Ucraina, la solitudine dei soldati dopo la guerra: «Così lo Stato ci ha abbandonato» – Il reportage

Da Odessa – «La guerra non finisce quando lasci il fronte. Ti segue anche quando torni a casa». È la frase che Dmytro, ex soldato ucraino, ripete mentre racconta la sua «nuova vita» lontano dalle trincee. È rientrato da poco dalla prima linea nell’est dell’Ucraina, e porta ancora sul corpo i segni delle gravi ferite dell’ultima operazione militare. «Ho perso una gamba, poi mi hanno raggiunto sette schegge», ci dice, indicando le cicatrici che gli segnano le braccia. «Ero disteso a terra, avevo già chiuso gli occhi. Pensavo che fosse finita». Di quell’assalto ricorda ogni istante. La sua brigata perse tre uomini in pochi giorni, mentre l’area in cui combatteva veniva progressivamente accerchiata dalle truppe russe. Il primo congedo promesso – previsto qualche settimana dopo l’operazione – non arrivò mai. «L’ho passato in ospedale – racconta -. Per sei mesi i medici hanno cercato di ricostruirmi la gamba». Oggi Dmytro è un veterano con una disabilità permanente, ma continua a ripetere che andare al fronte era un «dovere» per il futuro di sua figlia. «I russi erano a pochi chilometri da casa nostra. Per impedire che arrivassero da lei, sono andato io da loro».
Le ferite psicologiche della guerra
Il suo ritorno a casa arriva in una fase delicata per l’Ucraina. Sul fronte si decide il destino militare del Paese, nelle piazze ucraine migliaia di persone chiedono di poter incidere sulle scelte che riguardano il futuro della guerra. Da settimane, i cittadini manifestano, anche sotto la minaccia dei missili russi, per chiedere il reintegro dell’ex ministro della Difesa Mychajlo Fedorov, 35 anni, considerato l’uomo dei droni, della digitalizzazione e dei rapporti con la Silicon Valley. La sua rimozione ha innescato una protesta senza precedenti, che non si è placata neppure dopo il licenziamento del comandante in capo dell’esercito Oleksandr Syrsky, con cui Fedorov era ormai ai ferri corti. Al suo posto è stato nominato il generale Mykhailo Drapatyi, chiamato da Zelensky a guidare le Forze armate in una delle fasi più complesse della guerra contro la Russia. Tra i dossier più urgenti c’è la riforma del reclutamento. Da anni l’Ucraina soffre una cronica carenza di soldati. L’esercito fatica a trovare nuove reclute e molti militari sono costretti a rimanere al fronte ben oltre i tempi previsti. Per chi riesce a tornare, spesso con gravi mutilazioni come Dmytro, resta però un’altra battaglia. Quella contro le profonde ferite psicologiche lasciate dalla guerra.
La solitudine dei veterani tornati dal fronte
«Il conflitto non è finito. Ogni giorno continuano a volare missili e droni. Come si può parlare di abitudine?», ci domanda Dmytro. Il fronte resta a poche ore di macchina, e la sensazione di pericolo non abbandona mai chi è riuscito a fare ritorno. Ma una delle battaglie più complesse, dice, è quella che inizia dopo il congedo. «Abbiamo bisogno di assistenza psicologica, di assistenza legale, di aiuto concreto. Non dovremmo essere noi a cercare questo sostegno. Dovrebbe essere lo Stato a garantirlo. Quando un soldato torna a casa dovrebbe trovare qualcuno che lo accompagni e gli dica: “Da qui in poi ci siamo noi”. Vorrei potermi voltare e sapere che alle mie spalle c’è un Paese organizzato». Per mesi ha chiesto aiuto, senza però ricevere risposte. «Nessuno sapeva dirmi dove rivolgermi. Negli uffici pubblici mi rimandavano continuamente da una scrivania all’altra, ma avevo bisogno di sostegno – prosegue -. Ai ragazzi che tornano dal fronte serve davvero un aiuto psicologico. Lì vivi esperienze che non puoi dimenticare. Può capitare che al mattino tu stia bevendo un tè o un caffè con un compagno e, la sera stessa, ti ritrovi a dovergli aprire gli occhi con le dita per capire se è morto oppure se è ancora vivo. Sono immagini che non ti abbandonano più».
Ti potrebbe interessare

