Come funziona il riconoscimento facciale, dove si usa già oggi e perché può essere pericoloso
Il riconoscimento facciale negli spazi pubblici accessibili è vietato dall’AI Act. Dopo il via libera lampo della commissione Affari europei a Palazzo Madama è la Commissione Europea a fermare il governo Meloni sull’uso dell’intelligenza artificiale e dei dati biometrici. Secondo Roma l’impianto del testo non estende indiscriminatamente il ricorso al riconoscimento facciale. Ma lo circoscrive alle ipotesi già previste da Bruxelles. Nelle indagini penali, invece, l’IA resterebbe uno strumento d’indagine aggiuntivo per la polizia, sempre sottoposto al vaglio dell’autorità giudiziaria. Eppure la tecnologia è già in uso oggi negli aeroporti e negli stadi. Ecco come funziona e perché può diventare un pericolo.
Il riconoscimento facciale e lo smartphone
Oggi il riconoscimento facciale funziona negli eGate, ovvero i controlli automatici degli aeroporti. Ce ne sono a Fiumicino, Ciampino, Bari e Brindisi. Chi ha il passaporto elettronico lo fa scannerizzare dalla telecamera, che confronta il volto con la fotografia del documento. Poi apre il tornello. Il confronto dei volti con le immagini conservate negli archivi (o con le liste dei ricercati) è una tecnologia simile a quella usata dalla polizia, spiega oggi Repubblica. Il problema è che questa è una procedura volontaria. I nuovi strumenti possono identificare soggetti ignari di essere inquadrati. Così come fa la procedura di sblocco dello smartphone con il volto: il software controlla se il volto davanti alla fotocamera è quello registrato.
I dati biometrici
La polizia invece lavora con immagini presenti in una banca dati. E il trattamento dei dati biometrici cambia. Nei computer della polizia possono esserci anche persone che non hanno commesso crimini. Allo Stadio Olimpico di Roma sono stati installati «sistemi di identificazione biometrica remota a posteriori, che impiegano la tecnologia di riconoscimento facciale». Anche qui servono a identificare i tifosi e a confrontare eventuali segnalazioni o precedenti di polizia. Il Garante della Privacy ha dato l’ok a patto di uso esclusivo della polizia, finalità legate a reati e condotte da Daspo e cancellazione automatica delle immagini dopo sette giorni.
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Il software
A svilupparlo è stata Reco 3.26, un’azienda informatica italiana con sede a Lecce, specializzata nella computer vision. Il software fornisce anche un sistema automatico di riconoscimento delle immagini che si chiama SARI enterprise. Il Sistema Automatico di Riconoscimento Immagini parte dall’immagine di un “volto ignoto” ed effettua una ricerca computerizzata in A.F.I.S. (Automated Fingerprint Identification System), l’archivio di dati biometrici gestito dal Viminale contenente i fotosegnalamenti effettuati dalla polizia in Italia. Il Viminale precisa che «sono però sempre gli operatori specializzati a effettuare la necessaria comparazione fisionomica».
SARI Real Time
C’è anche un altro software fornito da Reco 3.26 che si chiama SARI Real Tume. Il Garante l’ha fermato perché elabora i dati biometrici di tutte le persone presenti in un’area videosorvegliata. Il quotidiano ricorda che il sistema consente di installare telecamere in una zona circoscritta, estrarre in diretta i modelli biometrici dei passanti e confrontarli con una watch-list. Che ha 10 mila volti nel database e genera un avviso in caso di corrispondenza. Ma questi sistemi hanno problemi. La distanza e il movimento dei soggetti ripresi aumentano i rischi di falsi positivi. Uno studio del 2019 ne ha rilevati fino a cento volte di più per gli asiatici o gli afroamericani. I sistemi possono avere un’accuratezza del 99% su uomini caucasici, ma solo del 34% su donne di colore.

