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Lavoro, la nuova tendenza è il “distacco emotivo”: così i dipendenti cercano di ridurre lo stress

06 Agosto 2026 - 16:23 Gemma Argento
Il "grande distacco" dei dipendenti per ridurre lo stress lavorativo
Il "grande distacco" dei dipendenti per ridurre lo stress lavorativo
Gli esperti lo chiamano "il grande distacco". Il progressivo disinvestimento emotivo dal lavoro può nascere come risposta adattativa allo stress, ma la ricerca si interroga su cosa accade quando si prolunga nel tempo
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Le ormai sempre più frequenti scelte di artisti, celebrità e sportivi che decidono di prendersi una pausa per tutelare la propria salute mentale riaccendono ogni volta l’attenzione sul complesso rapporto tra lavoro e benessere psicologico. Un tema sempre più presente anche tra le persone comuni: negli ultimi anni il fenomeno delle grandi dimissioni ha raccontato la scelta di molti lavoratori di lasciare volontariamente il proprio impiego alla ricerca di un migliore equilibrio tra vita privata e professionale. Un fenomeno registrato soprattutto tra le generazioni più giovani, per le quali benessere, equilibrio e significato del lavoro sono diventati criteri sempre più centrali nelle scelte di carriera. 

Con il passare del tempo, però, sembra farsi strada una strategia ancora differente. Invece di andarsene, molti scelgono di restare, vivendo la propria attività lavorativa quotidiana in una condizione di totale distacco emotivo. Un fenomeno che la ricerca ha iniziato a definire Great Detachment, il “grande distacco”, studiato come dato in crescita anche dall’Osservatorio HR Innovation Practice del Politecnico di Milano.

Una modalità sempre più utilizzata nel mondo del lavoro sulla quale però resta una domanda fondamentale: si tratta davvero di una risposta adattiva o lo spegnimento di ogni coinvolgimento emotivo può trasformarsi in un ulteriore fattore di rischio per il benessere psicologico che si tenta di difendere?

Il grande distacco

Che il rapporto con il lavoro stia attraversando una fase di profonda trasformazione lo confermano anche i dati. Secondo l’Osservatorio HR Innovation Practice del Politecnico di Milano, l’11% dei lavoratori italiani ha cambiato impiego nell’ultimo anno, mentre il 30% dichiara di volerlo fare entro i prossimi 18 mesi. Eppure, la propensione a compiere davvero questo passo sembra diminuire: la quota di chi è attivamente alla ricerca di un nuovo lavoro è scesa dal 58% al 52% rispetto alla rilevazione precedente. È in questo scenario che i ricercatori parlano di Great Detachment, il “grande distacco”: non una fuga dal lavoro, ma una trasformazione più silenziosa del rapporto con esso, in cui il lavoratore rimane al proprio posto ma interrompe progressivamente il coinvolgimento emotivo nelle attività quotidiane.

Il termine Great Detachment è relativamente recente, ma il fenomeno che descrive è noto da tempo alla psicologia del lavoro. Nella letteratura scientifica internazionale viene definitowork disengagement, cioè un progressivo disinvestimento emotivo, cognitivo e comportamentale nei confronti del proprio lavoro. Una recente revisione sistematica pubblicata sul Journal of Business Research lo descrive come «la tendenza a prendere le distanze dal proprio ruolo quando le richieste lavorative superano le risorse personali o quando il lavoro perde significato, sicurezza psicologica e capacità di coinvolgere chi lo svolge». Non si tratta quindi semplicemente di lavorare meno o peggio: il lavoratore continua a svolgere le proprie mansioni ma riduce progressivamente l’investimento emotivo e psicologico nel proprio ruolo. 

«L’aumento dell’inflazione, i timori di una recessione e l’instabilità economica rendono oggi più rischioso cambiare lavoro, facendo sentire spesso le persone “bloccate” e mentalmente disconnesse», spiegano i ricercatori italiani. Il dottor Mariano Corso, responsabile scientifico dell’Osservatorio milanese, osserva che accanto al benessere e all’equilibrio «si sta affiancando una crescente ricerca di sicurezza e protezione», rendendo ancora più difficile trasformare l’insoddisfazione «in una scelta concreta di cambiamento».

