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Reggio Emilia, bimbo nato tetraplegico dopo il parto indotto: perché l’ospedale deve risarcire 3 milioni di euro

12 Luglio 2026 - 19:44 Alba Romano
nasce tetraplegico ginecologa risarcimento
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Secondo il giudice, la madre non fu informata dei rischi legati all'ossitocina dopo un precedente cesareo
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L’Ausl di Reggio Emilia è stata condannata a risarcire con circa 3 milioni e 750mila euro un bambino di sei anni, nato con una grave tetraplegia, e la sua famiglia. È quanto stabilito dal Tribunale di Reggio Emilia con una sentenza di primo grado che individua responsabilità nella gestione del parto avvenuto nel gennaio 2020 all’ospedale Santa Maria Nuova.

I motivi del giudice

Secondo la giudice della seconda sezione civile, la madre non sarebbe stata adeguatamente informata dei rischi connessi alla somministrazione di ossitocina in una paziente che aveva già affrontato un parto cesareo. Per questo motivo, si legge nella sentenza, la donna «non avrebbe prestato il consenso a proseguire con l’induzione del parto» se avesse ricevuto informazioni complete sulle possibili conseguenze della procedura.

L’induzione del travaglio senza consenso della donna

La donna, alla sua seconda gravidanza, era stata ricoverata dopo la rottura prematura delle membrane. Il giorno successivo i sanitari avevano avviato l’induzione del travaglio con ossitocina, aumentandone progressivamente il dosaggio. Nonostante il peggioramento delle condizioni cliniche, secondo quanto ricostruito nel procedimento, non fu eseguito un taglio cesareo e il bambino venne alla luce con l’ausilio della ventosa ostetrica e riportando danni neurologici permanenti causati da una grave asfissia.

La grave disabilità sviluppata dal bambino

Il consulente medico-legale nominato nell’ambito della causa ha sostenuto che il ricorso tempestivo al cesareo avrebbe evitato la sofferenza fetale acuta che ha provocato le lesioni. Oggi il bambino convive con pesanti disabilità perché necessita di supporti per mantenere la posizione seduta, utilizza il pannolino e comunica prevalentemente attraverso gesti. L’Ausl nel corso del giudizio ha sostenuto la correttezza dell’acquisizione del consenso informato e attribuito l’ipossia a un imprevedibile distacco focale della placenta. L’eventuale impugnazione sarà valutata dopo l’esame delle motivazioni della sentenza.

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