Nucleare, Chicco Testa: «Senza atomo la transizione è impossibile»; Bersani: «Discutiamo, no al referendum ora»

Pier Luigi Bersani e Chicco Testa sul nucleare concordano almeno su un punto: una politica energetica che richiede investimenti e programmazione per quindici o vent’anni non può essere modificata a ogni cambio di governo. All’evento “Da Fermi al futuro”, organizzato da Open all’Ara Pacis, l’ex segretario del Pd e uno dei più convinti sostenitori italiani dell’atomo, in dialogo con la vice direttrice Sara Menafra, nonostante le posizioni diverse convergono sulla necessità di sottrarre l’energia allo «spirito di fazione» della politica.
Bersani: «Nel mondo crescono tutte le fonti, nessuna è alternativa»
«Non ho nessuna reazione ideologica né emotiva quando si parla di nucleare», chiarisce subito Bersani, il dibattito deve partire dall’aumento strutturale della domanda di energia. «Nel mondo crescono tutte le fonti di energia, nessuna è alternativa», osserva. Ogni grande salto tecnologico ha comportato uno «smisurato aumento del consumo di energia» e oggi la corsa delle grandi società tecnologiche verso la produzione energetica mostra la dimensione del problema, «a questo punto devono garantirsi la produzione». Anche i data center necessari per l’Ai, avverte, tra consumi di elettricità e acqua «comincia a diventare un problema».
In astratto, sostiene, una risposta pienamente adeguata potrebbe arrivare soltanto con la fusione: «A fronte dell’esigenza di compensare in termini energetici un salto tecnologico di cui non vediamo ancora l’orizzonte, dovremmo dire che la risposta non ce l’abbiamo». Ma la politica in Italia deve decidere che cosa fare nel frattempo, mentre «tutte le grandi aree del mondo si stanno attrezzando».
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La risposta, per Bersani, deve innanzitutto essere europea: «Non credo che sia ideologico dire che l’Europa può progettare la sua autonomia solo a partire dalle fonti rinnovabili. Non è ideologico, è pragmatico. Perché non abbiamo né fossili né uranio». Il mix, quindi, non può essere concepito esclusivamente su scala nazionale: «Questa è una scelta che dobbiamo fare».
«L’Italia deve stare dentro la ricerca sul nucleare»
Questo significa escludere l’atomo? «Non ho nessuna remora a dire che l’Italia deve essere dentro un percorso di ricerca e di sviluppo di soluzioni anche sul nucleare», precisa Bersani. La cautela deve riguardare invece i tempi e i costi delle tecnologie presentate come imminenti: «Cerchiamo di ragionare e di vedere con realismo questo percorso. Ci stiamo mettendo nella testa che esista una sequenza scolastica tra Smr, Amr e fusione. Io non so se arriva prima la fusione o l’Amr». Per questo, aggiunge, «chiedo solo che non si racconti che abbiamo già in mano una cosa così».
Referendum? «Io lascerei stare»
I dubbi non risparmiano il “piccolo nucleare”: «Ti moltiplica il problema, a meno che non ammucchi tutti i moduli e fai il centralone». Nella situazione politica attuale, Bersani giudica però ragionevole l’approccio indicato dal ministro dell’ambiente e della sicurezza energetica Gilberto Pichetto Fratin: «Facciamo un quadro procedurale e giuridico e poi si vedrà. Mi pare una cosa abbastanza di buon senso». Il percorso dovrebbe essere bipartisan, è l’auspicio: «Non può essere usato nella polemica politica quotidiana. Il sistema, con le tecnologie a disposizione oggi, può anche tendere all’anarchia. Bisogna mettere qualche punto fermo di programmazione pubblica».
Bocciata invece, a domanda della vicedirettrice Menafra, l’idea di un nuovo referendum: «Io lascerei stare». Ma la sua posizione parte da una premessa precisa: «Per l’autonomia strategica dell’Europa l’asse sono le rinnovabili». Durante la transizione bisognerà capire «con che cosa le affianchiamo», convivendo ancora con il gas e «sviluppando una presenza e una ricerca per vedere gli sviluppi credibili del nucleare. Un ragionamento così ti leva dal tema del referendum, dal sì o dal no. È un ragionamento sensato che credo potrebbe essere condiviso».
Testa: «Sei gigawatt nucleari francesi lavorano per l’Italia»
Di segno diverso l’intervento di Chicco Testa, da anni sponsor convinto dell’atomo. «L’energia che viene consumata in Italia è molto di più di quella che viene prodotta. E la differenza da dove viene? Dal nucleare francese», afferma. «Da molti anni è come se avessimo sei gigawatt, sei centrali nucleari che lavorano a tempo pieno per l’Italia, ma anziché essere collocate in Italia sono collocate in Francia». Senza quella potenza, sostiene, «la nostra situazione sarebbe al limite del blackout. Noi non abbiamo mai smesso di essere un Paese nucleare», conclude: da vent’anni la quota di energia atomica utilizzata avrebbe oscillato «tra il 10, il 15 e il 20 per cento». Testa, infatti, giudica «molto prudente e giusta» anche la posizione del ministro Fratin, che si prepara ad incassare il via libera sulla legge delega sul nucleare.
«Le rinnovabili possono arrivare al 70%»
La critica più dura riguarda gli obiettivi europei. «L’anno scorso l’Europa ha diminuito le sue emissioni di 500 milioni di tonnellate, nel mondo sono aumentate di 3 mila milioni. Stiamo portando la croce per tutto il mondo», accusa. Per Testa, «le emissioni sono diminuite perché le industrie energivore se ne sono andate da un’altra parte, mica perché siamo stati particolarmente virtuosi». Le rinnovabili « sono importantissime, ma fino a un certo livello», chiarisce. «Penso che un 70% dell’energia elettrica possa essere tranquillamente prodotto dalle rinnovabili. Far dipendere la sicurezza del sistema elettrico solo dalle fonti intermittenti è una follia».
L’appello di Bersani e Testa a un accordo bipartisan
Su un punto Testa si dice «completamente d’accordo» con Bersani. «Non se ne può più dello spirito di fazione che ormai domina in questo Paese, a destra e a sinistra». La discussione pubblica, sostiene, procede per appartenenze: «Tu dici nucleare e io dico solare, tu dici rinnovabili e io dico nucleare». «Le persone di buon senso si mettano intorno a un tavolo», è l’appello che condivide con l’ex segretario del Pd. Altrimenti «le centrali nucleari finiscono come il Ponte sullo Stretto: cinque anni si fa, cinque anni non si fa. Ma hanno bisogno di programmi di quindici o vent’anni».