Cosa intende davvero la ricerca per “distacco”

Per capire se il Great Detachment possa davvero rappresentare una strategia di tutela della salute mentale è necessario fare una distinzione fondamentale. Nella letteratura scientifica, infatti, il termine “distacco” non ha un unico significato. Da una parte c’è il psychological detachment, ovvero la capacità di interrompere il coinvolgimento mentale con il lavoro una volta terminata la giornata: un processo considerato essenziale per il recupero psicofisico e associato a una riduzione dello stress, a una migliore qualità del sonno e a un maggiore benessere psicologico. Dall’altra c’è il work disengagement, il progressivo disinvestimento emotivo nei confronti del proprio ruolo lavorativo, che descrive il fenomeno alla base del Great Detachment. Sebbene possano sembrare simili, si tratta di due processi profondamente diversi: nel primo caso ci si allontana dal lavoro per recuperare energie; nel secondo è il rapporto stesso con il lavoro a deteriorarsi, pur continuando a svolgere le proprie mansioni. È proprio su questo secondo fenomeno che la ricerca sta cercando di fare chiarezza.

Il rischio boomerang

Per gli studiosi, il work disengagement non è una scelta improvvisa né un semplice calo di motivazione ma un processo che si costruisce nel tempo. Secondo una revisione pubblicata su Human Resource Management Review, questo progressivo distacco tende a comparire quando le richieste del lavoro vengono percepite come superiori alle risorse personali disponibili per affrontarle. Carichi eccessivi, scarso margine decisionale, mancanza di riconoscimento, perdita di significato del proprio ruolo o un ambiente di lavoro percepito come poco supportivo possono, giorno dopo giorno, consumare il coinvolgimento emotivo del lavoratore. In questo contesto, prendere le distanze dal lavoro non viene interpretato necessariamente come un segnale di disinteresse, ma come un tentativo di proteggere le proprie risorse psicologiche. Gli autori parlano infatti di una functional coping response, cioè di una risposta adattiva con cui la persona cerca di limitare l’impatto dello stress e di evitare un ulteriore esaurimento emotivo. Questo, però, non significa che il fenomeno sia sempre benefico. Gli stessi ricercatori sottolineano che, se il distacco si prolunga nel tempo e diventa il modo abituale di vivere il lavoro, può perdere la sua funzione protettiva e trasformarsi in un fattore di vulnerabilità per il benessere psicologico.

La spirale di perdita delle risorse

Gli autori sottolineano che questa strategia può cambiare significato con il passare del tempo. Se inizialmente il distacco emotivo aiuta il lavoratore a ridurre l’impatto di uno stress percepito come eccessivo, quando diventa una condizione cronica rischia di innescare un processo opposto. Prendendo progressivamente le distanze dal proprio lavoro, infatti, la persona può smettere di trarre da esso alcune delle principali risorse che alimentano il benessere psicologico: il senso di competenza, la percezione che ciò che fa abbia uno scopo, la motivazione e il senso di appartenenza al gruppo di lavoro. È quello che gli studiosi descrivono come una “spirale di perdita delle risorse” (loss spiral): meno il lavoro viene percepito come significativo, minore è il coinvolgimento; e minore è il coinvolgimento, più diventa difficile recuperare quelle stesse risorse psicologiche. Il rischio, spiegano gli studiosi, è che una strategia nata per proteggere il benessere psicologico finisca, se protratta nel tempo, per comprometterlo. Il lavoro non è soltanto una fonte di stress: quando è vissuto in modo positivo rappresenta anche una fonte di significato, di relazioni, di senso di competenza e di realizzazione personale. Se il distacco emotivo diventa cronico, i ricercatore spiegano come il lavoratore continui a svolgere le proprie mansioni smettendo progressivamente di beneficiare di queste risorse psicologiche. È proprio questo secondo gli scienziati l’effetto boomerang del work disengagement: un meccanismo nato per ridurre il carico emotivo può, nel tempo, contribuire a impoverire il benessere psicologico, favorendo esaurimento emotivo, cinismo e una crescente sensazione di alienazione dal proprio lavoro.

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