scritto un disco che si chiama Magia bianca e mi ero dimenticata questa frase. La mia risposta è questa: come artisti noi possiamo scegliere di essere rassicuranti, perché è comodo esserlo, oppure possiamo decidere di vivere questo lavoro come una missione. Qual è la cosa che potrei dire per scuotere la coscienza di qualcuno, per confortare la coscienza di qualcuno? De Andrè diceva che addirittura se tu vuoi essere conformato non puoi definirti artista. Lui l’ha detto in dei tempi diversi da questi però comunque questi sono dei tempi abbastanza pesanti».

Ma tu quanto credi effettivamente che oggi come oggi una canzone sia in grado di deviare il pensiero, di smuovere coscienze…

«Se penso ai miei artisti di riferimento di quando ero più giovane, ti direi tanto. Penso a Travelling Woman, che non è assolutamente uno dei pezzi più famosi di Bat For Lashes, e parla di una donna che ha una missione di vita e non può rinunciare perché un uomo la tiene legata al suo destino di compagna. Ecco, quando tu sei un’adolescente e ascolti un pezzo così, che dice “Hang on, travelling woman/Don’t sacrifice your plan” ti fai due domande, no?. Non è una canzone che parla di guerra, ma ha smosso qualcosa. Se lei avesse fatto una canzone d’amore classica, tipo: “Io amo te, tu ami me, ciao buonanotte”, probabilmente non sarebbe la mia artista preferita. Quindi dico che anche se non tutti hanno parlato di cose estremamente politiche, storiche, comunque tutto quello che tu scegli di essere, di fare, è politico, anche come fai la spesa, anche come fai la raccolta differenziata è un atto politico, perché è il tuo agire immerso in una struttura sociale. Allora come fai a essere artista se pensi di essere dissociato dalla realtà? È vero, tanti artisti vanno a fare gli eremiti, poi tornano con dei dischi ed è quello che vorremmo fare tutti e che io penso a un certo punto farò, però non possiamo dire uscire dall’eremo e cantare cose dissociate, perché è un po’ strano. Questo è un disco che punta sull’evasione onirica, però parla di politica».

Come mai hai scelto gli anni ’80 come reference musicale?

«Perché sono cresciuta ascoltando la musica anni ‘80 e mi ha sempre dato questa dimensione onirica pazzesca di viaggio. Poi sento che negli anni ‘80 c’era qualcosa di streghesco, di evasivo, e sono andata a riscoprire tutta una serie di streghe degli anni ’80: Stevie Nicks, Annie Lennox, Kate Bush, Siouxsie and the Banshees, Cocteau Twins con la sua voce pazzesca, ci sono tutta una serie di figure femminili in qualche modo streghesche che come negli anni ‘80 hanno vissuto probabilmente tempi di plastica e hanno ricercato anche loro qualcosa di magico. Io ho sempre sentito fortissima l’affinità a queste dimensioni. È stato un viaggio naturale per me».

E questo disco rappresenta un’evoluzione o un punto di arrivo per l’artista che vorresti diventare?

«Io penso che con questo disco io mi sia aperta una dimensione di libertà e di sperimentazione. Mia mamma me l’ha detto: “Tu devi renderti conto del privilegio che hai di poter salire sul palco del Primo Maggio e fare una sorta di sabba”. Io ho sempre avuto come obiettivo quello di portare nel pop una cosa un pochino più folle. Oggi la musica è cambiata, adesso ne esce un sacco, un casino, è mega competitiva, però sicuramente con questo disco mi sono presa il lusso di uno spazio folle, che non si vuole prendere nessuno, ma io mi sono offerta volontaria».

Come ti aspetti che reagisca il pubblico e cosa ti piacerebbe che rimanesse di questo disco in chi lo ascolta?

«Io spero che questo disco piaccia, ma anche che triggeri le persone, perché è un disco che stride, che parla di donne, perché, proprio etimologicamente, le streghe stridono. Spero che le persone con questo disco si sentano incoraggiate ad essere un po’ più camp, un po’ più folli, un po’ più sperimentali, a non fare per forza quello che devono fare perché hanno paura che il pubblico venga in qualche modo deluso. L’artista deve anche disattendere il pubblico e creare una rottura, Strega comanda la sta creando, ma è un bene. Io ricordo il periodo pre-pandemia dell’indie e dell’Itpop come un periodo di libertà in cui ci siamo divertiti a fare musica come mai prima, in cui potevamo parlare di tutto, io spero che torni un po’ quel mood, quel giocare con la musica che non sento più da tanto tempo».

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