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La chiamata di bin Salman e il pressing dei Paesi arabi: perché Trump ha rinunciato (per ora) all’attacco contro l’Iran

03 Agosto 2026 - 09:22 Bruno Gaetani
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Lo spiraglio di una ripresa dei negoziati tra Washington e Teheran rassicura i mercati. Prezzo del petrolio in forte calo
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Sono stati Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita e Qatar a convincere Donald Trump a rimandare l’«attacco massiccio» contro l’Iran ventilato nei giorni scorsi. Fino a venerdì, tutto sembrava lasciar presagire una nuova ondata di raid contro la repubblica islamica, con tutte le ambasciate Usa nella regione che già avevano esortato i cittadini americani a «valutare la possibilità di lasciare» il Medio Oriente. «Sarebbe stato l’attacco più grande dalla Seconda Guerra Mondiale, sarebbe stato disastroso. Credo che il Paese non sarebbe stato nemmeno ricostruibile», ha spiegato Trump in un colloquio con i giornalisti a bordo dell’aereo presidenziale Air Force One.

Il ripensamento nel weekend e il pressing dei mediatori

Nel weekend, il presidente americano aveva spiegato con un post su Truth di aver sospeso l’attacco militare contro l’Iran dopo il raggiungimento di un’intesa sulla riapertura dello Stretto di Hormuz e «per il bene del futuro del mondo». Secondo Teheran, però, non c’è stato alcun passo in avanti nei colloqui. E le parole pronunciate nelle ultime ore da Trump sembrano confermare che a frenare Washington non siano stati i progressi nelle trattative con gli ayatollah, quanto la pressione dei Paesi mediatori, che temono una destabilizzazione dell’intero Medio Oriente.

La telefonata di Mohammed bin Salman

Dietro il ripensamento di Trump, in particolare, ci sarebbe il pressing del principe saudita Mohammed bin Salman, che nei giorni scorsi ha telefonato al presidente americano e lo ha convinto a sospendere nuove operazioni militari. L’offensiva che progettava Washington poteva estendersi alle infrastrutture energetiche e ad altri centri nevralgici della repubblica islamica. Di fatto, Trump avrebbe voluto dare uno scossone al conflitto provando a paralizzare l’economia iraniana. Uno scenario che avrebbe senz’altro spinto Teheran verso ritorsioni contro i Paesi arabi limitrofi che ospitano forze statunitensi. Da qui, dunque, i timori di un allargamento del conflitto.

Il prezzo del petrolio torna a scendere

Nei piani originali della Casa Bianca, l’attacco contro l’Iran avrebbe dovuto verificarsi nel fine settimana, approfittando della chiusura delle borse. Alla fine, come detto, l’offensiva non c’è stata. E oggi sono proprio i listini finanziari a tirare un sospiro di sollievo. Il prezzo del petrolio, in particolare, è in forte calo, principalmente per le speranze di una ripresa imminente dei negoziati tra Washington e Teheran per porre fine alla guerra in Medio Oriente. Il Wti è in calo del 5,88% e viene scambiato sotto gli 80 dollari, a 79,75 dollari al barile. Il Brent cede il 5,03% a 83,51 dollari al barile.

Foto copertina: EPA/Jim Lo Scalzo

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