Ultime notizie Crisi Usa - IranMario RoggeroMondiali 2026Roberto Vannacci
ESTERICinaCrisi Usa - IranDonald TrumpIranMedio OrienteMidtermRussiaUSAUSA 2020USA 2024Vladimir Putin

L’intelligence Usa: Trump insiste con la Cina ma il vero nemico è la Russia

22 Luglio 2026 - 10:44 Alba Romano
donald trump vladimir putin elezioni usa
donald trump vladimir putin elezioni usa
Lo dicono i documenti desecretati dallo stesso presidente. Intanto è rischio stallo per la guerra con l'Iran. I cui costi salgono a 37,5 miliardi
Google Preferred Site

Il discorso in prima serata di Donald Trump era inteso a rafforzare le sue tesi secondo cui le elezioni del 2020 gli sarebbero state rubate. E si è basato in gran parte sulle affermazioni del tentativo del governo cinese di influenzare il risultato a suo sfavore. Tuttavia, una serie di documenti dell’intelligence che proprio il presidente ha declassificato nella speranza di avvalorare le sue affermazioni ha fornito prove più convincenti dell’ingerenza di un altro Paese nelle elezioni: la Russia. Lo scrive il New York Times.

I documenti e Mosca

Ciononostante, Trump ha a malapena menzionato la Russia durante il suo discorso di 25 minuti. Coerentemente con la sua consolidata avversione ad ammettere ciò che gli inquirenti penali e del Congresso affermano da anni. Alti funzionari russi, tra cui il presidente Vladimir Putin, hanno lavorato per minare gli avversari di Trump sia nella campagna elettorale del 2016 che in quella del 2020. «Dimentica o semplicemente omette che il Paese che più di tutti cerca di influenzare ogni elezione è la Russia», ha dichiarato il senatore Mark Warner, il principale esponente democratico della Commissione intelligence del Senato, durante la sua partecipazione al programma “Face the Nation” della CBS. «Lo abbiamo documentato più e più volte», ha aggiunto.

La guerra in Iran

Intanto proprio per gli analisti dell’intelligence, la prospettiva della guerra all’Iran è quella di un lungo stallo e “limbo indefinito” fra pace e guerra. Un’ipotesi che innervosisce i conservatori: il loro sogno è che Trump si concentri sul carovita e sui problemi che stanno a cuore agli americani invece che su un conflitto lento ma prolungato che potrebbe essere letto dal grande pubblico come una nuova forever war. Dietro le quinte, il pressing sul presidente è senza sosta per spingerlo ad abbassare i toni e accettare un tregua di 10 giorni, come proposto dai mediatori, per riaprire lo Stretto di Hormuz.

37,5 miliardi

Anche per gettare nuove basi per il dialogo in grado di ridurre la pressione anche sugli alleati del Golfo, esasperati dalla guerra e preoccupati per la loro sicurezza nazionale. Il conflitto finora è costato 37,5 miliardi, in aumento alla precedente stima di 29 miliardi. Nella sua prima audizione da maggio, il ministro delle Difesa Pete Hegseth si è presentato in Senato per chiedere 87 miliardi di dollari di nuove risorse per il suo Dipartimento.

leggi anche