La Gen Z ha sdoganato lo psicologo: per un giovane su due è la norma. Cosa dicono i dati sulla salute mentale in Italia

«Non fare la vittima», «non serve piangere», «devi essere forte». Sono i mantra con cui intere generazioni hanno instradato l’educazione emotiva di figli, parenti e amici. Ed è un’eredità che, nonostante continui a passare tuttora, oggi, finalmente, inizia a mostrare le prime crepe. Secondo il report MINDex 2026, il barometro del benessere mentale realizzato da Unobravo con Ipsos Doxa, l’Italia è una nazione che sta imparando a parlare, ma che ha ancora paura di chiedere aiuto. Solo 2 italiani su 10 hanno avuto genitori capaci di dare un nome alle emozioni. Il 58%, invece, dichiara che è stato scoraggiato a esprimere le proprie emozioni.
Generazione Z vs Baby Boomer: il crollo del silenzio
Il silenzio emotivo ha un volto preciso, ed è quello delle donne Baby Boomer. Per una su due, il mondo interiore è stato un argomento da evitare o minimizzare. E se, più in generale, per gli over 60 la gestione delle emozioni resta un tabù nel 66% dei casi, tra i giovani uomini della Generazione Z questa barriera crolla drasticamente, scendendo al 15%. Ma se il tabù inizia a cadere, soprattutto tra i più giovani dove l’accompagnamento di una psicologa è ormai sdoganato, nella società resta ancora l’ostacolo dello stigma. Il 77% avverte ancora il peso del pregiudizio sulla salute mentale e quasi 1 italiano su 4 ammette che la paura del giudizio altrui condiziona le proprie scelte sulla salute mentale. Il giudizio è quindi il principale freno al benessere e alla libertà di chiedere aiuto. Il dato positivo, però, è che il ricorso allo psicologo nei momenti difficili è ritenuto un pilastro del benessere da circa 1 persona su 2, percentuale che sale al 70% tra le donne della Gen Z.

Rabbia e tristezza: le emozioni in crescita tra i giovani
Rabbia e tristezza sono in forte aumento (rispettivamente al 28% e 27%) tra i giovani della Gen Z rispetto al resto della popolazione. Un segnale di una nuova crisi delle nuove generazioni? «L’aumento di queste emozioni può apparire a prima vista negativo, ma questo perché esiste uno stereotipo che divide le emozioni in positive e negative. In realtà, le emozioni sono tutte utili», spiega a Open la psicoterapeuta e clinical manager di Unobravo, Corena Pezzella. A suo avviso, l’aumento delle emozioni di rabbia e tristezza tra i Gen Z, potrebbe essere anche una tendenza che può indicare una maggiore consapevolezza. «I giovani oggi hanno strumenti che le generazioni precedenti non avevano. Stanno imparando a riconoscere e accettare anche le emozioni più spiacevoli, senza reprimerli. Per questo, se da un lato si può leggere questo fenomeno come un aumento della sofferenza, dall’altro può essere interpretato come un segno di maggiore consapevolezza emotiva», chiosa.
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Pandemia, adolescenti e paradosso maschile
Sull’origine della rabbia e della tristezza in crescita tra i più giovani interviene anche Danila De Stefano, fondatrice di Unobravo, che invita a una riflessione sul passato. «Le generazioni precedenti erano davvero meno arrabbiate della Gen Z, o forse dovremmo chiederci se più spesso dicevano che “andava tutto bene”?». Per De Stefano, un fattore rilevante resta ancora la pandemia da Covid che ha colpito la Gen Z in una fase cruciale della propria vita, rispetto alle altre generazioni. «Per i ragazzi, l’isolamento è arrivato quando il gruppo dei pari è fondamentale per costruire l’identità. Questa emotività così marcata è anche figlia di due anni di distanziamento vissuti in un momento irripetibile della crescita», commenta. Ma questa nuova consapevolezza si scontra con un paradosso tipicamente maschile. Gli uomini della Gen Z si dicono più sicuri delle donne nel comprendere il proprio mondo interiore (40% contro il 25%), ma è una sicurezza fragile perché solo 1 su 10 riesce poi a gestire le proprie reazioni o a chiedere aiuto in caso di bisogno. Capire cosa si prova, insomma, non significa ancora saperlo gestire.
I genitori di oggi: così la gestione delle emozioni diventa una priorità
Se le radici del problema affondano nel passato, i rami guardano altrove. La vera rivoluzione è nelle intenzioni delle nuove famiglie. Un genitore su due dichiara che educherà i propri figli in modo opposto rispetto a come è stato educato. Il 66% considera una priorità assoluta insegnare ai bambini a parlare di ciò che provano. Ma è una priorità sentita soprattutto dalle donne (75%), ma che sta lentamente contagiando anche l’universo maschile.

