Monoporzioni, cibi pronti e surgelati: ecco come il calo delle nascite minaccia anche le aziende del food italiano

Quando si parla di denatalità viene da pensare a chi pagherà le pensioni o alle scuole vuote. Molto meno spesso viene da pensare alle imprese. Eppure il calo delle nascite sta già producendo effetti concreti sull’economia italiana, a partire da uno dei settori simbolo del Made in Italy: l’industria alimentare. È il messaggio lanciato da Unione Italiana Food. Secondo l’associazione, che rappresenta 530 aziende del settore e oltre 100 mila lavoratori, la transizione demografica non sta cambiando soltanto la composizione della popolazione italiana, ma sta modificando il mercato del lavoro, i consumi e le strategie industriali delle imprese.
La denatalità non è solo un problema di nascite
Che la denatalità sia una delle principali sfide italiane non è una novità. Lo stesso Presidente della Repubblica Sergio Mattarella l’ha più volte indicata come una delle emergenze su cui il Paese deve intervenire con urgenza. I numeri illustrati durante l’assemblea mostrano la portata del fenomeno. Dal 2008 l’Italia ha perso il 35,8% delle nascite e, secondo i dati Istat, entro il 2050 la popolazione scenderà a 54,7 milioni di abitanti. Ancora più significativo il dato relativo alla forza lavoro perché si prevede che nei prossimi 25 anni il Paese potrebbe perdere circa 7,7 milioni di persone in età lavorativa.
Secondo Francesco Billari, rettore dell’Università Bocconi e docente di Demografia, il calo delle nascite va letto all’interno di una trasformazione più ampia che interessa tutte le società avanzate. «Viviamo più a lungo che in qualsiasi altro momento della storia umana. Le vite si allungano, le famiglie diventano più piccole», ha spiegato. Il problema, ha osservato Billari, non è soltanto che nascono meno bambini, ma che diminuiscono anche il numero dei potenziali genitori, creando un circolo vizioso che rende sempre più difficile invertire la tendenza. Inoltre, se da un lato se da una parte le nuove generazioni sono numericamente più ridotte, dall’altra il Paese continua a perdere giovani qualificati che scelgono di partire per l’estero. Solo nel 2024 oltre 93 mila italiani tra i 18 e i 39 anni hanno lasciato il Paese.
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Cambiano i consumi
La trasformazione demografica non riguarda solo le aziende che cercano lavoratori, ma cambia anche chi compra e cosa compra. Per decenni l’industria alimentare italiana ha costruito gran parte della propria offerta attorno alla famiglia tradizionale e quindi con confezioni grandi, spesa settimanale e consumi condivisi. Lo scenario che si profila nei prossimi decenni è molto diverso. Più anziani e più persone che vivono sole significano acquisti più frequenti, porzioni più piccole.
Secondo Matteo Bonù, direttore dell’area agroalimentare di NielsenIQ, le aziende dovranno imparare a intercettare il valore ricercato dai nuovi consumatori seguendo tre grandi direttrici: la prima è il benessere, inteso non soltanto come salute fisica ma anche come equilibrio mentale e qualità della vita. La seconda riguarda il sempre meno tempo che si dedica a cucinare. La terza è la tecnologia che sta entrando nelle decisioni di acquisto. Per le aziende alimentari questo significa ripensare formati, confezioni e prodotti. Già ora stanno crescendo le monoporzioni e tutte quelle soluzioni che rispondono alle esigenze di nuclei familiari sempre più piccoli, e sta aumentando l’acquisto dei surgelati e piatti già pronti.
La chiave per sopravvivere è l’innovazione
Di fronte a un mercato interno che invecchia e cresce sempre meno, le imprese puntano su due leve: innovazione ed export. Nel 2025 le aziende rappresentate da Unione Italiana Food hanno registrato 25 miliardi di euro di esportazioni, pari a oltre il 42% dell’export agroalimentare italiano. Parallelamente il settore investe circa 3 miliardi di euro all’anno in innovazione, con l’obiettivo di sviluppare prodotti adatti ai nuovi bisogni dei consumatori. Un esempio è quello della pasta, che continua a rappresentare uno dei prodotti più resilienti del Made in Italy ma che, attraverso varianti arricchite con proteine, fibre o ingredienti funzionali, cerca di adattarsi ai bisogni di una popolazione sempre più anziana e attenta alla salute. L’idea delle imprese è che le soluzioni sviluppate oggi per il mercato italiano possano diventare domani un vantaggio competitivo anche all’estero, in Paesi che stanno iniziando ad affrontare la stessa transizione demografica.
«Le imprese non possono risolvere da sole i problemi»
Per questo motivo Unione Italiana Food chiede un intervento più deciso delle istituzioni. Come rivela uno studio dell’Unione, molte aziende hanno già introdotto congedi parentali rafforzati, programmi di rientro dopo la maternità, smart working e misure di welfare aziendale. Ma, secondo il presidente Paolo Barilla, il problema non può essere affrontato soltanto dalle imprese. «Le nostre aziende si sono già mosse sui congedi, sul welfare e sulla flessibilità. Ma da soli non si chiude il cerchio», ha dichiarato. «Abbiamo bisogno che lo Stato costruisca con noi un sistema stabile di incentivi perché la genitorialità diventi economicamente sostenibile per le famiglie e competitivamente neutrale per le imprese». Le richieste vanno dalla decontribuzione per maternità e paternità agli incentivi per le aziende family friendly, fino al potenziamento degli asili nido e a orari scolastici più compatibili con le esigenze delle famiglie che lavorano.