Oltre 1,4 milioni di veterani: l’emergenza invisibile delle ferite psicologiche
Il suo è un caso tutt’altro che isolato. Il numero dei veterani e dei loro familiari in Ucraina è stimato tra i 5 e i 6 milioni di persone, circa il 15% dei 38 milioni di abitanti. Alla fine del 2025 risultavano registrati oltre 1,4 milioni di veterani e più di 143 mila persone con disabilità. Una condizione direttamente legata all’invasione russa. «Tra i veterani c’è un forte bisogno di accesso a cure mediche adeguate, protesi, riabilitazione, farmaci e supporto psicologico», sottolinea il Parlamento europeo, che avverte: «Considerando che l’età media di un veterano è stimata intorno ai 45 anni, il Paese dovrà garantire servizi di assistenza e riabilitazione per i prossimi decenni».
«Nella mia testa c’erano solo bombe»
Anche Valerij, ingegnere e sminatore, è rientrato a casa dopo più di un anno trascorso in prima linea. Una grave ferita alla testa ha posto fine alla sua permanenza al fronte. «Il rientro alla vita di tutti i giorni è stato uno dei momenti più difficili», dice. «Nei primi giorni persino andare in centro a comprare qualcosa era complicato. Tutti parlavano della loro vita quotidiana. Nella mia testa, invece, continuavano a passare immagini di morti ed esplosioni». La sua paura più grande in trincea non era la morte, ma la possibilità di rimanere invalido. «Preferivo che un proiettile fosse fatale piuttosto che sopravvivere con una grave disabilità».
Una volta tornato ha però dovuto affrontare un’altra forma di solitudine. «Non ho ricevuto alcun sostegno psicologico. Anzi, ero io quello che doveva aiutare gli altri. Mia madre era disabile, mia nonna aveva 86 anni. Dovevo occuparmi di loro». Per mesi ha convissuto con ansia, senso di estraneità e difficoltà a relazionarsi con chi non aveva vissuto la guerra. «Pensavo che il problema fossi io – ci spiega -. Dopo quello che hai visto è difficile ritrovare un linguaggio comune perfino con gli amici di sempre».

Chi aiuta i veterani tornati dal fronte?
Le storie dei due veterani sono accomunate dalla stessa sensazione. Quella di essere stati abbandonati da uno Stato che li ha mandati a difendere il Paese senza poi prendersi pienamente cura delle ferite fisiche e psicologiche lasciate dalla guerra. «Perfino la pensione di invalidità è arrivata dopo mesi. Nessuno mi spiegava niente. Quando ero in ospedale, completamente fasciato, mi telefonavano per dirmi di andare a ritirare dei documenti. Non riuscivo nemmeno a stare in piedi. Una persona ferita va aiutata, non lasciata sola», ci dice Dmytro. Entrambi convivono con le conseguenze, anche invisibili, del conflitto. Non vogliono «dimenticare» ciò che hanno vissuto, devono però «imparare a elaborarlo».
Nel percorso di rielaborazione sono seguiti da Dasha, psicologa del progetto Radici (Reinserimento Attraverso Diritti, Inclusione, Comunità e Iniziative), implementato da Fondazione Avsi con il sostegno di Acri, che mira a rafforzare il reinserimento e il benessere di veterani, delle loro famiglie, bambini e giovani nella regione di Odessa, potenziando due centri comunitari già esistenti a Biliaivka e Velykyi Dalnyk. Un lavoro che parte dalla consapevolezza che ogni esperienza di guerra lascia un segno diverso. «Ogni soldato torna con un’esperienza unica, e tutti devono imparare di nuovo a conoscere sé stessi, la propria famiglia e il mondo che li circonda», spiega Dasha.
La psicologa: «Ogni esperienza è diversa, l’aiuto deve coinvolgere anche le famiglie»
Per questo, il sostegno non può limitarsi alla singola persona. «Una parte essenziale del nostro lavoro – spiega la psicologa – riguarda anche le famiglie, che devono imparare a comunicare con chi torna dal fronte e a ricostruire un dialogo in un Paese che continua a vivere la guerra, segnato da attacchi quotidiani». La difficoltà più grande è che molti di loro non credono più che qualcuno possa davvero aiutarli. «I ricordi del conflitto li accompagneranno per tutta la vita. Quando tornano a casa, il mondo continua normalmente, mentre loro sono ancora mentalmente al fronte dove spesso arrivano persino a chiedersi dove sia Dio e quale sia il senso della vita». Non è raro che nei primi mesi evitino perfino di uscire. «La quotidianità della vita civile, scandita da missili e droni, può trasformarsi in un’esperienza di retraumatizzazione», spiega Dasha. «In trincea – prosegue – tutto è molto chiaro: esiste il bianco o il nero. Non ci sono sfumature. Ci sono ordini precisi e una struttura definita. Tornando alla vita civile, invece, si ritrovano in un mondo pieno di ambiguità e questo li disorienta».
Il ritorno richiede tempo, e per lavorare sul reinserimento dei soldati nella società servono competenze specifiche. «In media serve quasi un anno per adattarsi. Le esperienze vissute lasciano un segno profondo – continua la psicologa -, che si traduce anche in un forte senso della giustizia. Quando percepiscono ingiustizie, possono reagire con improvvisi scoppi di rabbia e aggressività: “Per che cosa ho combattuto, se tornando a casa non trovo la giustizia che ritengo dovrebbe esistere?”». Per questo insiste sulla necessità di investire nella salute mentale. «Più professionisti saranno in grado di offrire assistenza psicologica, più sana e resiliente diventerà la nostra comunità».
«Oggi guardo perfino la luna in modo diverso»
Per i soldati la guerra non finisce con il ritorno a casa. Continua nei ricordi, nelle notti senza sonno, nelle difficoltà quotidiane e in un sistema che, troppo spesso, li abbandona. «La guerra è orribile, ma mi ha insegnato a non arrendermi mai. Se inizi qualcosa, devi andare avanti. Ho imparato ad apprezzare la vita, perché può finire in un istante. Prima mi sembrava tutto normale: lavoro, casa, mia figlia, il tempo libero. Oggi invece – conclude Dmytro, alzando gli occhi al cielo – guardo perfino la luna in modo diverso».

